DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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Cari Missionari

IL SEGNO DEI CRISTIANI

Egregio Padre,
sovente mi chiedo perché il segno dei cristiani debba ricordare la croce e non
la risurrezione, visto che, come dice Paolo di Tarso, «se Cristo non è
risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra
fede» (1Cor 15,14); non solo, ma la risurrezione include in ogni caso anche la
morte. Dopo due millenni di cristianesimo possibile che non si sia affrontato
l’argomento, al di là delle speculazioni sui primi cristiani? Da un po’ di
tempo quando entro in chiesa mi segno dicendo: «Nel nome del Padre che ha
risuscitato il Figlio per mezzo dello Spirito Santo. Amen». Gradirei un suo
parere in proposito. Grazie.

Vincenzo
Palumbo
Moncalieri (TO)

Caro
Vincenzo,
trovo molto interessante la sua domanda. Credo che la risposta non stia tanto
nella modifica delle parole quanto nella comprensione dei significati nascosti
in quell’umile segno cui siamo così abituati. Due i livelli da considerare: le
parole e il segno.

Le parole.
L’espressione si trova in Mt 28,19: «Battezzandoli nel nome del Padre del
Figlio e dello Spirito Santo». È messa in bocca a Gesù stesso e riflette
certamente il modo di battezzare della comunità cristiana primitiva. Le parole «nel
nome» indicano un rapporto personale, una relazione con qualcuno vivo. Nella
Bibbia il nome è la persona. E certo ricorda la scena di Mosè che chiede a Dio
il suo nome (Es 3,13-14). Conoscere il nome di qualcuno o dare il nome è molto
più della banalizzazione burocratica a cui siamo abituati oggi, quando il nome
diventa una cifra in un computer. È invece entrare in un rapporto personale di
amicizia e di famigliarità. In questo caso è entrare nella comunità trinitaria,
Padre, Figlio e Spirito. Pronunciare quindi queste parole ha una doppia
valenza: è un atto di fede nel Dio Uno e Trino, ma è anche riconoscere con
meraviglia e timore che Dio mi ama e mi accoglie, mi rende parte del calore
della sua famiglia.

Il segno.
Ricorda la croce di Cristo: palo del patibolo, albero della vita, trono della
gloria dal quale Gesù attrae tutti a sé, scala che congiunge cielo e terra,
fontana e sorgente del fiume di acqua viva che rigenera l’umanità nuova,
torchio del vino nuovo. Le citazioni bibliche e patristiche in proposito sono
innumerevoli. Basti ricordare come Giovanni racconta la crocifissione (cfr. Gv
12,32; 3,14; 8,28; 19,16-37). Nella comprensione della fede, la croce non è mai
solo morte, ma è il segno rivelatore del trionfo dell’amore di Dio che nel dono
totale di sé vince una volta per tutte la morte e il peccato. In più questo
segno è carico di altri significati:
– toccandoci la testa, il petto e le braccia ricordiamo l’espressione «amare
Dio (e il prossimo) con tutto il cuore, con tutta la mente e tutte le forze»
(Dt 6,4-5; Mc 12,29-31) e rinnoviamo quindi il nostro impegno di coinvolgere la
totalità della nostra persona – pensieri, affetti e opere (e cose possedute) –
per «fare bene il bene» (Allamano), affinché «vedendo le vostre opere belle
rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,16);


il braccio verticale della croce ci ricorda che nel Crocefisso è ristabilito il
legame, la comunicazione tra cielo e terra, già spezzato col peccato presso il
primo albero (Gn 3,1-6); la croce ci rimette in comunione con Dio;

– il braccio orizzontale ci richiama alla
comunione con gli altri, l’abbraccio di Gesù per tutta l’umanità e per ciascuno
di noi; la croce ci permette di costruire relazioni nuove con tutti gli uomini;

– è
anche scudo di protezione contro la tentazione, contro il male;

– è
segno di speranza perché proclama la vittoria della vita sulla morte, della
luce sulle tenebre, dell’amore sull’odio, della gratuità sull’utilitarismo e il
calcolo.

MC, troppo polemica?

Rev. padre,
da tempo mi porto nel cuore una obiezione che trattenevo per timidezza. Preciso
che nel 1973 fui in contatto con voi per verificare se la vita missionaria
fosse adatta per me […] e così conobbi alcuni dei vostri missionari come p.
Mura Salvatore e p. Vincenzo Pellegrino. La vostra rivista, mi perdoni, è
troppo polemica (virtù che ascrivo ai torinesi e a pochi altri in Italia) in
religione, in politica, in tutto. Si narra che Madre Teresa di Calcutta
dicesse: «Chiedo di lavorare in carità, non guardo i governi». Conosco anche
altre comunità missionarie e nessuno parla di politica. Accetto volentieri una
sua, ma la penso così da decenni.

