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COREA DEL NORD prove di… cambiamento

Corea del Nord
Piergiorgio Pescali

ENIGMA DA DECIFRARE

Da una decina d’anni la Corea del Nord ha intrapreso la strada delle riforme in campo economico, religioso e diritti umani. I leaders del Nord e del Sud Corea si sono stretti la mano, ma la riunificazione è ancora un sogno. Persistono enormi difficoltà economiche e, sotto l’aspetto strategico, il paese rimane nel mirino americano.

Nella piazza Kim Il Sung di Pyongyang, centinaia di studenti allineati si muovono all’unisono seguendo il ritmo scandito dalla voce della coreografa. Nello slargo laterale, altre ragazze in divisa militare marciano seguite dalla loro istruttrice. Tutto intorno la vita scorre normalmente: le macchine dei funzionari di partito, di governo e organizzazioni non governative accreditate
nel paese, si incrociano con i tram e i pullman pieni di passeggeri che tornano a casa dopo una giornata di lavoro.
Ogni tanto, una delle centrali elettriche che alimentano diversi settori della città cessa di funzionare: allora i tram si fermano, le luci dei lampioni e delle case si spengono e su tutto cade un silenzio che urla la difficile situazione in cui l’intero paese è costretto a vivere.

CAMBIO DI GUARDIA

La crisi generalizzata, che da anni sta colpendo l’economia nordcoreana, non risparmia nessun campo. Dal 1991, anno del dissolvimento dell’Urss e del Comecon, il sistema che garantiva l’interscambio economico tra i vari paesi del blocco socialista, la Corea del Nord si è trovata di punto in bianco a dover fronteggiare, praticamente da sola, una situazione economica aggravata da un’impressionante serie di catastrofi naturali. L’improvvisa morte del leader e fondatore della Repubblica democratica popolare di Corea, Kim Il Sung, avvenuta nel 1994, ha aggravato ulteriormente la già precaria condizione sociale, aprendo numerose e inquietanti incognite sul corso politico che il suo successore designato, Kim Jong Il, avrebbe impartito al governo. Le scene di pianti e di isteria collettiva, trasmesse dalla televisione nordcoreana appena divulgata la notizia della dipartita del Grande Leader, si alternavano alle tensioni che lungo il 38° parallelo andavano facendosi sempre più tangibili. Pochi giorni prima, Jimmy Carter, a nome dell’amministrazione Clinton, aveva incontrato Kim Il Sung, riuscendo faticosamente a strappargli la promessa di incontrare il collega della Corea del Sud. Al tempo stesso il problema della centrale nucleare di Yongbyon, da cui, secondo gli Stati Uniti, veniva trattato il combustibile esausto per estrarre plutonio in quantità sufficiente per preparare due-cinque bombe atomiche, era un’altra questione insoluta che aggravava i rapporti tra Pyongyang e Washington. La successione al vertice ora rimetteva tutto in discussione.

