DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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ISLAM E MEDIA tra spettacolo e terrore psicologico

IL MOSTRO IN PRIMA PAGINA

«In Italia ci sono centinaia
di migliaia di musulmani
a rischio, migliaia
di combattenti del “jihad”
(guerra santa) in sonno,
pronti a scatenarsi…».
A chi serve tale offensiva
antislamica?
Il giornalismo – rileva
il barone von Clausewitz –
è la continuazione della
politica con altri mezzi.

«SONO DEVOTO
DI BIN LADEN…»

Martedì 25 febbraio, ore 21, gli
occhi severi e castigatori di shaikh
Abd el-Qader Fall Mamour fissano
il pubblico italiano attraverso le telecamere
della trasmissione «Ballarò
», mentre la sua voce proclama:
«Sono un devoto di Osama bin Laden.
Lo ammiro…».
Tutt’intorno è silenzio e attesa fremente
di nuove rivelazioni.
«Mamme degli alpini, se l’Italia
colpirà l’Iraq, dovrete tremare per i
vostri figli. Soldati del jihad (guerra
santa) in Europa sono pronti a vendicare
la morte dei loro fratelli. Bisognerà
accertare le responsabilità
dei militari italiani: se avremo la certezza
che questi hanno ammazzato
innocenti in Iraq, allora i mujaheddin (combattenti per l’islam) residenti
in Europa verranno a colpire
obiettivi in Italia. Ci saranno attentati».
Fall Mamour parla in prima persona,
per sottolineare la sua relazione
diretta con il terrorismo islamico,
e il suo essere a conoscenza di movimenti
e strategie di gruppi legati
ad al Qaeda. Il suo scopo è far paura,
spaventare lo spettatore. E di farsi
pubblicità. È titolare di tre società
finanziarie islamiche, che attingono
soldi da ricchi musulmani europei.
Ciò che il pubblico non sa, però,
è che questo signore rappresenta solo
se stesso e qualche sprovveduto,
che ammira la sua fiumana di parole,
di citazioni coraniche e la sua indubbia
arte di show and businessman.
Nei mesi passati si è vantato di
essere stato un punto di riferimento,
in Piemonte, per il reclutamento
di mujaheddin da inviare in Bosnia
e Afghanistan. Ha snocciolato cifre:
300, 1.000 o 2.000 combattenti, secondo
il momento. O, forse, secondo
il suo interlocutore.
Le forze dell’ordine sostengono
che tali affermazioni siano fondate.
Invece i rappresentanti dell’islam in
Italia le ritengono fandonie, volte ad
autopromuovere la sua immagine.
Qualcuno parla persino di mitomania.
Ma tant’è.
Ciò che non si sa è che Fall Mamour
«nuoce gravemente alla salute
» dei musulmani, prima che a
quella degli italiani. Le sue sono comunque
dichiarazioni ad effetto: sia
che siano frutto della verità dei fatti
sia che si tratti di mitomania e megalomania.
Proprio per questa ambiguità
piace enormemente ai media,
che corrono a suonare al suo
campanello di Carmagnola (TO).
Che è pure quello della consorte,
Aisha Barbara Farina, anch’essa amante
degli show islamici ad uso e
consumo dei mezzi di informazioni
occidentali.

