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Cuore di sale

Alla scoperta di … paesi, persone: Mozambico

Un uomo determinato. Un’intelligenza dalle mille risorse. Un sacerdote con un cuore enorme. E la passione per la gente. Una convinzione: il popolo deve essere autosufficiente. Il suo segreto: vivere la propria vita fino in fondo. Vita e miracoli di un missionario innamorato.

«C’è qualcosa di molto importante nella vita di ognuno di noi. Ma bisogna saperlo vivere». Padre Amadio Marchiol, missionario della Consolata, classe 1927, questo qualcosa l’ha trovato in un minuscolo villaggio del Mozambico, nella sua popolazione e in un progetto, ambizioso quanto un sogno. Ma uno di quei sogni che la tenacia e la lotta quotidiana portano alla realizzazione.

Primi passi

Friulano di Val del Torre, Sud della Slovenia, tiene a precisare: «A casa nostra si parlava un dialetto sloveno». Alla fine del gennaio 1953 una nave lo porta in Africa, nel Mozambico colonia portoghese.
Padre Marchiol fa esperienza in alcune missioni del paese: Mapinhane, Maimelane, Matola. Luoghi dove rimarrà poco tempo, che però accresceranno il suo bagaglio di esperienze. «A quell’epoca in missione non avevamo mezzi di trasporto, percorrevamo grandi distanze a piedi o talvolta approfittavamo di passaggi, come quelli delle corriere clandestine che trasportavano i migranti». Impara una lingua locale, il xitsua, e perfeziona il portoghese quando lavora a Matola, enorme parrocchia della capitale, popolata dai discendenti dei coloni.
Ma è l’8 dicembre del 1956 che viene destinato a Mambone, piccola località alla foce del fiume Save, sulla costa 600 km a Nord di Maputo. Qui c’era fratel Silvio Petris. Nella zona c’era stato un ciclone (1948) che aveva distrutto la missione, «ancora costruita in capanne», ricorda. Era necessario costruire qualcosa di più solido, pensò il giovane missionario. Dopo aver edificato la casa della missione, fece una scuola.

Il materiale oltre
allo spirituale

Ma padre Amadio non va avanti navigando a vista. In lui subito si presenta la domanda: quali risorse posso trovare per fare una missione? Necessario era trovare un’attività redditizia, che potesse costituire un’entrata di denaro necessaria per realizzare le opere e far funzionare il tutto. Ma anche per creare un volano di sviluppo per migliorare le condizioni di vita della popolazione nella zona.
«Evangelizzare e promuovere anche materialmente, questa è sempre stata la nostra missione» dichiara padre Marchiol.
«Il commercio era già molto sfruttato, l’agricoltura non rendeva». La zona è caratterizzata da siccità endemiche che si alternano a periodi di forte pioggia e inondazioni. Padre Marchiol notò subito le pianure di terreno argilloso a perdita d’occhio. «A Matola avevo visto delle saline e avevo conversato con dei parrocchiani salinari per curiosità». Da qui l’idea: «Una salina può essere utile per me e anche per il popolo». Chiesto il permesso al governo coloniale portoghese, questo risponde nel 1957 con un no: alla missione basta il (magro) sussidio governativo.
Solo nove anni più tardi, lo stesso governo manda un documento: «Il suo progetto è valido e lo consideriamo un beneficio per la popolazione». La pesca era sviluppata e il sale scarseggiava, anche nell’interno del paese.
«Allora andai dai capi tradizionali e spiegai il mio programma. Questi dissero che non si era mai ricavato il sale da quella zona, ma non avevano niente in contrario sul fatto che io tentassi». Così il missionario italiano iniziò su una piccola area a produrre sale dalle acque della Baia Bartolomeo Diaz.

Lotta contro la fame

L’ottuagenario Marchiol racconta, seduto sulla sedia di paglia nella casa dove vive ormai da 50 anni. La sua voce è vibrante e carica di energia e la sua simpatia dirompente. I racconti sono talmente dettagliati, che sembra di vederlo all’opera nel momento stesso.
Negli anni ‘70 si preoccupa anche dell’alimentazione dei suoi parrocchiani. «Avevo in mente un sistema di irrigazione.  Volevo realizzare una risaia, ma è inutile pensare all’agricoltura senza acqua».
La salina avrebbe potuto finanziare parte di questo progetto per la popolazione. Allo stesso tempo dava già lavoro a 40 – 50 persone, a seconda del periodo dell’anno.
«Il progetto risaia fu appoggiato da Mani Tese (Ong di Milano, ndr) che raccolse i soldi necessari per una macchina livellatrice». L’enorme mezzo arrivò a Beira e il padre andò a recuperarla per portarla a Mambone tra mille peripezie.
Ma i superiori del tempo decisero di trasferire Marchiol. «Tutto era pronto, avevo coinvolto tanta gente e promesso che avrebbero prodotto riso». Il missionario punta i piedi e ottiene «un anno di tempo per far partire il progetto».
«Imparai ad usare la macchina e poi insegnai a un giovane che ne divenne responsabile – racconta il padre –. Con essa abbiamo sistemato 60 ettari di terreno, spianando e costruendo i canali di irrigazione. Anche le famiglie si erano impegnate per ripulire le future parcelle da alberi e rovi». Il primo raccolto è un successo.
Poi il padre parte per Muvamba. Ma la gente non è pronta e, lasciata sola, un anno dopo la produzione di riso crolla. I superiori chiedono a Marchiol di tornare a Mambone. «Per voi non toerei, ma per il popolo che ha sofferto sì» è la sua risposta. È il 1973.

