Rivista Missioni Consolata – 121 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

QUASI MAI RAGAZZE, QUASI SEMPRE VITTIME

In una giornata possono guadagnare
quanto in uno o più mesi di lavoro.
Scelta di comodo o necessità?
Dietro le esistenze di queste giovani
ci sono quasi sempre privazioni e violenze,
ed ora anche Aids e aborti clandestini.
Siamo alla periferia di Lima,
ma potremmo essere in qualsiasi metropoli
del mondo: cambiano le modalità,
ma la sostanza è la stessa.
Quella che segue è una testimonianza
forte e tristissima, che evidenzia
la durezza della situazione.
La denuncia è tanto scontata
quanto necessaria.

Posteggiammo l’auto proprio di
fronte alla baracca che Nolberto
mi aveva indicato. Non
c’era niente che poteva fare immaginare
quello che avremmo trovato
all’entrare. Solo una scritta ambigua:
«Video-Pub».
Non so bene per quale lato del
mio carattere, ma ogni tanto amo
mettermi alla prova. È un aspetto
più intellettuale che concreto, ma
sempre, quando qualcuno mi prende
sul serio (e in questo caso era stato
l’amico Nolberto), mi trovo a
compiere passi che mai avrei immaginato
di poter compiere. Il problema
è che, nel momento in cui mi accingo
a compierli, mi viene un terrore
che riesco a superare solo con
una certa dose di incoscienza e in
quei momenti sempre mi torna in
mente la stessa frase: «Ma chi me lo
fa fare?».
La stessa domanda me la posi nel
momento in cui scostammo le tende
nere che chiudevano l’ingresso
della baracca «Video-Pub» di Villa
El Salvador, città di 350.000 abitanti,
all’estrema periferia di Lima, in
Perù.
Scostata la prima tenda nera, i rumori
si attutirono completamente e
gli occhi, passando dalla luce accecante
dell’esterno ad un ambiente
completamente buio, si trovarono a
vagare ansiosi. Un’altra tenda nera
chiudeva il vero ingresso. La superammo
e il cuore cominciò a battere
velocemente. Eravamo all’interno
di un postribolo clandestino di una
periferia del Terzo mondo.
Ma chi me l’aveva fatto fare?
Approfittando di qualche settimana
di ferie in Perù, avevo
deciso di approfondire il tema
dell’Aids. Dopo alcune interviste,
avevo capito che non era possibile
comprendere il problema, se
non cercavo di capire la società in
cui esso nasceva e, all’interno di
questa, due aspetti in particolare: la
sessualità nei giovani e la prostituzione.
Avevo manifestato a Nolberto la
mia idea e lui, da uomo concreto e
conoscitore di ogni aspetto della vita
di Villa El Salvador, mi aveva proposto
una visita alla signora Isabel,
professionista di riconosciuta fama
ed attualmente tenutaria di un piccolo
«elegante» bordello.
Passata la seconda tenda nera, ci
trovammo in un locale di dimensioni
impossibili da definire. Le pareti
erano totalmente dipinte di nero e
l’unica luce presente era una specie
di fluorescente (di quelli che si usano
nelle discoteche di
terza categoria), che
illuminava di luce azzurrognola
solo il
bianco delle camicie e
alcune piccole decorazioni
floreali sulle
pareti nere. Il resto erano
solo sagome indistinte.
La musica ad
altissimo volume
completava l’atmosfera.
L’effetto finale
era di stordimento di
tutti i sensi (solo il
battito del mio cuore
si faceva sentire).
Trovammo un tavolino
con due sedie
e ci sedemmo. In un
attimo due ragazze
(forse di 16 anni) si
avvicinarono e, con
fare molto professionale,
tentarono di sedersi
sulle nostre ginocchia
e appoggiandoci
un braccio sulla
spalla ci chiesero: «Una
caraffa di birra con
compagnia? O forse
preferite una caraffa
di sangrilla con compagnia?».