PROPRIO UNA RELIGIONE
DI BARBARI

La coppia Aisha/Abd el-Qader è
molto richiesta da tivù e giornali,
quando si tratta di parlare di islam:
poligamia, jihad, terrorismo, velo e
così via. Quando qualche redazione
ha bisogno di puntare il dito sulla
«barbarie islamica» made in Italy, è
a loro che si rivolge. Non ai moderati,
ai pacifisti, ai riformatori. Non
agli intellettuali e ai tanti che, pur
mantenendo forti le radici del proprio
credo religioso, sono integrati
nella società italiana. Costoro non
interessano: rappresentano solo una
«normalità» noiosa, banale, diffusa,
poco attraente.
È meglio dar spazio e voce a chi ci
infastidisce, spaventa: o, meglio ancora,
a chi ci terrorizza. Certamente
l’audience è salva. Come lo sono tutte
le politiche estere e intee filoamericane,
pronte a immolare l’islam
e le centinaia di milioni di fedeli sull’altare
della guerra preventiva o difensiva.
O offensiva.
Personaggi negativi come Osama
bin Laden – grande partner di petrolieri
texani, Cia e Isi pakistano, a
sua volta sponsorizzato dalla Cia (1)
– e, molto più in piccolo, come i nostrani
Adel Smith e la coppia Farina/
Fall Mamour sono funzionali alla
propaganda: una propaganda
sposata da molti media in tutto il
mondo occidentale e volta ad accreditare
strategie economiche, militari
e politiche di conquista coloniale
vera e propria.
Nel caso di Smith e dei coniugi di
Carmagnola, si tratta soprattutto di
provocatori, il cui obiettivo è di disturbare
la quiete pubblica e di creare
ansie. Il tutto con un ritorno di
pubblicità a loro favore.
Da questi ed altri episodi, tra media
e islam appare un rapporto che
spesso travalica la razionalità e la
deontologia professionale. Di islam
possono parlare male tutti. Anche il
giornalista che, fino a poco fa, si era
occupato di cronaca rosa, di sport.
Improvvisamente tutti sono diventati
esperti, informati su cause ed effetti,
reti e legami con il terrorismo.
Non è necessario «provare» nulla.
Dopo mesi si può scoprire, da un
trafiletto di poche righe pubblicato
su un qualsiasi quotidiano, che la videocassetta
con messaggi minacciosi
per l’umanità, attribuita a bin Laden,
era un falso; che la registrazione
di un suo discorso violento era
stata mal tradotta e non costituiva
quel pericolo tanto millantato.
Nelle redazioni si sfoderano termini
in arabo e citazioni coraniche.
Una mano (mozzata per vendetta da
criminali comuni legati allo spaccio
di droga) diviene subito, senza alcuna
riflessione, una sentenza «coranica
». E a nulla valgono le dichiarazioni
dei rappresentanti dell’islam italiano,
che ripetono ormai stanchi:
«È un fatto di pura cronaca nera, una
vendetta di stampo mafioso. L’islam
nulla vi ha a che fare».
No. Una mano tagliata ad un marocchino
deve essere per forza l’esecuzione
letterale di una sura coranica.
Alcune testate giornalistiche vi
dedicano paginoni di storia sulle punizioni
corporali: taglio di testa, mani,
piedi, lapidazione e quant’altro.
In tivù i servizi imperversano sullo
stesso tema, che suscita ovvio disgusto
e disprezzo anche nel telespettatore
più distratto. «L’islam è
proprio una religione di barbari!»
intuisce soddisfatta la massaia mentre
fa zapping tra un programma di
cucina, una telenovela e un talkshow.
«Ci invaderanno il paese con
le loro abitudini sanguinarie» sbotta
il pensionato, mentre al bar del
circolo gioca a carte con gli amici e
butta uno sguardo alla tivù sempre
accesa.
E Luca, Marco, Silvia, bambini di
quinta elementare in una qualsiasi
scuola d’Italia, cosa pensano dei loro
compagni musulmani? Probabilmente
quello che sentono raccontare
dai tigì e in casa. Né più né meno.