Lorenzo B.
email, 19/01/2014

Caro
amico,
anzitutto grazie di averci scritto. «La virtù della polemica è da ascriversi ai
torinesi», scrive lei. Vorrebbe proprio dire che in redazione ci siamo
inculturati bene, perché di torinesi veri e propri qui non ce ne sono: tutti
acquisiti! Facezie a parte, mi preme precisare che i missionari della
Consolata, nella loro storia, non hanno mai fatto delle scelte di campo in base
all’approvazione o disapprovazione di un governo o un regime. Hanno sempre
scelto in obbedienza a direttive specifiche di Propaganda Fide o secondo
una lettura dei bisogni oggettivi di un paese alla luce del Vangelo. Con una
scelta preferenziale: i posti più difficili, più poveri, più impegnativi. Basti
pensare all’impegno nel Nord del Congo. Con questo non legittimano situazioni
politiche discutibili, piuttosto vivono il principio che il missionario non è
un agente politico ma un servo del Vangelo.

Il
che non significa che un missionario non faccia politica, perché con le sue
scelte in favore dei poveri, degli esclusi, dei popoli minoritari e delle
periferie, di fatto fa politica. E diventa una spina nel fianco di poteri
ingiusti, illiberali e diseguali, ma anche di quei poteri che in nome della
democrazia in realtà sfruttano e schiavizzano intere popolazioni. Volente o
nolente il missionario fa politica anche quando semplicemente propone la pace
invece della guerra, il perdono invece della vendetta, la gratuità invece del
profitto, il rispetto della diversità invece dell’omologazione, la difesa della
vita per quello che è invece che per quello che rende, la giustizia invece dei
privilegi.

Come
rivista cerchiamo di essere prudenti per non danneggiare chi vive sul terreno e
potrebbe pagare per nostre espressioni troppo esplicite. Preferiamo far parlare
la Chiesa locale, evitando nostre opinioni personali e usando invece documenti
o interviste di religiosi e vescovi dei diversi paesi di cui scriviamo.

Troppo polemici? Non è
nostra intenzione. Cerchiamo il più possibile di offrire un’informazione onesta
e documentata. Riteniamo però alienante parlare di poveri senza affrontare le
cause della povertà, di orfani senza approfondire il perché del loro abbandono,
di malati senza capire perché non hanno cure, di guerre e violenze senza
analizzae le cause immediate e remote. Ci sembra un nostro dovere, scrivendo
su una rivista mensile, fornire un’informazione approfondita e non edulcorata
sulla realtà del mondo.

I non cristiani si salvano?

Mia nipote mi ha posto alcune domande partendo dal fatto
che ha un ragazzo albanese di famiglia musulmana.

La prima domanda è: chi è nato in una nazione non
cristiana e pertanto assume per default la religione del posto,
qualunque essa sia, sarà convinto della sua verità e del suo Dio. Se Dio si
presenta loro in punto di morte e loro non possono accettarlo avendone sempre
avuto un altro, sono tutti destinati all’Infeo? O in un altro caso,
ammettendo che alcuni di loro decidano di accettarlo e questo sia sufficiente
per la salvezza, perché mai noi dovremmo fare tanta fatica per tutta una vita
se poi basta sinceramente pentirsi alla fine?

La seconda domanda è: come sai che qualsiasi libro che
sia stato scritto in materia, Bibbia inclusa, non contenga in parte o in
totalità delle cose non vere visto che non esiste possibilità di verifica?

Figlia della luce
20/12/2013

Cara
lettrice,
noi (cristiani) crediamo che Dio è uno solo: ieri, oggi e sempre, anche quando è
conosciuto sotto nomi differenti. E questo Dio «vuole che tutti gli uomini
siano salvi e giungano alla conoscenza della verità» (1 Tm 2,3-4). E gli uomini
sono fatti per conoscere e amare Dio perché portiamo il suo imprint:
sono fatti a sua immagine e somiglianza. Da sempre nella storia dell’umanità la
fede nell’esistenza di Dio è una dimensione fondamentale di ogni cultura. È
solo negli ultimissimi secoli, e nella nostra cultura occidentale che degli
uomini si sono ufficialmente dichiarati agnostici o atei e sostengono che Dio
non esista e sia solo un’invenzione.

Attraverso
i secoli e i continenti, popoli diversi hanno imparato a conoscere Dio a
tentoni (At 17,24-28) e ciascuno l’ha chiamato secondo la propria lingua,
celebrato con i propri riti e capito secondo la propria teologia. Dalla
comprensione di Dio e dall’esperienza quotidiana, ogni popolo si è dato regole
di vita in base alle quali una persona è considerata giusta, buona e
rispettabile. Parafrasando le parole di s. Paolo nel testo sopra citato,
possiamo dire che seguendo il meglio delle proprie tradizioni umane e religiose
ogni uomo ha potuto realizzare la sua vocazione fondamentale: quella di essere
immagine («stirpe») di Dio (cfr. Gn 1,26).