All’unisono, Nolberto
ed io, quasi ci
fossimo messi d’accordo,
rispondemmo:
«Birra senza compagnia,
grazie». La risposta le lasciò
sconcertate e fece sì che si allontanassero
subito dal nostro tavolo.
Toarono con la caraffa di birra,
che, ad ogni buon conto, ci fecero
pagare salatamente e in anticipo, e
ci chiesero cosa desideravamo di altro.
Chissà, forse vedevano in noi
clienti un po’ particolari, oppure sospettavano
che fossimo poliziotti.
Certamente non dimostravano più
il calore dell’iniziale accoglienza e di
questo eravamo felici.
«Dovremmo parlare con la padrona
» disse Nolberto, che mi aveva
raccontato di averla conosciuta
quando lavorava come taxista.
Le due ragazze sparirono e, dopo
un po’, arrivò una persona con una
torcia elettrica che ci puntò contro
per scrutarci bene negli occhi.
Riempì di domande Nolberto che
rispose sempre a tono, usando il gergo
dell’ambiente.
Ad un certo punto, la donna disse
rivolgendosi a me: «Uno che ha
gli occhi come i tuoi, non può essere
un poliziotto».
Senza rispondere, la invitammo a
sedere con noi e, ordinata un’altra
caraffa di birra (anche questa pagata
salatamente e in anticipo), cominciammo
a conversare.
Qualche giorno prima, avevo
intervistato Max Pinedo, un
ragazzo di 25 anni, studente
di pedagogia e fondatore di un
gruppo giovanile di lotta all’Aids.
Mi avevano detto che Max conosceva molto bene la realtà giovanile
di Villa El Salvador.
La conversazione con lui fu ampia
ed interessante, ma mi lasciò sconcertato.
La città, che come medico
avevo conosciuto 10 anni prima, era
profondamente cambiata e le
problematiche giovanili si mostravano
con tutta la violenza e l’esasperazione
che si può immaginare
all’estrema periferia di una città di 7
milioni di abitanti.
Max, raccontami della sessualità
nei giovani di Villa El Salvador.
«Qui le ragazze di 14 anni sono
considerate ormai “predisposte” ad
un rapporto con l’altro sesso. Ma il
vero problema è il “machismo”. Per
i ragazzi, prima inizi la tua vita sessuale
più dimostri di essere un uomo,
ed è sempre questi che decide
quando e quante volte avere una relazione
sessuale.
In generale per un maschio la vita
sessuale si inizia ai 13/14 anni e, dato
che un ragazzo di questa età cerca
coetanei, la stessa cosa vale anche
per le ragazze e questo al contrario
di quanto si pensa generalmente.
Qui, a Villa El Salvador, c’è la cultura
della forza. Difficilmente si stabilisce
una relazione di coppia che
si sviluppa sulla base di una stabile
relazione d’amore o, almeno, di un
mutuo accordo. Si stabilisce, al contrario,
una competitività fra gli uomini
su chi è più forte, su chi ha più
relazioni sessuali. A scuola, se un adolescente
porta con sé un preservativo,
è ammirato dai compagni,
perché è considerato un ragazzo libero,
un uomo vero. Succede inoltre
che il padre machista, quando il
ragazzo compie 15 o 16 anni, lo porti
con sé ad un bordello affinché abbia
la sua prima relazione sessuale».
Dunque ci sono bordelli a Villa El
Salvador?
«Certamente. A Villa ci sono parecchi
bordelli clandestini. I più comuni
sono case d’appuntamento,
nelle quali tu entri pagando un sol
(mezzo euro, ndr), per assistere ad
un ballo. Entri e trovi ragazze adolescenti
di 14, 15 o 16 anni che ballano
per te. Paghi un altro sol e vedi
ballare le ragazze completamente
nude. Quando termina il ballo, le ragazze
si avvicinano a te per farti consumare
una bevanda; e più consumi
e più hai diritto a tenere con te una
ragazza.
Le ragazze lavorano per una persona,
che di norma è il padrone del
night club. Il loro compito è di spingere
i clienti a comprare da bere, sigarette
e (ovviamente!) droga. Più
questi consumano, più le ragazze
guadagnano. Se poi il cliente vuole
avere una relazione sessuale, deve
andare dal padrone a contrattare il
prezzo.
