DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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In barba ai “cattolicissimi”

Alla Spagna, l’altro beneficiario della spartizione del globo, toccano l’America e, dopo varie scaramucce, le Filippine. A differenza del Portogallo, che si accontenta di occupare punti strategici lungo le coste, la Spagna cerca di stabilirsi in profondità. Conclusa la conquista comincia l’evangelizzazione sistematica. I re di Spagna s’interessano personalmente dell’amministrazione ed evangelizzazione dei territori. E prendono sul serio gli impegni imposti dal patronato. Dal 1535 al 1592, per esempio, sono inviati nelle colonie 2.682 religiosi e 376 preti diocesani. In un secolo sono create 34 diocesi in America Latina.

Il vangelo in America

«I nostri re ci hanno mandato non per soggiogarvi, ma per insegnarvi la vera religione» dice Cristoforo Colombo agli indigeni de La Española (Haiti), mentre pianta la croce al suolo, prendendo possesso dell’isola in nome dei re di Spagna. Una promessa mantenuta solo per metà: di fatto gli indigeni verranno soggiogati; quanto all’insegnamento della vera religione è tutto merito dell’azione della chiesa.
Le Antille sono le prime a ricevere coloni e missionari: una quindicina di francescani (1502), seguiti da un gruppo di domenicani. Nel 1511 vi sono già tre diocesi. Ma non è una facile impresa. I missionari si scontrano spesso con i propri compatrioti: soldati, mercanti, avventurieri d’ogni risma che, di per sé, non sono ostili alla religione, anzi. Ma della religione hanno un concetto talmente distorto, da non saper più distinguere tra fede e cupidigia, tra devozione e istinto. Per il fatto di essere cristiani, si sentono autorizzati a sottomettere chiunque e con qualsiasi mezzo.
Nell’intento di reperire manodopera per la coltivazione delle terre occupate e il lavoro nelle miniere, la Corona propone l’istituzione di un sistema già collaudato in patria: l’encomienda. Ai proprietari terrieri viene dato un certo numero di indigeni con l’impegno di nutrirli, proteggerli e istruirli nella fede cristiana; questi ripagano con il lavoro. I coloni trattano gli indigeni come bestiame umano: deportazioni, smembramenti di famiglie, lavori forzati.
Contro tali abusi insorgono i domenicani. Se ne fa portavoce Antonio de Montesinos: «Non vi salverete più dei turchi. Siete tutti in peccato mortale e in esso vivete e morite, a causa della tirannia con cui trattate questa povera gente» tuona dal pulpito il 21 dicembre 1511. Il fatto è raccontato da Bartolomeo de las Casas, domenicano pure lui, strenuo difensore dei diritti degli indigeni, tanto da meritarsi l’appellativo di «padre e protettore degli indiani».

Nel 1524, due anni dopo la mostruosa conquista operata da Ferdinando Cortés, arrivano in Messico i «dodici apostoli» francescani. A sette anni di distanza, il primo vescovo di Città del Messico, Zumárraga, traccia un bilancio del lavoro svolto: «Un milione di persone sono state battezzate; 500 templi di idoli distrutti; 20 mila dipinti di dèmoni bruciati. Un fatto ancor più meraviglioso: una volta gli abitanti di questa città sacrificavano ogni anno ai loro idoli 20 mila cuori umani; oggi offrono a Dio sacrifici di lode, grazie all’insegnamento e buon esempio dei religiosi». Dopo 15 anni i battezzati erano 6 milioni. La sera i frati andavano a dormire con il «crampo da battesimo». Lo testimonia il più famoso dei «dodici apostoli», Toribio da Benavente, detto Motolinía, cioè il povero.
Ai francescani si uniscono domenicani, agostiniani e, più tardi gesuiti, fondando scuole, ospedali, orfanotrofi e lanciandosi in una spettacolare gara di dedizione e carità. Il cristianesimo viene costruito sulla rovina della religione e cultura azteca, ma non mancarono tentativi di adattamento. Per trasmettere il messaggio del vangelo i missionari sfruttano gusti e attitudini degli indigeni: pitture, teatro religioso, gesti simbolici, splendore del culto ed esuberanza architettonica delle chiese.
A differenza dei conquistatori, i missionari non hanno alcuna intenzione di ispanizzare gli indiani. Fondano le loro missioni lontano dai villaggi dei coloni; imparano le lingue indigene; preparano grammatiche, dizionari e catechismi e tendono a capire in profondità i popoli che evangelizzano.
In questo campo si distingue soprattutto il francescano Beardino da Sahagun: scrive la Storia generale delle cose della Nuova Spagna (Messico), frutto di 40 anni di ricerche sulle antiche usanze religiose azteche; a mano a mano che procede nella descrizione, s’innamora dei popoli descritti, fino a sognare, insieme ad altri missionari, uno stato cristiano e messicano libero dalla colonizzazione. Tale simpatia suscita i sospetti delle autorità; Filippo II fa distruggere tutte le cronache scritte dai missionari. L’opera di Sahagun si salva e sarà pubblicata solo nel XIX secolo.