PERCHÉ L’ISLAM FA PAURA?
Perché questa tendenza ad esasperare,
esagerare, amplificare, focalizzare
l’attenzione solo su certi aspetti
e non su altri di una religione
monoteistica, abramitica e, per alcuni
versi, vicina a cristianesimo ed
ebraismo?
L’islam non è un credo monolitico,
omogeneo. Al suo interno coesistono
correnti e tradizioni culturali,
orientamenti e tendenze interpretative,
scuole giuridiche e teologiche
molto diverse tra loro. Il messaggio
è unico, ma le sue interpretazioni sono
tante. Come per ogni religione rivelata,
è valido il principio per cui oscurità
e illuminazione, luce e tenebre
convivano a seconda dell’animo
del fedele che ad essa si avvicina.
Tuttavia, nei confronti dell’islam,
l’immaginario collettivo occidentale
crea una sorta di sovrapposizione
tra due rappresentazioni: quella terrorizzante
e quella quotidiana. E affinché
una minaccia, un crimine siano
ritenuti veri basta soltanto crederli
tali. Questo immaginario viene
ogni giorno nutrito da dubbi e paure.
Così il «pericolo attentati» è continuamente
ribadito, ricordato, evocato.
Turisti marocchini, sorpresi nella
basilica di san Petronio, a Bologna,
a commentare alcuni dipinti… si trasformano
in poche ore in terroristi
pronti a colpire i luoghi di culto della
cristianità.
E che dire degli afghani, fermati a
Roma nell’ottobre 2001, nei pressi
dell’ambasciata Usa? Viaggiavano
senza documenti, avevano cartine
sospette, non parlavano né italiano
né inglese. Per giorni si parlò di minaccia
islamica: servizi segreti e polizie
di mezzo mondo erano in allerta.
La gente era spaventata, temeva
attentati e guardava con odio e sospetto
qualsiasi straniero… Poi poche
righe furono spese per spiegare
che si trattava solo di clandestini in
cerca di lavoro.
Più recentemente, ci è stato offerto
il caso di 28 pakistani, arrestati il
30 gennaio scorso a Napoli. Le accuse
rivolte loro erano gravissime:
associazione per delinquere finalizzata
a terrorismo internazionale e
detenzione di esplosivo. I giornali
gridarono a tutta pagina: «Presi terroristi
islamici. Stavano preparando
un attentato»! Ma il 12 febbraio, dopo
13 giorni di carcere, i poveracci
furono liberati per «insufficienza di
gravi indizi di colpevolezza».
Per non parlare degli articoli, apparsi
verso fine gennaio sulla presunta
rete di al Qaeda a Torino: se si
tratti di terroristi, non ci è ancora dato
saperlo, visto che la Procura non
ha proceduto agli arresti. In attesa,
la gente trema. Colore della pelle,
accento, professione religiosa… sono
ingredienti ormai sufficienti per
creare i nuovi «mostri» dell’occidente.
«Italia a rischio di attentati»,
«In Italia ci sono centinaia di
migliaia di musulmani a
rischio», «Migliaia di
combattenti del “jihad”
in sonno pronti a scatenarsi», «Islamizzazione
dell’Italia», «L’islam
ha dichiarato
guerra all’occidente»,
«Immigrati, soldati
dell’islam», «Bin Laden,
il video dell’orrore
», «Bin Laden,
appello alla rivolta»,
«Palestinesi e al Qaeda,
in Italia scatta l’allarme»…
Quanti articoli, servizi,
editoriali sono stati dedicati,
dall’11 settembre in poi,
alla minaccia islamica che
incombe sul mondo civile!
Foto, titoli a caratteri cubitali,
occhielli e sottotitoli
cercano il sensazionale. Vogliono
colpire le emozioni,
la fantasia, il substrato più
remoto della nostra mente
e rimandarci a minacce
apocalittiche, da fine del
mondo. Da armageddon.
Da conflitto planetario
ed epocale del bene contro il male.
Della serie, insomma, «o con noi o
contro di noi». Dove il «noi», ovviamente,
sono gli Usa e «loro» tutti
gli altri.