A Villa El Salvador, ci sono molti
luoghi così, senza alcun permesso legale.
Puoi girare di notte per alcune
strade e vedere tu stesso. Ti invitano
ad entrare, gridando che per un sol
ci sono ballerine nude.
Sono veramente tante le ragazze
che si prostituiscono. Le zone più a
rischio di Lima sono El Cercado, La
Victoria, El Callao, Chorrillos e, appunto,
Villa El Salvador.
In città ci sono bordelli legali con
tutti i necessari controlli sanitari e
dove non si trovano adolescenti, ma
nelle zone povere della periferia è un
altro discorso. Noi, nel nostro lavoro
di lotta all’Aids, siamo entrati come
clienti ed abbiamo chiesto se (almeno)
si vendessero preservativi.
No, neanche questo. Locali così a
Villa ce ne saranno una ventina».
E la polizia non interviene?
«Ma anche i poliziotti frequentano
questi locali! Una volta eravamo
dentro uno di questi bordelli, quando
abbiamo visto arrivare una macchina
della polizia. Le ragazze sono
entrate nella loro auto e se ne sono
andate via insieme. Il padrone le offre
ai poliziotti per non avere problemi».
Ma perché le ragazze si prostituiscono?
«Per denaro, non può esserci altra
ragione».
Vi sono quindi grandi interessi
commerciali intorno all’adolescenza?
«Oh, certo! Immaginati che i night
clubs aprono normalmente alle
6 del pomeriggio e chiudono alle 4
o 5 del mattino.
Un ballo dura tre minuti, ed ogni
tre minuti entra una decina di giovani.
Alcuni si fermano a bere e altri
no. In ogni locale ci saranno 8 o
10 ragazze ed alcuni hanno anche
delle stanze, nascoste normalmente
dietro il bagno, per favorire le relazioni
sessuali».
Dove si iniziano i giovani alla sessualità?
«Nelle discoteche. In alcune danno
il permesso di entrare anche agli
adolescenti e, dopo aver bevuto
qualche cosa, si iniziano. Oltre a
questo c’è poi il diffusissimo problema
della violenza sessuale: il padre,
il vicino di casa, lo zio. Ce ne sono
tanti di casi così!».
Ci sono molte ragazze che rimangono incinte? E aborti?
«Si dice che ogni 10 ragazze adolescenti,
3 o 4 rimangano incinte e di
queste la metà abortiscono».
Dove abortiscono?
«In Perù è proibito abortire. Però
ci sono levatrici o medici che si prestano.
E poi ostetriche e perfino studenti
di medicina. E le ragazze abortiscono
in luoghi non adatti e in
condizioni terribili».
Violenza su violenza?
«Sì, violenza su violenza. Il tutto
mediato dai soldi. Per esempio, a
Villa El Salvador abortire con un
medico costa fra 200 e 400 dollari.
E poi anche in questo caso i giovani
sono soli. Al massimo, si accompagnano
fra loro, con un’amica o il ragazzo».
E i genitori dove vivono? In un altro
mondo?
«I genitori sono troppo occupati
a ingegnarsi per mettere insieme il
pranzo con la cena».
Sì, immagino. Ma volevo dire che
alla fine gli adolescenti si trovano
ad affrontare il mondo da soli.
«È così. L’errore è che né i genitori
né i professori ti parlano di queste
problematiche e, quando la sessualità
comincia a svegliarsi, sono
solo gli amici che ti consigliano. Gli
adolescenti trovano risposte (inadeguate)
solo da loro coetanei».
C’è omosessualità?
«Sì, anche l’omosessualità esiste
ed è molto violenta. Pochi giorni fa
stavo accompagnando al poliambulatorio
del ministero della Sanità un
ragazzo omosessuale adolescente e
lui mi raccontava di essere stato violentato
a scuola. Ci sono poi casi di
abusi in famiglia, nelle feste, durante
il servizio militare».
