DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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DOVE OSANO GLI AQUILOTTI

ROVERETO (ITALIA)la «Consolata trentina»
Quando i missionari
della Consolata arrivarono
in Trentino per fondarvi
un seminario, nel 1925,
ad attenderli c’era
la «Consolatrice»,
venerata nel santuario
della Madonna del Monte,
di cui si celebra
il 4° centenario.
Da questo luogo oltre 150,
tra sacerdoti, fratelli,
suore e volontari laici
hanno spiccato il volo
per le missioni
della Consolata in Africa
e America Latina.

C’era una volta… un «capitel».
Così veniva chiamato in
dialetto trentino il pilone
con l’immagine della Madonna, costruito
a metà strada sulla via montana
che unisce Lizzana e Rovereto.
Ne fa menzione, per la prima volta,
Domenico Porta, in un atto notarile
del 21 gennaio 1485. Vi sorgeva accanto
un romitaggio, dove viveva in
preghiera e penitenza frate Pietro,
un domenicano bavarese.
Poi, per oltre un secolo, il capitel
fu dimenticato dalla «storia» e trascurato
dalla gente: rovi ed erbacce
d’ogni genere erano cresciute tutto
attorno, fino a nasconderlo agli occhi
dei passanti… fino al 1602.
Un giorno, all’inizio di quell’anno,
un certo Andrea
Rossi, di Rovereto, si sentì
interiormente invitato a salire fino al
capitel. Benché non si reggesse bene
in piedi, essendo da vari anni sofferente
di artrosi deformante, arrancò
con le stampelle fino a quel luogo, si
aprì a fatica un varco tra gli arbusti
e si trovò di fronte all’immagine
sbiadita della Madonna.
Subito fu preso da commozione e
da una nuova ispirazione: «Se solo
avessi un po’ di forza – pregò rivolto
all’immagine – taglierei tutti questi
rovi e farei restaurare questa nicchia».
Non aveva finito di pregare che
sentì tornare in sé le forze, gettò a terra
le grucce e cominciò a gridare
«grazie» alla Madonna. Piangendo
di gioia, corse a casa ad abbracciare
i familiari.
Il fatto prodigioso si sparse in un
baleno: la gente di Rovereto aiutò il
signor Rossi a ripulire il luogo e restituire
alla vista dei passanti la «columna
lateritii operis… pictura certe
non rustica… colores jam jam evanescentes
», come la descriveva il gesuita
padre Gumpperberc (colonna in
mattoni, pittura per niente rustica…
colori evanescenti).
Per restaurare immagine e colonna,
il signor Rossi si rivolse a un suo
amico pittore, un certo Giovanni di
Rovereto, detto «Giona». All’inizio
questi ricusò l’incarico, poiché una
contrazione di nervi alla mano destra
gli impediva di usare il pennello. Ma
poi, più per la devozione alla Madonna
che per guadagno, si mise all’opera.
Al primo tocco di pennello
si accorse di maneggiarlo con fermezza,
sicurezza e agilità, come se la
mano non fosse stata mai malata.
Anche questa notizia si propagò
rapidamente a Rovereto e nei dintorni.
Il capitel cominciò ad essere
meta di pellegrinaggio, sia per curiosità,
sia per chiedere conforto alla
Madonna. Tra i pellegrini ci fu pure
una nobil donna roveretana, Domenica
Millana, da tanti anni affetta
da cecità completa: fattasi accompagnare
dai domestici, la donna raggiunse
il capitel, si prostrò davanti all’immagine
della Vergine e pregava
con tanta fede e fiducia da commuovere
i presenti.
Improvvisamente si mise a gridare:
«Miracolo! Ci vedo! La Madonna
mi ha guarita». La gente che
poc’anzi piangeva di compassione,
ora versava lacrime di gioia e si stringeva
intorno alla miracolata.
Tali guarigioni suscitarono scalpore
in tutta la Val Lagarina e attirarono
l’attenzione dell’autorità ecclesiastica.
Il parroco di Lizzana,
don Alessio Tomasi, sotto la cui giurisdizione
era il luogo dei miracoli,
fu nominato «commissario» dell’inchiesta
per appurare la veridicità dei
fatti. Ne uscì così convinto, che la
sua relazione fu approvata dal vescovo
e lui stesso si diede da fare per
proteggere il luogo sacro.
Il capitel fu subito circondato da una
protezione in legno; poi, nell’autunno
dello stesso anno 1602, fu iniziata
la costruzione di una cappella
in muratura e di un altare davanti alla
sacra immagine.
Ben presto la Madonna del
Monte, come cominciò a essere
chiamata l’anonima icona,
diventò il centro della devozione
di tutta la Val Lagarina e altre valli
confluenti. I devoti accorrevano numerosi,
specie nelle feste mariane,
tanto che la cappella non poteva più
contenerli. Con l’aiuto della gente,
di alcune famiglie facoltose e il contributo
della curia di Trento, la cappella
fu ulteriormente ampliata, raggiungendo
la grandezza attuale. Nel
1607 l’opera era compiuta.