QUESTIONE DI IGNORANZA
Nel libro I media e l’Islam, edito
dall’Emi di Bologna, Stefano Allievi
scrive: «Dell’islam fanno notizia
uno o due aspetti, e solo quelli. Il
fondamentalismo, innanzitutto: l’islam
della guerra, del terrorismo,
delle bombe, della violenza, del sangue
(e già il fondamentalismo non è
solo questo). Un mostro a metà tra
il feroce Saldino dell’era atomica e
un’accozzaglia di fanatici in costume,
scimitarra inclusa, pronti a tutto
pur di combattere il loro jihad».
Ci sono ragioni profonde, ascrivibili
alla storia dell’ultimo millennio,
che appartengono alla sfera dell’inconscio,
e altre che hanno a che vedere
con logiche politico-strategiche
e militari. I due piani interagiscono
in un cocktail micidiale, dove il ruolo
dei media è appunto quello di trasmettitore,
amplificatore. E di canale
di trasmissione.
Spiega Magdi Allam su Media e Islam:
«I mass media sono improntati
ad una accentuata logica del sensazionalismo
e scandalismo per finalità
che possono essere politiche,
commerciali o entrambe.
L’irresponsabilità dimostrata dai
mezzi di comunicazione di massa,
nella trattazione dei temi relativi all’immigrazione
e in particolare all’islam
in Italia, svolge un ruolo fondamentale
nella diffusione dell’intolleranza
e dell’insicurezza sociale.
Alla base di tale atteggiamento irresponsabile
vi sono prevalentemente
l’ignoranza e l’inesperienza da parte
dei giornalisti, mentre è più frequente
una consapevole politica di
manipolazione della realtà da parte
della direzione e della proprietà dei
mass media».
La paura dell’islam, scrive Allievi,
è storia antica: ci rimanda lungo i secoli
per giungere fino ai nostri giorni;
il ricordo delle crociate è inscritto
nel Dna occidentale, così come la
caduta di Costantinopoli nel 1453
per mano dei turchi ottomani e, ancora,
la pirateria e i conflitti contro
i saraceni, la colonizzazione e le lotte
di liberazione nazionale nei paesi
arabi, la guerra israelo-palestinese
che dura da oltre mezzo secolo con
le sue stragi e i suoi massacri, la prima
guerra del Golfo, l’efferata guerra
civile in Algeria, il regime dei talebani
in Afghanistan, l’«11settembre
», il conflitto in Afghanistan e la
nuova guerra del Golfo. A ciò si deve
aggiungere la visione di un islam
reazionario, violento e ristretto, rimbalzata
dalle frange estremiste e politicizzate
sparse nel mondo musulmano
e occidentale. Tutto ciò crea
un humus in cui diffidenza, timore e
avversione si alimentano, spesso in
modo speculare, nelle due diverse
realtà, occidentale ed islamica appunto.
Politicamente, il crollo dell’Unione
Sovietica e del comunismo, considerati
per decenni nemici della nostra
civiltà, hanno prodotto un vuoto
che, per le ragioni su indicate, è
stato facile colmare con l’islam.
Ma è altrettanto vero che il ruolo
strategico di molte nazioni islamiche
(produttrici di petrolio, gas naturale
e materie di vitale importanza per
l’attuale sussistenza dei paesi occidentali)
sono alla base delle guerre
preventive lanciate nell’era di Bush
junior. Per accaparrarsi le fonti energetiche
in via di estinzione in un
futuro sempre più vicino, l’America
del Nord sembra disposta a qualsiasi
cosa. Anche a trasformare ex alleati
(2) in mostri dalle
mille teste. E a scatenare i
nostri fantasmi interiori.

(1) Sui legami tra integralismo islamico,
al Qaeda, bin Laden, Cia e «11 settembre
», si legga il saggio di Michel
Chossudovsky Guerra e globalizzazione,
Edizioni Gruppo Abele, Torino, 2002.
(2) «Mentre la jihad islamica, definita
da Bush una “minaccia per l’America”,
è accusata degli assalti terroristici al
World Trade Center e al Pentagono, le
organizzazioni islamiche che ne fanno
parte sono uno strumento chiave delle
operazioni militari e di intelligence
statunitensi, non soltanto nei Balcani
e nell’ex Unione Sovietica, ma anche
in India e Cina» (op. cit., pag. 41).
Il ruolo della Cia a favore dei mujaheddin
è confermato in un’intervista da Zbigniew
Brzezhinski, consigliere per la
sicurezza del presidente Jimmy Carter.
Domanda: Non si rammarica nemmeno
di aver sostenuto il fondamentalismo
islamico, di aver fornito armi e consulenza
a futuri terroristi?
Brzezhinski: Cos’è più importante per
la storia del mondo? I talebani o il collasso
dell’impero sovietico? Qualche
musulmano esagitato o la liberazione
dell’Europa centrale e la fine della
guerra fredda? (op. cit., pag. 25).

Angela Lano