Altro centro di evangelizzazione è il Perù. Vi arrivano prima i domenicani nel 1531; 13 anni dopo sono già 55. Seguono i francescani (1540), agostiniani, mercedari, gesuiti (1568). Questi si dedicano all’insegnamento e alla linguistica. A Lima viene fondata l’università, centro culturale per tutta l’America Centrale e Meridionale.
L’organizzazione della chiesa in Perù è tutto merito di Toribio de Mogrovejo: conosce la lingua degli incas, il quechua, come quella insegnatagli da sua madre; raduna sinodi e progetta piani pastorali; visita l’immensa diocesi da capo a fondo e a più riprese.
Il Perù diventa centro di irradiazione del vangelo nelle regioni confinanti. Francesco Solano, il «taumaturgo del Nuovo Mondo», evangelizza gli indios dell’Argentina. Gesuiti e francescani penetrano nel Cile e predicano agli araucani. Il domenicano Alfonso di Montenegro fonda la chiesa in Ecuador. San Luigi Bertrand, domenicano, è l’apostolo della Colombia.
Alla fine del secolo XVI, la chiesa è saldamente impiantata in quasi tutto il continente latino americano, con arcidiocesi e diocesi ancora vastissime, ma già in grado di trasformare quelle regioni nel continente più cattolico del mondo.
Nei due secoli seguenti l’evangelizzazione si spinge sempre più nell’interno del continente. Due missionari si distinguono per zelo e santità: il gesuita trentino Francesco Chini (1645-1711) e il francescano spagnolo Junipero Serra. Il primo evangelizza l’Arizzona; il secondo dissemina la costa della Califoia di stazioni missionarie, destinate a diventare grandi metropoli. Entrambi sono onorati come «padri fondatori» degli Stati Uniti.

Il vangelo nelle Filippine

L e Filippine sono raggiunte solo nel 1564; il lavoro missionario si presenta meno difficile e dà subito risultati clamorosi. La nuova città di Manila già manifesta la sua vocazione di capitale cattolica del Pacifico. Nel 1579 è eretta in diocesi, nel 1595 in arcidiocesi con tre suffraganee; i cattolici filippini sono 670 mila. Nel 1611, a Manila, viene fondata l’università «San Tommaso». Nel 1620 i battezzati raggiungono i 2 milioni.
I missionari sono ormai in tutte le isole dell’arcipelago. Nel 1668 alcuni gesuiti fondano una missione nelle isole Marianne (Oceania) e quattro anni dopo padre Diego Luìs de Sanvitores finisce martire: sarà beatificato nel 1985. Altri 12 gesuiti lo seguono nel martirio. Soppressa la Compagnia (1773), subentrano agostiniani e francescani.

