DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Questo sito, per scelta, NON fa pubblicità, NON richiede registrazioni di sorta, NON è a pagamento.

* Per non fare concorrenza «sleale» alla copia stampata,

la nuova rivista è online dalle prime ore del 16° giorno di ogni mese di uscita.

TERRORISMO, KAMIKAZE E LIBERTA’ RELIGIOSA


I mortali attentati contro gli Stati Uniti e i
bombardamenti in Afghanistan, il corano e i «kamikaze» suicidi, la
pressione sui cristiani che vivono in paesi islamici, ecc. La parola ad
alcuni fedeli di Allah in Italia.


 

Abbiamo rivolto
qualche domanda ad alcuni stranieri, di religione islamica, sulla
situazione creatasi nel mondo dopo l’attacco terroristico contro gli Stati
Uniti e la guerra nell’Afghanistan dei talebani per catturare Bin Laden.

Abbiamo
intervistato:

– Vida Bardiyaz, una signora dell’Iran;
– Olabi Rawaa,
una signora della Siria;

– Chioua Moktar,

un signore
dell’Algeria;

– Saafi Rachid Ben Ajmi,

un signore della
Tunisia;


El Moutaquakil Naima,
una
signora del Marocco.

 

 


Che cosa pensa degli
attentati dell’11 settembre contro gli Stati Uniti?

 Vida:
Si tratta
di un atto puramente terroristico, anche se è una reazione alla politica
americana.

Olabi: Gli attentati
contro gli Usa sono stati atti barbarici, compiuti da individui
sicuramente squilibrati, disumani e pieni di odio verso tutto e tutti. Non
è certamente il terrorismo la via migliore per raggiungere obiettivi
positivi.


Chioua:

Il terrore non è il
mezzo giusto per risolvere i problemi politici e sociali. Ci vuole il
dialogo, ma un dialogo in cui ambo le parti siano pronte ad ascoltare.
Secondo me l’attacco alle torri gemelle è stata una reazione estrema e
disperata verso un nemico più forte e, nello stesso tempo, prepotente ed
arrogante. La forza economica e militare di un paese deve obbligare anche
a maggiori responsabilità verso la comunità internazionale. È
nell’assumere tale responsabilità in modo giusto che si vede la vera forza
di un paese. Gli Stati Uniti, quale nazione più forte del mondo, devono
ascoltare anche gli altri popoli e rispettarli.


Saafi:

Gli atti terroristici non sono permessi dalla fede islamica, perché il
corano afferma chiaramente che chi uccide un innocente è come se uccidesse
tutta l’umanità: quindi è un peccato gravissimo.


El Moutaquakil:

Mi sono spaventata perché ho pensato: «Adesso gli americani si
vendicheranno e la loro vendetta sarà tremenda». Mi dispiace molto per
quelli che sono morti. Mi chiedo perché gli americani debbano puntare il
dito contro di noi, arabi, per quell’attentato. Io non credo che l’abbiano
fatto gli arabi, e nemmeno Bin Laden: se fosse stato lui, lo avrebbe
ammesso.

 


Come giudica i
bombardamenti e la guerra degli Stati Uniti in Afghanistan?

 Vida:
I
bombardamenti e la guerra non sono la risposta giusta, perché secondo me
Bin Laden non è in Afghanistan. Ma, anche se ci fosse, bombardare la
povera gente per abbattere un regime o per uccidere un terrorista non ha
senso… Noi siamo all’oscuro delle vere ragioni delle azioni militari in
corso.


Olabi:

Sono contraria ai
bombardamenti indiscriminati che coinvolgono la popolazione civile afghana.
Se fosse possibile una «estirpazione chirurgica» per combattere soltanto i
terroristi… ma questo purtroppo è molto difficile, se non impossibile.
Secondo me, bisogna puntare sulla prevenzione.


Chioua:

La reazione dell’America è molto esagerata. Ho paura che, così facendo, si
produca una spirale di violenza. Un proverbio arabo dice: il più forte è
colui che sa offrire il perdono.

Saafi: Sono
assolutamente contro questa guerra degli Usa, perché gli americani non
hanno alcun diritto di reagire così contro la popolazione afghana, se non
con l’autorizzazione della comunità internazionale.


El Moutaquakil:

Con i bombardamenti si semina solo altro odio. Non si può bombardare un
intero paese per catturare una singola persona; si bombarda per occupare
un paese. Speriamo solo che la guerra finisca in fretta e non rechi alla
popolazione afghana danni maggiori di quelli già fatti.