Da quell’anno il capitel diventò meta
di numerosi pellegrinaggi, tanto da
richiedere la presenza di una comunità
religiosa per la cura del santuario
e l’assistenza spirituale dei fedeli.
Fu contattato un gruppo di minori
riformati, ma la loro presenza fu contestata
dai frati già presenti a Rovereto,
che non vedevano di buon occhio
l’arrivo di altri concorrenti.
Intanto la gente accorreva a chiedere
grazie alla Madonna, specie durante
il tristissimo periodo della peste
(1630), tappezzando le pareti della
chiesa di ex voto per grazie
ricevute. Nel 1636 il vescovo di
Trento si recò in visita pastorale alla
popolazione di Rovereto e ne approfittò
per consacrare il santuario
della Madonna del Monte.
Nel frattempo, accanto al santuario,
i parrocchiani di Lizzana avevano
fatto costruire una casetta per il
cappellano che si recava a celebrare
la messa per i pellegrini. Ma la sua
presenza saltuaria non era più sufficiente:
bocciata l’idea di un convento,
si ripiegò sulla fondazione di un
«romitaggio».
A partire dal 1640 la casa del cappellano
fu occupata da due o tre eremiti
che, vivendo con i proventi
della questua e del proprio lavoro,
provvedevano alla cura spirituale del
santuario.
Nel 1650, il parroco di Lizzana,
don Domenico Lunardelli, decise,
assieme al popolo, la costruzione
dell’attuale artistica facciata, assegnando
l’opera allo scultore Sartori
da Castione, su disegno dell’ingegnere
Giovanni Scottini da Lizzana.
Nei primi decenni del secolo XVIII
fu posta, alla base del pilone, una lapide
con la scritta che toglieva la Madonna
del Monte dall’anonimato:
«Dedicato alla beata vergine Maria,
Consolatrice degli afflitti». Negli anni
seguenti Orlando Fattori da Desenzano
affrescò le pareti del presbiterio
con le raffigurazioni che si
vedono attualmente; poi toccò alle
pareti laterali della navata e alla volta,
nel cui grande ovale fu dipinta
l’assunzione della Vergine. Lo stesso
pittore, tra il 1760 e il 1770, abbellì
la facciata con un’esuberante decorazione
barocca.
Al tempo stesso, l’artista Marco
Marini da Crossano rifece il pavimento:
«Un ricamo di fine marmo
bianco, con intarsi di diversi colori»,
come lo descrisse uno storico dell’epoca.
Intanto una fosca nube scendeva
dall’Austria: l’imperatore Giuseppe
II (1741-1790) cominciò a
ficcare il naso nella vita della chiesa,
meritandosi il nomignolo di «re sacrestano
»: soppresse molti pellegrinaggi,
feste, confrateite; proibì la
recita del rosario in pubblico; chiuse
diversi conventi, monasteri, romitaggi
e santuari, allontanandone i religiosi
e confiscandone i beni.
Un decreto del 1786 colpì anche il
romitaggio e il santuario della Madonna
del Monte, incamerati dal comune
di Rovereto e subito messi all’asta.
Il primo bando andò a vuoto:
nessuno si fece avanti per comperare
il santuario e i beni annessi; a un
secondo, nel 1788, li comperò un tale
Valentino Gasperini di Villa Lagarina,
per 850 fiorini, una ventesima
parte del valore reale.
Egli si limitò a coltivare il terreno
e abitare nella casa degli eremiti.
Forse voleva riaprire al culto il santuario,
ma la legge lo proibiva e, dopo
un anno, rivendette tutto a un
certo Giuseppe Grandi, uomo senza
scrupoli, che spogliò la chiesa degli
arredi più preziosi e vendette i
due altari laterali.
Anche quello centrale stava per essere
asportato, quando intervenne la
gente di Rovereto: una notte di fine
febbraio 1790, uomini bene armati
salirono al Monte, presero possesso
della chiesa, riordinarono l’altare, accesero
lumi all’interno e fuochi all’esterno,
segnalando alla città e ai paesi
vicini la riapertura del santuario.
I soldati imperiali e le autorità civili,
senza intervenire con la forza,
concordarono con i preti della zona
di riaprire la chiesa al pubblico, con
una grande festa, celebrata il 6 marzo
1790.
Intanto il santuario, «con annessi
e connessi», fu riscattato da altri
compratori e, nel 1794, passò totalmente
nelle mani della nobile famiglia
Tacchi. Il nuovo proprietario si
diede subito da fare per avere il permesso
di riaprire la chiesa al culto
pubblico, per restaurare l’edificio
saccheggiato e provvedere un cappellano
stabile, che si curasse dell’assistenza
spirituale di fedeli e pellegrini.
Ma solo nel 1829 arrivò il primo
cappellano, nella persona di don
Valentino Zampiccoli.