LA TRATTA DEGLI SCHIAVI

Che cos’è che ha spinto gli europei a trasformarsi in negrieri? La richiesta di manodopera dei paesi del Nuovo Mondo. Gli indios sono stati decimati e poi non sembrano fatti per i lavori pesanti. I negri invece sono buoni lavoratori.
Nel 1518, si stacca dalle coste del golfo di Guinea il primo carico umano diretto alle Antille. A partire da quell’anno, i viaggi si intensificano a ritmo accelerato. Un’altra «linea» viene aperta più a sud: congiunge l’Angola con il Brasile. Nel secolo XVII, dal solo regno del Congo, vengono deportati un milione di africani. Il monopolio della tratta in principio è in mano ai portoghesi. Ma la domanda è troppo superiore all’offerta e altri stati, Olanda, Spagna, Inghilterra, Danimarca, Francia, istituiscono i loro mercati. Le coste occidentali dell’Africa, dal Senegal all’Angola, sono disseminate di posti di raccolta, ciascuno con la sua bandiera, dove gli schiavi rastrellati nelle razzie vengono valutati, pagati e imbarcati. In cambio degli schiavi, i negrieri bianchi offrono agli schiavisti neri stoffe, utensili, ma soprattutto armi e polvere da sparo. Per fare più schiavi.
Le traversate transoceaniche sono spaventose. Una volta a bordo, gli schiavi vengono ammassati sotto i ponti, incatenati a coppie, caviglia a caviglia, polso a polso. Le donne, invece, sono sciolte, tenute in compartimenti separati. Febbre e dissenteria fanno stragi. I morti vengono gettati in mare.
Ritornando dalle Americhe le navi, con il loro carico di zucchero, cotone, caffè, tabacco e rum, dirigono le loro prue verso l’Europa, per puntare poi ancora sull’Africa, dove altri schiavi sono già in attesa.
Il delirante girotondo ultramarino rallenta solo ai primi dell’ottocento, dopo che il re di Danimarca, nel 1772, ha abolito per primo la tratta; seguono Inghilterra (1807), Spagna (1820), Stati Uniti (1865), Brasile (1888). Con l’accordo di Bruxelles (1890) tutta l’Europa dichiara la tratta degli schiavi illegale.
Ma il bilancio per l’Africa è disastroso: secondo cifre attendibili (e benevole), dai 20 ai 30 milioni di africani sono stati strappati alla loro terra; buona parte periscono nel viaggio di stenti e di crudeltà; gli altri sfruttati fino alla morte. Regni prosperi distrutti o trasformati loro malgrado in mercati di schiavi, pacifiche etnie ridotte in guerra tra di loro, e infine l’immensa diaspora negra, tuttora alienata ed emarginata, degli Stati Uniti, delle Antille e del Sudamerica.

HANNO COSTRUITO L’AMERICA LATINA

Bartolomé de las Casas (1484-1566). Arriva a Santo Domingo nel 1502. Colono, prete, domenicano, vescovo di Chiapas: 82 anni vissuti con passione, lotta con tutti i mezzi (predicazione, relazioni, dibattiti) per difendere la dignità degli indios.

Antonio de Valdivieso (+1550). Domenicano, consacrato vescovo di Nicaragua da Bartolomé de las Casas. Difende gli indios fino a pagare con la vita. È l’Oscar Romero del secolo XVI.

Pedro de Gand (1480-1572). Francescano laico belga, imparentato con Carlo V, arriva in Messico nel 1523; s’innamora degli indigeni e ne sfrutta le inclinazioni alla pittura, musica, danza, teatro per educare i bambini; una cinquantina li trasforma in predicatori e catechisti. Costruisce oltre 100 chiese.

Martín de Valencia (1475-1534). Capo gruppo dei «12 apostoli» francescani, è considerato uno dei padri della chiesa messicana. Muore consumato dal lavoro e dalle penitenze.

Toribio de Benavente (1495-1565). Il più popolare dei «12 apostoli» francescani arrivati in Messico nel 1524. Chiamato Motolinía (il povero), fedele allo spirito francescano, per 45 anni percorre Messico, Guatemala e Nicaragua, predicando, battezzando e prodigandosi per la promozione umana degli indigeni. Fonda la città di Puebla.

Juan de Zumárraga (1468-1548). Primo vescovo di Città del Messico, «difensore degli indios», organizza la chiesa messicana, porta in Messico artigiani e 6 donne per l’educazione delle bambine indiane; fa istallare la prima tipografia nel Nuovo Mondo. Riconosce le apparizioni di N. S. di Guadalupe (1531).

Vasco de Quiroga (1470-1565). Inviato in Messico come giudice (1531), si appassiona alla causa indigena; a 67 anni, ancora laico, è eletto vescovo di Mochoacán. Muore quasi centenario, venerato dagli indios come tatá (padre), è considerato un padre della fede della chiesa messicana.