Sempre violenza. Perché?
«La perdita di valori è una delle
cause principali. Se vuoi parlare agli
adolescenti di sessualità, di gravidanza,
di malattie a trasmissione
sessuale, di Aids, devi partire dai valori.
Soltanto così potrai ottenere risultati».
Spiegati meglio…
«A mio modo di vedere non bisogna
fare campagne informative incentrate
esclusivamente su alcuni aspetti.
Non basta uscire nelle strade
per ricordare di come ci si protegge
dall’Aids. Meno ancora si deve parlare
in senso costrittivo e magari dire
che le ragazze devono arrivare
vergini al matrimonio.
No, questo non serve. Bisogna iniziare
a parlare degli affetti, bisogna
lavorare sui valori, sul rispetto
di se stessi e degli altri, magari con
messaggi del tipo : “io mi voglio bene,
e tu ti vuoi bene?” Prima i valori,
poi la sessualità».
Al secondo litro di birra la testa
cominciava a girare, gli occhi
bruciavano per la strana illuminazione
azzurrognola e le parole
della signora Isabel si ammassavano
in testa, confondendosi con la musica
assordante del «Video-Pub».
Non volevo creare problemi e, d’altra
parte, non potevo neanche pensare
di accendere il registratore in
quell’ambiente.
Le chiesi: «Verrebbe domani mattina
a fare colazione con noi per continuare
la chiacchierata?».
Accettò di buon grado e la mattina
successiva eravamo puntuali alle
10 davanti alla baracca. Ne uscì una
signora vestita in modo elegante, sobriamente
truccata, con due grandi
occhiali neri che le nascondevano lo
sguardo. La signora Isabel (che finalmente
potevo vedere bene) era
sulla quarantina.
Dopo esserci consultati, scegliemmo
un locale verso le spiagge, appena
sotto la città pre-incaica di Pachacamac.
Si poteva fare colazione
all’aperto, con maiale arrosto e
caffè. Insomma, era il locale giusto
per chiacchierare indisturbati.
Come ha iniziato, signora Isabel?
«Come ho iniziato? A 20 anni, nel
Botecito (postribolo legale nel Callao,
porto di Lima, ndr).
Fu a causa di un incidente. Dovevo
operarmi ad un occhio e mi stavano
per buttare fuori dal lavoro di
centralinista in un ufficio. A causa di
questo pericolo, mi misi a lavorare
ancora di più, perché avevo già due
bambine. Ma un giorno chiesi ad una
amica che faceva “il lavoro” di
portarmi con lei.
Un sabato andai con lei e, visto
che ero una novellina, mi drogarono.
Mi dettero delle pastiglie e quel
giorno guadagnai come in un mese
intero da centralinista. La domenica
tornai e guadagnai come tre mesi di lavoro. Mi facevo chiamare Isabel
e il numero della stanza era il
13. Lasciai l’ufficio. Guadagnavo
molto bene. Lavoravo dalle 3 del
pomeriggio alle 11 di notte.
Con quel denaro mantenni le mie
due figlie, aiutai i miei due nonni,
comprai la casa ai miei fratelli, e assistetti
fino ad interrarle le mie zie e
mia madre. Riuscii ad evitare tutti i
vizi, nonostante che le mie compagne
di lavoro mi tentassero continuamente.
Grazie a Dio, ogni 15 giorni eravamo
sottoposte ad una visita medica,
il pap-test ogni tre mesi. Ci insegnavano
come proteggerci. In questo
modo e grazie alle mie
precauzioni, non contrassi alcuna
malattia. Grazie a Dio!
Alcune delle mie compagne invece
si ammalarono. Per guadagnare
qualche soldo in più permettevano
ai clienti di non usare il preservativo.
La mia idea, da sempre, è che
prima di tutto bisogna amare se stessi
e stimarsi. Io mi amavo e mi stimavo
e sapevo di fare quel lavoro
per le mie figlie. Sono sempre stata
prima madre che donna».
Quando ha conosciuto l’Aids?