 


Alla luce della fede
islamica e del corano, come spiegare gli atti dei «kamikaze» suicidi
contro innocenti?

 Vida:
Gli atti
dei kamikaze si spiegano come una strumentalizzazione della religione. Chi
strumentalizza la religione interpreta il corano secondo la propria
convenienza. Quelle dei kamikaze sono azioni folli e, come ho già
affermato, puramente terroristiche.


Olabi:

Nel corano chi si suicida è un miscredente. Nell’islam la guerra è
bandita; è accettata solo per ragioni di difesa. Il termine jihad comporta
la diffusione della parola di Allah. Si incomincia con se stessi:
comprendere e accettare la Parola è un insegnamento di Muhammad, il
profeta; poi si va verso gli altri sotto la guida di un califfo. In caso
di guerra, è vietato attaccare civili innocenti e persone indifese. Non si
può tagliare neanche un ramo d’albero!


Chioua:

Il termine «guerra santa» non esiste e non è mai esistito nella religione
musulmana. Il corano prevede la convivenza pacifica fra i popoli. L’islam
è una religione di pace. Ma per ınteressi politici personali si
strumentalizza la religione: così facendo, però, si negano i principi
religiosi e ci si allontana da Dio. La religione islamica vieta il
suicidio.


Saafi:

Il suicidio è un
peccato assai grave, perché noi non siamo padroni della vita. È Dio che
decide quando bisogna morire. Ma, in caso di guerra dichiarata, un soldato
può sacrificare la propria vita per recare il maggior danno possibile al
nemico. Si offre la propria vita per difendere quella altrui; si sacrifica
l’esistenza per la patria.


El Moutaquakil:

Il corano è contro l’assassinio e il suicidio. Accetta il sacrificio della
vita solo quando si difende la propria terra; ma, anche in questo caso,
non si possono uccidere gli innocenti.

 

 I
cristiani in paesi islamici (Pakistan, Arabia Saudita, Indonesia, Sudan,
ecc.) affermano di subire forti pressioni, di non essere liberi di
professare il loro credo, mentre in Occidente tutti godono di libertà
religiosa. Lei che ne pensa?

 Vida:
Io non sono una credente, anche se vengo da una famiglia musulmana che
vive secondo le regole dell’islam. Sono stata sempre molto critica verso
tutte le religioni, soprattutto l’islam, perché ho visto come ha
trasformato il mio paese in una società che non mi piace; non mi piace
specialmente la condizione della donna. Per quanto riguarda la tolleranza
religiosa, tutto dipende dai vari paesi. Ci sono nazioni islamiche
tolleranti verso le altre religioni.


Olabi:

Io non credo che i
cristiani siano perseguitati nei paesi islamici. Nella mia città Aleppo
(Siria), per esempio, esiste una minoranza armeno-ortodossa, ci sono
cristiani ed ebrei che vivono benissimo con noi musulmani, professando la
loro religione senza paura di nessuno… Una volta il profeta Muhammad
ricevette una delegazione di cristiani dello Yemen; quando arrivò l’ora
della preghiera, permise loro di usare una moschea… Le pressioni o
persecuzioni religiose, di cui lei parla, possono succedere soltanto per
ignoranza.


Chioua:

La mancanza di
libertà religiosa non coinvolge tutti i paesi musulmani. La tolleranza
dipende da molte cose. Quando una persona è convinta della verità della
propria religione, non ha paura e non ha bisogno di convincere con la
forza gli altri. Nel mio paese, l’Algeria (come anche in Tunisia), prima
dell’ultimo regime, diversi gruppi religiosi vivevano in pace… Non è
vero che in Occidente si può credere ciò che si vuole, perché si è molto
condizionati. La libertà è apparente, non reale. L’Occidente impone la
propria civiltà ad altri, e questo è sbagliato. Si esige maggiore rispetto
per le culture diverse da quella occidentale. Talora anche il lavoro dei
missionari violenta il cammino naturale di una cultura con elementi
estranei, importati, che possono nuocere alla popolazione.


Saafi:

L’islam permette a tutte le religioni monoteiste di esprimere il loro
credo. I problemi esistenti fra cristiani e musulmani nei vari paesi sono
questioni politiche, non religiose, legate alle condizioni sociali ed
economiche locali. Non è vero che in Occidente c’è parità totale fra
cristiani e musulmani, perché i secondi non hanno gli stessi diritti.