Beardino de Sahagun (1500-1590). Francescano spagnolo, arriva in Messico nel 1529. Insegna per 40 anni in un collegio, alla formazione degli indigeni e del clero locale. Raccoglie tutto ciò che si riferisce alla vita degli antichi messicani prima dell’arrivo di Cortés. Precursore dell’etnologia.
Alfonso de Montenegro, domenicano, fonda la chiesa in Ecuador.

Pedro de la Peña (1522-1583). Domenicano, missionario in Messico nel 1550; vescovo di Quito (Ecuador) nel 1565. Difende i diritti degli indios, prepara candidati al sacerdozio, ordina preti meticci, obbliga gli encomenderos a rispettare i loro obblighi, comanda ai preti di insegnare agli indigeni agricoltura, allevamento, igiene e medicina. Si attira le ire delle autorità, ma diventa il «fondatore della vita rurale ecuadoriana».

Jeronimo de Loáyza (1498-1575). Domenicano, vescovo di Lima dal 1541, grande organizzatore pastorale, si distingue nella difesa degli indios e dei neri, che definisce «la maggior ricchezza del Perú».

S. Luis Bertrand. Domenicano, in soli 7 anni (1562-69) catechizza, battezza, erige chiese, difende gli indios e opera miracoli: è l’apostolo della Colombia. Schifato degli abusi dei dominatori, torna in Spagna.

Toribio de Mogrovejo (1538-1606). Evangelizzatore laico, a 42 anni è consacrato arcivescovo di Lima (Perù). Organizzatore di sinodi e concili, sempre in cammino per le visite pastorali, oppositore degli abusi di governatori e coloni, conoscitore delle lingue indigene è il più grande vescovo dell’America Latina. Canonizzato nel 1726.

Francesco Solano (1549-1610). Francescano, percorre Argentina, Uruguay e Paraguay, incantando gli indigeni col piffero, amore e santità. Canonizzato nel 1726.

Luis Bolaños (1549-1629). Grande missionario francescano, evangelizza i guaraní del Paraguay. Difensore degli indios, inventa le riducciones e scrive grammatiche e catechismi in guaraní.

Antonio Ruiz di Montoya (1585-1652). Gesuita, organizzatore delle reducciones del Paraguay.

Roque Gonzales (1576-1628). Gesuita paraguayano, appassionato dei guaraní e delle reducciones, è il primo martire nato in Sudamerica. A lui si ispira il film Mission. Beatificato nel 1988, assieme ai compagni martiri Alonso Rodrigues e Juan Castillo.

Pietro Claver (1580-1654). Gesuita catalano, missionario in Colombia, si fa «schiavo degli schiavi per sempre», risvegliandone la dignità. Li evangelizza con sussidi didattici creati da lui stesso, ne impara le lingue, crea numerosi interpreti e battezza oltre 300 mila africani che la crudeltà umana aveva gettato sulle spiagge americane. Impressionante per la sua eroica carità, è canonizzato nel 1888 e dichiarato patrono universale della missione tra i neri.

Eusebio Francesco Chini (1645-1711). Gesuita trentino, sbarca in Messico nel 1681. Studioso, esploratore e viaggiatore, percorre 40.000 km a piedi o a cavallo, alla scoperta della Califoia messicana e dell’Arizona, dove, per 30 anni, evangelizza gli indios di diverse etnie e fonda numerose missioni. Battezza oltre 100 mila indigeni. Una statua in bronzo nel Campidoglio di Washington lo ricorda come «padre e fondatore dell’Arizona», unico italiano tra i grandi degli Stati Uniti.

Junipero Serra (1713-1784). Francescano di Maiorca, approda in Messico nel 1749.
Camminatore infaticabile (20.000 km a piedi), dissemina la Califoia di una dozzina di fiorenti missioni, evangelizza gli indigeni e ne promuove lo sviluppo, introducendo agricoltura e allevamento.
Una statua nel Campidoglio di Washington lo ricorda come «padre degli indiani» e «fondatore della Califoia». Beatificato nel 1988.