È
vero che nella storia della Chiesa questa visione è stata spesso dimenticata ed
è prevalsa l’idea che tutti i non battezzati fossero destinati alla dannazione
eterna, con conseguenze anche gravi, come il battesimo forzato dei popoli
latino-americani. Ma il Concilio Vaticano II (1962-1965) ha avuto il merito di
purificare la Chiesa da queste visioni non evangeliche della storia della
salvezza. Basti per questo la costituzione Gaudium et Spes: n.16, sulla
coscienza retta; n.17 sulla libertà; n.58, su Vangelo e culture; oppure Lumen
Gentium
: n.16 sui non cristiani; o la brevissima dichiarazione Nostra
Aetate
firmata da Paolo VI.

Così,
circa la prima domanda, questo è ciò
che si pensa oggi nella Chiesa. Ogni uomo ha una capacità naturale di
relazionarsi con Dio, perché creato da Dio. Ognuno è chiamato a vivere una vita
retta in base alla sua cultura e alla sua coscienza; su questo sarà valutato
e  non su quello che non conosce. Gesù è
morto e risorto per salvare tutti gli uomini di ogni epoca e di ogni angolo del
mondo, non solo chi espressamente lo riconosce e aderisce a lui liberamente e
coscientemente con un atto di fede e col battesimo. La «condanna» è per chi
coscientemente non vive secondo gli standard migliori della sua cultura. Non si
tratta quindi di una decisione all’ultimo minuto per il Dio dei cristiani, ma
di un modo continuo di essere persona degna, onorata e giusta, secondo una
coscienza retta. Ciascuno è chiamato a rispondere per quello che sa, non quello
che ignora senza colpa. Questo vale per il non-cristiano quanto per il
cristiano. Non c’è illuminazione dell’ultimo minuto.

La
seconda domanda: «Chi ci assicura che la Bibbia non contenga
sbagli?».
Nessuno. La Bibbia contiene sbagli scientifici, geografici e storici
perché non è né un libro di storia né di geografia né di scienze. Scritta
nell’arco di oltre 1000 anni, la biblioteca della Bibbia è condizionata dalle
conoscenze degli uomini contemporanei a ciascuno dei suoi libri. Anche dal
punto di vista religioso la Bibbia contiene una progressione tra le idee ed le
esperienze raccontate nei suoi libri più antichi e quelle contenute nei libri
conclusivi come quelli del Nuovo Testamento. Questo perché  non è un unico libro «di religione» scritto
da un solo autore che ne ha poi revisionato attentamente ogni parte per una
perfetta armonizzazione di tutto e l’eliminazione delle contraddizioni o degli
elementi sfavorevoli. La Bibbia riflette il cammino di fede di un popolo che a
fatica è cresciuto nella sua comprensione delle cose di Dio e si racconta,
offrendo ai lettori una testimonianza del proprio cammino spesso faticoso. Fino
alla testimonianza di Gesù Cristo, figlio dell’uomo e figlio di Dio.
Testimonianza ancora una volta affidata alla fragilità di altri uomini.

Come possiamo
verificare allora che la Bibbia dice parole vere su Dio? Prima che un libro di
idee e di dogmi, la Bibbia è un libro di persone che hanno creduto e offrono
liberamente la loro testimonianza su quello che hanno visto, toccato, udito,
incontrato e amato (cfr. 1 Gv 1,1-4), su quello che ha dato senso alla loro
vita. La verità si scopre solo accettando di entrare in relazione con dei
testimoni e attraverso loro con Colui che loro hanno conosciuto e amato.

 

Non sono d’accordo

Carissimo direttore.
Sono un fedelissimo della vostra rivista missionaria e apprezzo sempre leggere
gli articoli sui/dei missionari della Consolata […]. Vorrei farle notare, per
la mia esperienza di missionarietà acquisita sul campo a fianco di padre Noè
(Cereda) nell’isola dei lemuri (Madagascar), che non sono per niente d’accordo
sull’introduzione del suo editoriale «Santa audacia» (gen. 2014) quando
confonde il potere temporale della Chiesa con la vera storia della nostra
cristianità , «con la nostra fede che ha perso sapore per non essere più in
grado di creare Chiese di bellezze straordinaria» … (sic!).