«Nel 1991 un’amica risultò affetta
dal virus. Quando me ne resi conto,
mi feci tre volte le analisi che furono
sempre negative. Sempre grazie
a Dio».
Quando ha aperto il locale di Villa
El Salvador?
«Abbandonai il lavoro due anni
fa, quando avevo 40 anni. E con i risparmi
accumulati aprii questo posto.
L’idea iniziale era di creare un
locale per le coppie, un night club.
Lo inaugurai. Però le cose non andavano
bene, perché venivano uomini
a chiedere ragazze ed ancora
ragazze. Cercai quindi le ragazze».
Come le cerca?
«Vado alla Chancheria (il mercato
centrale della città, ndr). Metto un
avviso del tipo “si cercano ragazze
per servizio al pubblico” e, quando
arrivano, spiego loro di cosa si tratta.
A volte mi portano delle ragazze
e a questi intermediari pago 20
soles».
Ci sono molte ragazze che vogliono
fare questo lavoro?
«Parecchie. Io sono arrivata ad avee
10. Però adesso il lavoro è diminuito
ed ho solo 4 signorine».
Come mai ragazze tanto giovani
arrivano a prostituirsi?
«Perché hanno bisogno di soldi».
Quanto rimangono le ragazze nel
suo locale?
«Queste che lavorano adesso, le
ho da circa 6 mesi. Altre se ne sono
andate, perché io non sopporto che
abbiano dei “protettori”, che venga
un uomo a prendere i loro soldi.
No, questo non mi piace. Non mi
piace, perché è come se lo facessero
a me. Io insegno loro che devono
lavorare per se stesse, per comprarsi
quello che desiderano: un
terreno per la loro casa, il televisore,
i vestiti.
Mi sono capitate anche ragazze
delinquenti, che hanno tentato di
rubare ai clienti e questo non mi va.
Io voglio solo gente onesta».
Signora Isabel, ha avuto anche ragazze
minorenni?
«Una volta arrivò da me una ragazza,
raccontandomi che non aveva
né madre né padre. Dimostrava
vent’anni. Però un giorno un cliente
mi disse: “Signora, conosco questa
ragazza: ha 15 anni!”. “Che cosa
dice ?”. Corsi subito a cercare la famiglia
e trovai i suoi genitori.
Chiesi a loro : “Avete una figlia di
nome Bony?”. “No”, mi risposero.
Allora tirai fuori una foto e loro la riconobbero.
Raccontai tutto, ma non
se la presero con me. Il padre venne
a portarsi via la figlia. Immaginati
che questa ragazzina, prima di lavorare
con me lavorava già a San Juan
de Miraflores».
Come funziona il suo locale?
«Funziona così: io garantisco un
minimo di 10 soles (circa 4 euro) a
notte. Per ogni caraffa di sangrilla o
di birra che riescono a vendere do
loro altri 5 soles. Più le persone bevono
più loro guadagnano: per questo
sono affettuose con i clienti.
Qui vengono uomini di tutti i tipi:
ingegneri e medici di Lima, falegnami
e delinquenti. Io do loro un buon
servizio; la gente che viene qui ha
soldi».
E se una persona vuole di più?
«Se uno poi vuole il servizio totale,
deve pagare 50 soles, 25 per la casa
e 25 per la ragazza. E io la proteggo».
Perché è aumentata tanto la prostituzione?
«Colpa del Chino Fujimori. Ha liberalizzato
l’apertura di locali “turistici”.
Ha distrutto il mondo del lavoro…
E poi, per una ragazza sopra
i 25 anni, non c’è lavoro».
Come vede la situazione della
prostituzione a Villa El Salvador?
«Fatti di notte una passeggiata per
la Chancheria. Le ragazzine si offrono
per pochi soldi, con 6 soles (poco
più di 2 euro, ndr), ti porti via una
quindicenne. Oltre a questo, ci
sono tanti locali come il mio, forse
una ventina, e tutti gli alberghi a ore».
E i genitori delle ragazze che «lavorano», cosa sanno, cosa dicono?