PERSONAGGIO RIVALUTATO

I giornali di tutto il mondo dipingevano Kim Jong Il esattamente come lo avevano descritto per anni i servizi segreti sudcoreani e statunitensi: un gigolò viziato, totalmente incompetente di economia e politica, quanto esperto di belle donne. Sul suo conto si raccontava che era alcolizzato, amava le macchine sportive, in particolare le Ferrari, con cui scorrazzava per le strade della capitale, divertendosi a investire i pedoni, che possedesse un’intera collezione dei film di 007 e che, per trastullarsi nelle noiose notti nord coreane, faceva rapire belle fanciulle scandinave. Chiaro che, con un leader di questo genere, la Corea del Nord e il mondo intero non avevano di che rallegrarsi. Eppure bastarono pochi mesi perché Kim Jong Il sconfessasse tutti i suoi detrattori, sorprendendo gli analisti: in poche settimane venne firmato un trattato con gli Usa, in cui la Corea del Nord s’impegnava a non proseguire ricerche nucleari, rivolte a scopi militari, e subito dopo cominciò ad aprire spiragli di dialogo con i suoi vicini. I vertici militari, il cui assenso è indispensabile per mantenere saldo il potere in Nord Corea, vennero rimpastati, così pure quelli del Partito dei lavoratori, mentre il carisma del nuovo leader, offuscato da quello del padre, fu rafforzato grazie ad una capillare campagna di propaganda. «In un paese come la Corea del Nord, per salire i gradini del potere non basta avere il pedigree di famiglia – mi dice Noriyuki Suzuki, direttore di Radiopress, l’agenzia giapponese che monitorizza e analizza tutti i dispacci e i comunicati ufficiali di Pyongyang -. La concorrenza al posto di segretario generale del partito era spietata e sarebbe bastato un minimo passo falso perché Kim fosse spodestato. Un pazzo o un burocrate robotizzato non avrebbe certo potuto giocare le sue carte con oculata saggezza come ha fatto lui». Sulla stessa linea è il parere di uno dei maggiori analisti sudcoreani del Nord, Lee Jong Suk dell’Istituto Sejong di Seoul: «Leggendo gli articoli dei mass media occidentali, sembrava che si stesse giocando una partita a scacchi tra concorrenti a cui erano rimasti solo i pedoni, mentre Kim Jong Il aveva a disposizione regina, torri, cavalli e alfieri. In realtà la successione non è mai stata sicura e sono note le divisioni all’interno della famiglia stessa di Kim Il Sung, con la potente alleanza tra la seconda moglie del Grande Leader, Kim Song Ae, che premeva per favorire il suo figlio naturale, Kim Pyong Il, e il fratello di Kim Il Sung, Kim Yong Ju. Il fatto che Jong Il sia riuscito a sconfiggere le opposizioni gioca a favore della sua abilità come politico». Tutto questo, a detta degli stessi osservatori più esperti, dimostra quanto poco si conosca della Corea del Nord e dei suoi politici, al di fuori dei propri confini. La figura di Kim Jong Il, pur continuando a venire dipinta con tinte fosche, viene rivalutata, in particolare in Sud Corea, dove lo stesso Nord non è più visto come un antagonista contro cui combattere, bensì come un interlocutore con cui dialogare e da aiutare. Specialmente ora che la contrapposizione con gli Stati Uniti di Bush rischia di creare tensioni sempre più pericolose nella regione. La recente nuova crisi nucleare, scoppiata in tutta la sua drammatica pericolosità nell’ottobre 2002, con la dichiarazione di Pyongyang di voler riattivare le centrali di Yongbyon e le ricerche nucleari, ha origine dalla decisione di Bush di voler sospendere unilateralmente gli invii di combustibile, sottoscritti dall’accordo del 1994. Seoul, comprendendo la pericolosità della situazione, ha chiamato Pyongyang ai tavoli delle trattative, contravvenendo alle disposizioni della Casa Bianca. E Pyongyang ha risposto.

ECONOMIA DISASTRATA

A livello economico, le riforme suggerite dagli organismi finanziari internazionali e introdotte nel sistema hanno cominciato a creare qualche crepa nel controllo statale della produzione e della distribuzione dei beni di consumo. I tradizionali mercati dei contadini, che ogni decade vengono allestiti nei distretti nordcoreani, se prima erano appena tollerati dalle autorità, oggi hanno una sorta di protezione anche da parte del governo, che ha aumentato anche l’area di terreno a uso privato concesso a ogni famiglia. Nelle fabbriche, almeno le poche che il petrolio, oramai centellinato, permette di far funzionare, i lavoratori si sono visti assegnare salari in base alla produttività. Il problema è che, spesso e volentieri, questa è crollata, non per negligenza degli operai, ma per i numerosi black-out che straziano la continuità lavorativa. Nelle cooperative, i raccolti, dopo anni di carestie, hanno cominciato ad essere abbondanti; ma la micidiale mistura fatta di varie penurie, penuria di mezzi, penuria di parti di ricambio, penuria di carburante, non ha migliorato la situazione alimentare nei villaggi più isolati. I raccolti spesso marciscono sui campi dove sono accumulati per mancanza di mezzi di trasporto. Persino i funzionari governativi di rango più elevato, quelli residenti a Pyongyang, ad esempio, incontrano molte difficoltà nell’espletare i loro impegni. La guida incaricata di accompagnarmi in visita alla Corea, obbligatoria per ogni straniero, mi fa immediatamente capire che la situazione economica è disastrosa e che un eventuale contributo per le spese di benzina è benaccetto, anche se non obbligatorio. La crisi non risparmia neppure l’apparato militare: le forze armate nordcoreane appaiono, anche al profano, deboli, male armate e spesso capita di vedere, lungo le autostrade deserte che si diramano da Pyongyang, mezzi militari in panne o a secco di carburante. Anche a Panmunjom, al 38° parallelo, dove le due Coree si incontrano, i soldati nordcoreani, seppure scelti tra i più robusti e alimentati con razioni più abbondanti rispetto ai commilitoni dislocati nelle zone interne, appaiono piuttosto mingherlini se confrontati con i colleghi sudcoreani. Insomma, quello che gli Stati Uniti continuano a definire il terzo esercito del mondo, pronto ad attaccare il Sud è, in realtà, molto meno temibile e aggressivo di quanto si voglia far apparire.