Personalmente credo che Papa Francesco nel suo dire si
riferisca ad altre giornie, ad altre bellezze e ad altra audacia. è un richiamo a essere meno succubi
alle realtà dorate di questo millennio. È il denaro, la ricchezza e la fame di
vanagloria che la nostra società ci presenta come l‘inizio di una felicità
eterna. Riuscire a non farci trascinare nel «così fan tutti» e superare le
barriere di chi sposa il faceto e le tendenze dell’egoismo più sfrenato è
sicuramente l’audacia che ci chiede Papa Francesco. Una frase che ha detto ai
cristiani è sulla bocca di tutti: «I fondatori della chiesa Cattolica non
avevano il libretto degli assegni».

Nel mio piccolo ritengo, senza supponenza, che ne passa
di acqua nella storia fra scelte condivise e oppressioni tipiche del medioevo
verso i più deboli, depredati dai pochi ricchi che avevano anche i privilegi
dello ius primae noctis.

In terra di missione è la fede della gente che fa la
differenza, e non certamente le chiese gotiche che da ai nuovi cristiani la
gioia di amare, la bellezza della loro anima e l’audacia di professarsi
cristiani e distinguersi nel sacrificio verso i propri fratelli a scapito della
loro vita. Da noi è l’egoismo che impera nella società, è l’indifferenza di
tanti nuclei famigliari che davanti a tanti fratelli meno fortunati si chiudono
in «chi se ne frega». L’importante è che a noi non
manchi nulla. Non si può certo fare di ogni erba un fascio dimenticando che per
chi vuol essere «credente» la carità è la massima espressione del cristianesimo
sia nelle parrocchie che nelle missioni sparse in tutto il mondo, una carità
che parte dal cuore e irradia l’universo di gioia, di bellezza e di audacia
senza se e senza ma come tantissime persone impegnate in associazioni che
sacrificano per un messaggio solidale la loro vita per i propri fratelli.

Per chiudere l’argomento credo che le chiese debbano
essere dignitose in ogni parte del mondo, con un imperativo: «Non essere
bellissime scatole, ma senza fedeli». Vuote.

Giovanni
Besana
Missaglia (Lc), 30/01/2014

Caro
Sig. Giovanni,
grazie del suo interessante commento. Mi permetto solo di precisare che la mia
frase è leggermente diversa da come lei l’ha riportata. Scrivevo: «Basti
pensare a molte delle chiese costruite alla fine del secolo scorso, spesso
livellate da un’architettura populista incolore che non ha più neppure l’eco
della giorniosa bellezza e dello slancio audace delle chiese gotiche. Specchio di
una fede che ha perso il sapore, che non osa più». Con quello non intendevo
certo esaltare il potere temporale della Chiesa, ma mi riferivo a un periodo
della nostra storia, il Medioevo, su cui abbiamo delle opinioni diverse. Le
chiese gotiche non sono frutto di un periodo cupo e triste della nostra storia
ma espressione di un mondo pieno di luce, colore, slancio e speranza. Le
comunità cittadine che costruirono tali cattedrali vivevano tempi d’intensa
vitalità economica e culturale e di relativa pace, nei quali, accanto a mura e
castelli, era anche possibile costruire, con il lavoro di tutti, la casa della
comunità, in cui celebrare le feste, dare rifugio ai pellegrini e viandanti,
trovare asilo in tempi di calamità e di abusi da parte dei poteri politici.

Quanto
alle oppressioni verso i deboli da parte di pochi ricchi predatori, credo
proprio che noi oggi abbiamo ben poco da insegnare a riguardo, giacché,
nonostante la crisi economica tocchi tutto il mondo, i ricchi diventano sempre
più ricchi, i poveri impoveriscono sempre di più e la classe media scompare.
Storia di oggi, non del Medioevo. E lo «jus primae noctis» lasciamolo al mondo
delle bufale rinascimentali cui appartiene, come tanti altri luoghi comuni sul
Medioevo come scrive Alessandro Barbero (vedi l’articolo su La Stampa del
28.8.2013, pag. 30-31 e l’intervista su Zenit.org del 16.9.2013). «Tutti quelli
che ne parlano, dalla fine del Medioevo in poi, la associano a un’alterità
barbarica, all’esotismo dei nuovi mondi, o a quell’altro esotismo, di gran
fascino, che è l’esotismo del passato. Ed è il motivo per cui da queste
leggende è così difficile liberarsi. Non importa se da cento anni nessuno
storico serio le ripete più, e se grandi studiosi come Jacques Le Goff hanno
insistito tutta la vita a parlare della luce del Medioevo. Nel nostro
immaginario è troppo forte il piacere di credere che in passato c’è stata
un’epoca tenebrosa, ma che noi ne siamo usciti, e siamo migliori di quelli che
vivevano allora».

La
realtà è che nella storia la costruzione di una cattedrale non ha mai portato
alcuna città alla bancarotta, mentre, ad esempio, certe faraoniche costruzioni
olimpiche hanno invece rovinato delle nazioni.

Rirsponde il Direttore