El Moutaquakil:
Racconto
un aneddoto. Il profeta Muhammad aveva un vicino di casa, ebreo, che
continuava a buttare immondizie davanti alla porta dell’inviato di Allah.
Il profeta non disse mai niente, ma pazientemente puliva tutto. Un giorno
notò che non c’era più sporcizia, e neppure il giorno successivo. Allora
il profeta si chiese che cosa fosse successo e seppe che il vicino di casa
era ammalato. L’inviato di Allah andò a trovarlo. L’ebreo si vergognò di
fronte a tanta bontà del profeta e non buttò più immondizia davanti alla
casa.

 

 È
cambiato qualcosa nella sua vita dopo l’11 settembre?

 Vida:
No, non è
cambiato alcunché.


Olabi:

Per ora non è mutato nulla, ma, come molte persone, ho paura
dell’intolleranza religiosa. Io sono musulmana; vorrei costruire per i
miei figli (come lo vogliono anche le mamme cristiane) un futuro di pace e
amore fra i popoli.


Chioua:

No; però ho sentito parlare di reazioni vendicative contro i musulmani
dopo i fatti dell’11 settembre.


Saafi:

Sì, la mia vita è cambiata, perché ho notato un aumento di ostilità, ma
solo da alcune persone. La maggioranza della gente si comporta come prima.
Tutto però dipende da come va a finire questa guerra, se finisce in
fretta… perché i bombardamenti in Afghanistan non combattono il
terrorismo. Di fronte alle azioni sbagliate degli americani, il terrorismo
può aumentare. Sono stati gli Stati Uniti a creare Bin Laden.

Vorrei anche
spiegare che cosa vuol dire la parola jihad. Non vuol dire «guerra santa»,
che è un’invenzione puramente occidentale. Per i cristiani le «guerre
sante» erano le azioni militari contro i musulmani. Jihad letteralmente
vuol dire «sforzo». Il credente deve sforzarsi di combattere il male che
c’è in lui; poi deve sforzarsi di migliorare il proprio ambiente (in
famiglia) e, infine, essere pronto a difendere la sua patria e la
religione.

El Moutaquakil: No,
la mia vita non è cambiata; però mi dà fastidio sentir parlare male degli
arabi e della mia religione.

 

 

 



Sfogliando s’impara (1)

 «Arrivata a metà
del secondo mese di guerra, nel conflitto che fu dichiarato contro
l’Occidente l’11 settembre, la nazione (gli Stati Uniti) che porta il peso
maggiore e paga il prezzo più alto per combatterla in nome di noi tutti
comincia a porsi la domanda che in una democrazia inevitabilmente affiora:
stiamo vincendo? Stiamo combattendo questa guerra giusta nella maniera
giusta?».


Vittorio Zucconi su
«la Repubblica», 26 ottobre 2001

 



Sfogliando s’impara (2)

 «Gli attentati
dell’11 settembre sono la mostruosa carta da visita di un mondo divenuto
folle. Essa potrebbe essere stata scritta da Bin Laden e mandata al
destinatario dai suoi uomini, ma potrebbe anche essere stata firmata dai
fantasmi delle vittime delle guerre americane del passato. I milioni di
morti coreani, vietnamiti, cambogiani… I migliaia di palestinesi morti
combattendo l’occupazione israeliana della Cisgiordania… E quanti (la
lista non è certamente esaustiva) yugoslavi, somali, haitiani, cileni,
nicaraguensi, salvadoregni, dominicani, panamensi sono stati vittime

di terroristi,
dittatori e genocidi?…».


Arundhati Roy
(scrittrice indiana)


su «Jeune Afrique-L’intelligent»
(Francia), 16 ottobre 2001

 

 



Pakistan, incontro con alcuni profughi afghani


 I
TALEBANI HANNO PORTATO PACE E SICUREZZA?

 di
Paolo Moiola

 


Peshawar (frontiera
nord-ovest).

Stringo in mano un
bigliettino datomi da Munir, un ragazzo di Gilgit (*). «A Peshawar va’ a
trovare i miei familiari. Sono commercianti di tappeti», mi ha detto.
Sulla carta è scritto «Khyber bazar, Kamran market». Sembra facile, finché
non vedi il palazzo: ogni stanza è una bottega di tappeti e ogni venditore
vuole trascinarti a vedere la sua mercanzia. Farsi capire, inoltre, non è
impresa delle più facili.

Finalmente trovo la
porta dell’«Afghan Carpets House». Ogni lato della stanza è occupato da
alte pile di tappeti, che sono mercanzia e arredamento a un tempo.