Sotto l’attenzione della famiglia
Tacchi e con la presenza di un cappellano
stabile, la Madonna del
Monte diventò uno dei più importanti
e venerati santuari del Trentino.
Per oltre un secolo la Madonna continuò
a consolare, asciugare lacrime
e ascoltare i sospiri di generazioni di
devoti, che ricambiavano favori e
grazie ricoprendo le pareti della
chiesa di dipinti, ricordi, documenti
ed ex voto svariati e suggestivi.
Alla vigilia dello scoppio della prima
guerra mondiale (1914), Rovereto
si affidò, con una solenne processione,
alla protezione della Vergine;
poi ci fu una dispersione generale.
Anche il rettore del santuario, don
Francesco Menapace, fervente irredentista,
dovette scappare, per non
cadere nelle mani degli austriaci e finire
sulla forca, come il compaesano
Damiano Chiesa.
Nel furore delle battaglie combattute
nella zona, il santuario fu colpito
da varie granate, che ne sfondarono
il tetto, distruggendo l’affresco
della volta e gli ex voto che coprivano
le pareti laterali.
Finita la guerra iniziarono i lavori
di restauro; ma soltanto nel 1937 il
cav. Giovanni Tacchi commise il rifacimento
degli affreschi. E sopravvenne
la seconda grande guerra, che
sfondò il tetto una seconda volta. Tra
le macerie, rimasero incolumi il presbiterio
e il capitel.
Nel frattempo, la cura del santuario
era passata nelle mani dei missionari
della Consolata, che ne curarono
i restauri e lo riportarono agli
splendori di arte e di fede del secolo
XVIII.
Correva l’anno 1925. Mons.
Filippo Perlo, vice generale
dei missionari della Consolata,
aveva esteso il reclutamento di vocazioni
a tutta l’Italia e cercava luoghi
strategici in regioni promettenti.
Il Trentino era una di esse.
I padri incaricati della ricerca,
Giuseppe Gallea e Francesco Gamberutti,
dopo vari tentativi, stavano
per arrendersi, quando il sig. Cesare
Tommasini, direttore dell’Ufficio di
propaganda missionaria di Rovereto,
e la zelante sorella Amelia suggerirono
di stabilirsi nel santuario della
Madonna del Monte, da dieci anni
senza cappellano.
Fu grande la sorpresa dei due missionari,
quando, prendendo visione
del luogo, lessero l’iscrizione sotto la
nicchia: «Dedicato alla beata Vergine
Consolatrice». Si trovarono subito
a casa. Fu firmato con la famiglia
Tacchi un contratto di affitto per 25
anni; il 7 luglio 1925 il vescovo di
Trento diede l’autorizzazione per aprire
la casa religiosa; il 21 dello stesso
mese arrivarono il padre Umberto
Bessone, direttore, e il chierico
Lorenzo Gaudissard, «propagandista» e formatore.
Era quella la prima casa che i missionari
della Consolata aprivano
fuori del Piemonte. L’apprensione era
naturale. Ma, quando il padre
Bessone, alla vigilia della partenza da
Torino, andò a salutare il padre fondatore,
l’Allamano lo rincuorò così:
«Devi andare a Rovereto volentieri,
perché la Madonna del Monte è venerata
in quel santuario proprio col
titolo di Consolatrix afflictorum, l’identico
titolo della nostra Consolata.
È quindi semplicemente un cambiamento
di nome, ma sempre nella
casa della stessa madre».
All’inizio di settembre di quello
stesso anno, l’antico romitaggio risuonava
della voce di una dozzina di
ragazzi trentini, «un nido di aquilotti
– scriveva uno storico di quegli anni
– che, all’ombra del santuario e
scaldati dall’amore della nostra Madonna,
si apprestano a spiccare il volo
in lontane contrade ultramarine,
per portare la lieta notizia che Cristo
è nato anche per loro».
Nel centro di reclutamento o, come
si diceva a quei tempi, «casa apostolica
», gli allievi venivano soltanto
«accettati e disgrossati, ossia aiutati a
comprendere cosa significava diventare
missionari della Consolata e preparati
ai corsi ginnasiali nella casa
madre di Torino». Una ventina d’anni
dopo il centro fu trasformato in vero
e proprio seminario.
Le fatiche e speranze furono subito
premiate: a 11 anni di distanza, nel
1936, 12 «aquilotti» trentini furono
ordinati sacerdoti e tre fratelli fecero
la professione religiosa, pronti a
spiccare il volo verso «le lontane
contrade ultramarine»; il primo fu
padre Ruggero Angheben, partito
per le missioni del Kaffa (Etiopia) alla
fine dello stesso anno.
Dopo 78 anni di presenza alla Madonna
del Monte, i missionari della
Consolata contano nelle loro file 66
trentini, tra padri e fratelli (37 hanno
già spiccato il volo per il cielo) e
altrettante suore. E continuano ad animare
la chiesa trentina
nell’amore alla Madonna
e alla missione.

Benedetto Bellesi