QUALCOSA STA CAMBIANDO

Del resto il governo, ansioso di ottenere aiuti, non fa mistero della crisi. La prima volta che sono sbarcato in Nord Corea, nel 1996, era difficile far ammettere a un qualsiasi funzionario che il paese era economicamente impantanato e i visitatori venivano convogliati in fabbriche, scuole, ospedali modello.
Poi, piano piano, durante le successive visite, qualcosa è cambiato: altre porte hanno cominciato ad aprirsi. Prima spiragli, poi si sono spalancate, mostrando l’aspetto più reale della nazione: cittadini che spigolano chicchi di riso o grano, che raccolgono legna da ardere per far fronte ai rigidi invei, ospedali regionali privi di medicine, orfanotrofi che ospitano bambini scheletrici.
«C’è stato un periodo in cui si raccoglievano e si mangiavano cortecce, radici ed erbe selvatiche» mi dice Kim Hyoun Ho, direttore del dipartimento europeo del Comitato per le relazioni culturali con i paesi esteri.
Oggi, grazie agli aiuti delle Ong presenti e paesi donatori, la situazione comincia a migliorare, anche se il contrabbando con la Cina continua a rappresentare una pratica comune e chi ha i soldi per corrompere le guardie di frontiera, può importare ogni genere di mercanzia, per rivenderla al fiorente mercato nero. Chi, per lavoro o parentela, può contare su rapporti con l’estero, ha la possibilità di ottenere valuta pregiata, grazie alla quale comprare prodotti importati nei grandi magazzini delle città: stereo, televisori a colori, radio, telecamere, macchine fotografiche, pasta, liquori, vino, abbigliamento.
Con i dollari, euro o yen, c’è solo l’imbarazzo della scelta, e in una società dove, teoricamente, la divisione di classe è ridotta al minimo, sono proprio questi status simbol occidentali a individuare le reali differenze sociali esistenti nel paese.

PIÙ LIBERTÀ RELIGIOSA

Ma i cambiamenti in atto in Corea del Nord non si individuano solo a livello economico o sociale: i diritti umani, che durante gli anni Sessanta-Ottanta venivano calpestati, per lo meno come lo erano al Sud, oggi cominciano ad essere più rispettati.
Le condizioni di vita nei campi di rieducazione (in realtà vere e proprie aree di centinaia di chilometri quadrati, vietate anche ai cittadini liberi nordcoreani e adibiti a ospitare migliaia di prigionieri), sono diventate più tollerabili. Le amnistie, la necessità di nuova forza lavoro e l’attento monitoraggio delle organizzazioni che si occupano di diritti umani hanno indotto e autorità nordcoreane a chiudere numerosi campi e liberarne i detenuti.
Accanto a questi esempi di liberalizzazione, si è parallelamente sviluppata una maggiore libertà religiosa, già avviata, peraltro, alla metà degli anni Ottanta, con l’inaugurazione di nuovi templi buddisti e chiese cristiane, tra cui quella cattolica di Changchung.
Anzi, proprio con il Vaticano il governo di Pyongyang ha mantenuto buoni rapporti. Le organizzazioni di assistenza sociale cattoliche, come la Caritas, Misereor, i monaci benedettini lavorano già all’interno del paese, godendo della stima dei funzionari nordcoreani.
Questa fiducia, riposta principalmente per via dell’assenza di secondi intenti politici a cui sottoporre gli aiuti, rischia però di essere rovinata dalla presenza delle sètte cristiane e buddiste sudcoreane, giapponesi e statunitensi, appostate lungo i confini settentrionali cinesi.
Finanziate dai vari dipartimenti del governo Usa, la maggior parte di queste chiese avvicinano i contrabbandieri nordcoreani dando loro soldi e pacchi viveri da distribuire nei villaggi all’interno della nazione. Si spera, così facendo, di creare un retroterra culturale e religioso adatto per stabilire eventuali chiese e punti di informazione per controllare la reale consistenza del regime.
A Pyongyang e nelle principali città, questo lavoro è affidato a missionari che, camuffati da uomini d’affari, hanno la possibilità di girare in lungo e in largo ampie zone del paese e contattare direttamente le famiglie.
Elargendo generosamente yen e dollari, sembra si siano già creati una rete di proseliti, i cui uomini più fidati sono veri e propri «dormienti», informatori al servizio dei servizi segreti sudcoreani, statunitensi e giapponesi, pronti a uscire allo scoperto e agire, in caso di una sollevazione popolare.