Un uomo dalla folta
capigliatura nera e barba ben curata sta spostando alcuni tappeti; un
altro è seduto per terra intento nella lettura del corano, mentre in un
angolo due ragazzi e un uomo armeggiano con alcuni quadei.

Appena spiego di
essere lì su suggerimento di Munir, l’atteggiamento diventa molto
amichevole. Si fanno le presentazioni: Muhammad Hussain e Karamullah sono
fratelli e gestiscono il negozio del padre. Dall’angolo mi salutano anche
i due ragazzi e l’uomo che è con loro: «I nostri fratelli minori stanno
studiando l’inglese con un maestro».

Muhammad Hussain è
il fratello più vecchio. «La mia famiglia – racconta – lasciò
l’Afghanistan ai tempi del governo comunista. Ora viviamo in Pakistan
lavorando come commercianti. Al mio paese too una volta al mese per
comprare tappeti per i nostri negozi».

Per voi musulmani io
sono un “infedele”. Che significa? «Nella bibbia sta scritto che l’ultimo
profeta chiamerà la gente all’islam. Quelli che accetteranno l’invito
avranno successo nel mondo e dopo; quelli che non saranno musulmani
saranno messi all’inferno. Nel sacro corano Allah onnipotente dice: “Io
sono contento con l’islam come tua religione”. In un altro passo del libro
sacro Allah afferma: “Io ho completato la tua religione: essa è una
religione perfetta. È la migliore delle religioni. Una religione diversa
dall’islam non è accettabile”». Allora, obietto, gli islamici non possono
tollerare la presenza di religioni diverse dalla loro? «In accordo con
quanto scritto nel sacro corano, nessuna religione è accettabile al di
fuori dell’islam. Tuttavia, in Pakistan musulmani e cristiani vivono in
pace».

 

Karamullah è sposato
e ha due bambini. Non porta la barba, ma soltanto un paio di baffetti che
non dissimulano la giovane età. Il profugo afghano non nasconde la propria
simpatia per i talebani al potere a Kabul: «Questa gente ha portato la
sharia nel paese e con essa pace e sicurezza. Nelle province dei talebani
ogni persona si sente tranquilla, mentre nelle aree sotto il controllo di
Massud non c’è sicurezza».

I due giovani
studenti, ormai distratti dalla mia presenza, si avvicinano portando
bicchieri fumanti, colmi di un tè che riempie la stanza di profumi
speziati.

Tra un sorso e
l’altro, chiedo di spiegarmi la condizione delle donne nei paesi islamici.
«I diritti delle donne – dice Karamullah sforzandosi di trovare le parole
inglesi più adatte – non sono quelli che vengono esaltati nei paesi
occidentali. L’islam ha attribuito diritti sufficienti alle donne, perché
Allah misericordioso, creatore di tutti gli uomini, conosce bene ciò che è
giusto fare. La donna ha una grande dignità nella società islamica. I
figli crescono nelle braccia delle madri e ricevono molto amore. Tra le
mura di casa la donna agisce come un capo assoluto. Il marito invece
lavora all’esterno in condizioni diverse. Tutto ciò che guadagna lo porta
in famiglia. In molte società non musulmane le donne sono considerate come
animali da utilizzare per la felicità sessuale degli uomini. Il flagello
dell’Aids non è altro che un castigo divino per questi comportamenti».

Alle cinque in punto
Karamullah si interrompe e mi chiede qualche minuto di pausa. Prende il
suo personale tappetino, lo distende, si inginocchia e inizia il rituale
della preghiera. Terminato il suo dovere di buon musulmano, torna a
conversare con me.

Non ti sembra – gli
chiedo – che la sharia sia uno strumento disumano che rende la punizione
molto simile alla vendetta? «No, la sharia è giusta! Quando ad un ladro
viene tagliata una mano, non è solo una punizione, ma anche un esempio per
far comprendere agli altri che rubare è male». 

Obietto che il male
è anche altrove: per esempio, nella corsa alle armi nucleari intrapresa da
Pakistan e India. «I paesi poveri non costruirebbero armi distruttive, se
i paesi coloniali non li incoraggiassero».

Mi accorgo che il
tempo è volato: sono passate più di due ore dal mio arrivo nella bottega
di Hussain e Karamullah. Fuori, è sceso il buio e il grande bazar si è
quasi svuotato. Prima di andarmene, ci abbracciamo come vecchi amici. A
dispetto delle nostre grandi diversità.

 

(*)  Le vicende
raccontate in queste righe sono accadute durante un viaggio in Pakistan
effettuato nel maggio 1998.

Snezana Petrovic