«I genitori non possono non sapere,
perché le ragazze portano soldi
in casa. E poi, se una ragazzina di
15 anni si compra pantaloni di marca,
se ha un telefono cellulare, cosa
possono pensare i genitori? No, i genitori
sanno, ma le ragazze portano
a casa i soldi per mangiare e devono
rimanere in silenzio».
A quanti anni una bambina ha le
sue prime relazioni sessuali?
«A 12. Scappano alla spiaggia. La
mamma lo sa, ma a molte madri non
interessano le figlie, solo i soldi».
C’è molta violenza verso le donne?
«Certamente. Ma non nel mio locale.
Qui la polizia non ci da fastidio
perché le ragazze sono vestite e non
nude come in altri locali. A me non
piace che stiano senza vestiti. È
brutto. E poi non è necessario che
siano nude per far bere gli uomini.
Negli altri locali è diverso. Ai padroni
non interessano le loro ragazze,
perché sono uomini.
Io, in quanto donna e madre, le
capisco di più. Porto le mie ragazze
ai controlli presso il Centro di salute.
Ogni ragazza ha il suo carnet
bianco ed anch’io».
Ci sono molti aborti?
«Anche a questa domanda debbo
rispondere di sì. Che debbono fare?
Una ragazza, che lavorava con me, a
19 anni aveva già due figli ed il secondo
voleva regalarlo. Molte volte
queste sventurate non conoscono
neanche chi sia il padre. Come fanno
ad allevare e mantenere i figli?».
Continuammo a parlare per un
paio d’ore e, a testimonianza
di questo, ho qui davanti a me
due cassette da sbobinare con la storia
di Isabel, violentata dal padre,
sposata a 12 anni, con due figli a 15,
divorziata a 18, prostituta a 20, tenutaria
di un bordello a 40.
Isabel, donna di gran fede, di gran
onore e con una sua morale. Isabel,
prostituta che fece studiare le figlie
in una scuola di monache per proteggerle.
Isabel, sfruttatrice di ragazze,
donna forte e sicura, a suo
modo femminista. Isabel, con una
coscienza sociale e politica, un po’
simbolo delle contraddizioni della
povertà. Non riesco a dare giudizi
morali fin troppo facili ed inutili,
ma la vita è dura per l’umanità meno
fortunata e più debole. E fra i deboli
del Terzo mondo, i ragazzi adolescenti
sono coloro che più sono
quotidianamente in pericolo. E
fra loro le ragazze sono vittime spesso
predestinate: madri o prostitute
a 15 anni.
Quasi mai ragazze, quasi
sempre vittime.

(*) Guido Sattin è il medico che
cura la seguitissima rubrica «Come
sta Fatou?».

«Macché sfruttate»
Milano. (…) Victoria fa da sè decisamente e rappresenta
una faccia inedita del fenomeno prostituzione,
finora sconosciuta o meglio nascosta ad
arte. Incrociamo il suo faccino 20enne da modella
alla stazione di Milano (…). Il freddo non ti pesa?,
le chiedo (…). Mi risponde che sulla strada si fanno
più soldi più in fretta, e che in poche ore di sacrificio
mette insieme quanto faceva a Praga in 10
mesi. (…) Per chi si aspettava di trovare donne picchiate,
sfruttate, stuprate, o comunque molto infelici
della proporia condizione, l’impatto con la strada
non è dei più decifrabili. Victoria non è un caso
limite, la prostituzione è anche questo. (…) La maggioranza
di quelle contattate qui vivono in appartamento
oppure in albergo. Se gli offri un impiego da
domestica o da segretaria rifiutano guardandoti
come un poveraccio. (…)
Quanto alle schiave (…) siamo molto lontani dal
100% di straniere in catene (e 40% di minorenni
stuprate) sul totale, sovrastimato dal fondamentalismo
di don Benzi nella sua proposta di legge anticlienti,
o dall’80% di sfruttate dei dati Caritas.

Francesco Ruggeri sul quotidiano «Libero»,
27 gennaio 2002

Guido Sattin