SCONTRO IN VISTA

Un’ipotesi, questa della rivolta, che nessun governo della regione nordorientale dell’Asia si augura, perché la caduta improvvisa del regime di Kim Jong Il destabilizzerebbe, in modo forse irrimediabilmente pericoloso, i fragili equilibri instauratisi tra le varie capitali.
È con questa paura che Seoul e, in misura più timida, Tokyo, hanno mostrato freddezza nei confronti di Bush e della politica da lui intrapresa nella regione. Il Rapporto Armitage, lungo i cui parametri si dipana la ragion di stato della Casa Bianca, afferma testualmente che «se non è possibile giungere a una soluzione diplomatica, è meglio scoprirlo prima che dopo, per proteggere meglio i nostri interessi di sicurezza. Se la Corea del Nord non lascia altra scelta che il confronto, questo deve essere giocato secondo i nostri termini, non i loro».
Questo confronto coinvolgerebbe anche la Cina, la quale è una potenza fondamentale in Asia. Il ruolo che il Rapporto Armitage affida a Pechino, però, preoccupa gli alleati USA:
«Nessun approccio con la Corea del Nord può essere vincente, se non ci si assicura la cooperazione con la Cina. Pechino deve capire che sarà punita per il fallimento o sarà premiata per la sua cooperazione». E ancora: «La cooperazione attiva della Cina è vitale e dato che Cina e Usa dividono comuni interessi nella penisola coreana, ci si aspetta che la Cina agisca in maniera positiva. Nel caso scoppi un conflitto, come risultante di una inadeguata cooperazione, Pechino dovrà assumersene la responsabilità».
Con queste premesse, appare chiaro che il futuro dell’Asia nordorientale è più nelle mani dei governanti di Washington che dei paesi interessati ad un eventuale conflitto.

Scheda Corea del Nord

Superficie: 122.762 Kmq (meno della metà dell’Italia)
Popolazione: 24.039.000 (2000)
Gruppi etnici: coreani, cinesi (0,2%)
Capitale: Pyongyang
Religione: buddisti, confuciani, cattolici
Tasso alfabetizzazione: 95%
Ordinamento politico: repubblica socialista dinastica guidata (dal luglio 1994) da Kim Jong Il, figlio di Kim Il Sung
Economia: l’industria è in grave crisi, anche a causa dell’isolamento internazionale; il paese gode di una buona dote di risorse minerarie; l’agricoltura (riso, mais, frumento), arretrata e colpita da calamità naturali (inondazioni e siccità), non copre le necessità interne, tanto che la carestia è cronica Sotto la soglia di povertà: non esistono cifre ufficiali
Relazioni interazionali: dal giugno 2000 sono in corso colloqui con la Corea del Sud, mentre rimangono tese le relazioni con gli Stati Uniti; per le relazioni economiche è importante il vicino Giappone.

Piergiorgio Pescali

 
Corea del Nord
Piergiorgio Pescali