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1_Orti: Orti Solidali viaggio nel fenomeno dell’«agricoltura sociale»

Agricoltura sociale, istruzioni per l’uso



Nella vecchia fattoria

Produrre cibo pulito e sano, favorendo al tempo stesso
la riabilitazione e l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate: disabili,
immigrati, minori a rischio… Sono questi gli obiettivi dell’«agricoltura sociale»,
una pratica che si sta diffondendo in tutta Europa e che in Italia ha già messo
a segno un migliaio di progetti. Tra le regioni in pole position nel settore, il
Piemonte, che nella provincia di Torino ha avviato importanti esperienze di
questo tipo. Siamo andati a conoscerle.

Secondo la definizione del professor Saverio Senni,
docente di Economia e politica dello sviluppo rurale all’Università della
Tuscia (Viterbo) e tra i massimi esperti sul tema, l’agricoltura sociale
consiste in «un insieme di attività a carattere agricolo in senso lato –
coltivazione, allevamento, selvicoltura, trasformazione dei prodotti
alimentari, agriturismo, ecc. – con l’esplicito proposito di generare benefici
per fasce particolari della popolazione». Oltre a produrre beni agroalimentari,
questa pratica svolge dunque una funzione di servizio alle persone, in cui le
attività e il contesto rurale sono rivolti ad alleviare il disagio delle
categorie più svantaggiate: minori a rischio, immigrati, portatori di handicap
fisici o intellettivi, malati psichici, tossicodipendenti, detenuti, ecc.
L’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) riconosce
questo tipo di agricoltura come una pratica «multifunzionale» che contribuisce
a più obiettivi sociali: terapeutici – si pensi a esperienze quali pet
therapy
, ippoterapia, onoterapia … – formativi, di inserimento
professionale o di «semplice» benessere, per individui a rischio di esclusione
e con un basso potere contrattuale sul mercato del lavoro. L’agricoltura sociale
ha dunque una valenza etica e risponde al modello di «impresa con finalità
sociale», indicato dall’economista e premio Nobel Muhammad Yunus: «Un’impresa
capace di porsi obiettivi diversi da quello del profitto personale, in grado di
dedicarsi anche alla risoluzione dei problemi sociali e ambientali».

«Buone pratiche» europee

In Europa esistono oltre 6.000 progetti di agricoltura
sociale, di cui 1.000 solo in Italia. Il primo paese a promuovere questa
pratica è stato l’Olanda – dove l’agricoltura sociale è ufficialmente
riconosciuta dal sistema sanitario nazionale – che conta oggi oltre 800 aziende
attive nel settore. Qui, a partire dagli anni ‘90, gli imprenditori agricoli si
sono dati disponibili per progetti terapeutico-riabilitativi destinati a soggetti
svantaggiati, ricevendo in cambio un’integrazione del proprio reddito in base a
un accordo quadro tra ministero dell’Agricoltura e ministero degli Affari
sociali. Analoghi sistemi di green care si sono diffusi anche in Belgio
e in Norvegia, mentre in Francia hanno preso piede i Jardins de Cocagne:
120 realtà agricole specializzate nella produzione biologica, diffuse su tutto
il territorio nazionale e gestite da realtà no profit che favoriscono
l’inclusione sociale e lavorativa di persone senza fissa dimora, disoccupati di lungo periodo, ecc. A differenza dei
sistemi «nordici», dove un ruolo importante è giocato dai finanziamenti
istituzionali, qui la sostenibilità economica si regge tutta sulla vendita
diretta dei prodotti.

In Italia i soggetti promotori dell’agricoltura sociale
sono per lo più aziende agricole o cornoperative sociali, istituite nel 1991 con
la Legge 381, e arrivate a quota 500 in poco più di un decennio.

La forma di aggregazione più diffusa è la «fattoria
sociale»: una fattoria o un allevamento gestiti da uno o più associati, con la
caratteristica di essere economicamente sostenibile. L’azienda agro-sociale
produce per la vendita sul mercato, ma lo fa in maniera «integrata» e a
vantaggio di soggetti deboli o residenti in aree fragili (montagne, centri
isolati), di solito in collaborazione con le istituzioni pubbliche che
finanziano parte delle attività. In Piemonte, una delle regioni più attive nel
settore, esistono numerose iniziative a partecipazione pubblico-privata, in cui
un ruolo di primo piano è giocato dalle realtà aderenti alla Coldiretti. Molte
di queste interessano la provincia di Torino.

Secondo una recente indagine dell’Associazione italiana
per l’agricoltura biologica (Aiab), nel triennio 2007-2010 il numero delle
fattorie sociali nel nostro paese è passato da 107 a 221 unità. Inoltre è
cresciuta l’incidenza delle aziende agricole sul totale dei soggetti che
praticano l’agricoltura sociale: benché la cornoperativa sociale resti infatti la
forma giuridica più diffusa, il settore agricolo privato ha registrato nel 2010
un aumento del 33% del totale degli operatori, rispetto ad esempio al 25% del
2007, con una massiccia presenza di giovani e donne impiegati nel settore.

L’Abc del contadino solidale

Ma quali sono le caratteristiche dell’agricoltura
sociale che favoriscono i percorsi educativi, di riabilitazione e di
inserimento lavorativo? Innanzi tutto la vita a contatto con la natura, che
permette di muoversi in spazi aperti e non costrittivi. Poi la flessibilità
dell’organizzazione del lavoro in termini sia di orario sia di mansioni,
ottenuta anche attraverso una strutturazione in piccoli gruppi; il metodo
biologico o anche di utilizzo di pratiche agro-eco-compatibili, che bandisce le
sostanze tossiche e consente a chiunque di lavorare in sicurezza; la vendita
diretta, che favorisce gli scambi e fa dell’azienda rurale un luogo aperto e
frequentato dalla cittadinanza; la filiera corta, che garantisce il risparmio
per i consumatori e la valorizzazione del territorio; infine la varietà di compiti
legati al corso dei giorni e delle stagioni, con la possibilità per le persone
accolte di partecipare al ciclo produttivo completo, dalla semina alla vendita.

In un periodo di crisi come questo, inoltre,
l’agricoltura sociale si configura come «un percorso di innovazione sociale che
coinvolge un’ampia gamma di soggetti locali per mobilizzare in modo nuovo le
risorse del territorio, dando risposte utili ai bisogni delle persone e delle
comunità», come chiarisce Francesco Di Iacovo, docente di Economia agraria
all’Università di Pisa e tra i massimi esperti europei del settore: «Oggi
abbiamo bisogno di cambiare, molto e molto rapidamente, per ricostruire
opportunità e senso di futuro», spiega il professore. «Per questo l’agricoltura
sociale, capace di creare al tempo stesso valore economico e valore sociale,
acquista una rilevanza strategica. Essa può funzionare come campo di prova del
cambiamento, per ripensare in modo più ampio i principi di funzionamento delle
comunità locali».

Stefania Garini