La guerra prende
tutto, o quasi

Due anni dopo il Mozambico diventa indipendente, il Frelimo (Fronte di liberazione del Mozambico) al potere, adotta l’ideologia e il pragmatismo marxista-leninista (cfr. MC gennaio 2009, pp. 46-52). Il partito vuole cancellare tutto ciò che è trascendente, spirituale. Tutto quello che è legato alla chiesa. Così le missioni sono nazionalizzate e i missionari radunati nelle città e resi inoperativi oppure espulsi dal paese.
«Volevano la salina, ma la mia salvezza fu che l’avevo registrata come proprietà dell’Imc (Istituto missioni Consolata) e non come chiesa. Chiesi loro se le saline del Mozambico erano nazionalizzate e risposero di no. Così ci lasciarono in pace». Anzi: «La responsabile mi invitò a diventare membro del partito, ma io ringraziai e risposi che ero già di un “partito” e non avevo intenzione di cambiare».
Sono gli anni della sanguinosa guerra civile. La Renamo (Resistenza nazionale del Mozambico), finanziata dall’estero (dai governi segregazionisti dell’Africa australe: Sudafrica e Rhodesia) attua una strategia di devastazione e massacra la popolazione civile. Il sale e i suoi redditi, facevano gola a tutti.
«Eravamo tollerati, ma costretti all’impotenza rendendoci la vita difficile. “Siete un oggetto di contraddizione per il  nostro programma politico” dicevano».
Il governo fece chiudere le chiese comunitarie, non quelle ufficiali. La chiesa principale di Mambone rimase aperta, ma i miliziani segnavano chi la frequentava e questi venivamo estromessi dalle attività produttive.
«La guerra ci bloccava, non riuscivamo a portare via il sale, si poteva solo via mare. Avevamo un contratto con lo Zimbabwe di 300 tonnellate mensili, ma dovemmo desistere».

Gli anni dell’«esilio»

Anche padre Marchiol è costretto a lasciare la missione, quando nel 1981 i guerriglieri della Renamo invadono la missione. Si stabilisce a Beira, seconda città del paese, a 300 km di strada, per sei anni che chiama dell’«esilio». Con lui lavorava fratel Pietro Bertone, che ripiega su Maputo.
La carta vincente diventano i laici. «Lasciai la gestione della salina in mano a Sebastião, insegnante, e a un altro cristiano».
Il padre tornava periodicamente con un piccolo aereo e Sebastião gli consegnava il ricavato di quel periodo.
«Quando andammo in esilio, i cristiani suddivisero il territorio in comunità. E si organizzarono per amministrare le diverse liturgie come potevano. Quando sono tornato, nell’86 ho trovato la chiesa piena zeppa: era tutta gente che subiva la fame, la violenza.  Trovava nella “parola” un momento di forza. Le cerimonie, le messe erano cantate: una meraviglia».
Le comunità si erano «sparse come un incendio». La gente diceva: «Siamo stufi di parole di odio, vogliamo sentire questo messaggio di amore e pace».
Dice Marchiol del popolo vandau, gli abitanti della zona: «Hanno orgoglio della loro etnia, sono uniti. In Sudafrica difficilmente andavano nelle miniere, erano piuttosto domestici molto apprezzati. Sono duri a cambiare, ma quando cambiano sono tenaci».
Il signor Sebastião Nhamunha Nahanda, ex insegnante, è ancora oggi l’amministratore della salina di Mambone.

La salina di Batanhe

A pochi chilometri dalla missione, sul bordo della Baia Bartolomeo Diaz, ci appare un’estensione di 1.300 metri di acque macchiate di rosa, calme, delimitate da bassi muretti di terra e da stretti passaggi ingombrati da mucchi di sale bianchissimo. Su un lato, lungo la strada di accesso 15 grossi magazzini di legno, ognuno dei quali arriva a contenere 200 tonnellate di sale sfuso. Siamo alla salina Batanhe.
Sei mattine su sette, ogni settimana il trattore parte dalla missione alle 6,30 con il suo carico di lavoratori. Altri salgono via via lungo il cammino. Giunti alla salina, il caposquadra Comódo, uomo di fiducia di padre Marchiol, prepara le squadre di tre persone e dà gli incarichi. Tre giorni di estrazione del sale dall’acqua e tre giorni di trasporto nei magazzini, alternati.
«Oggi la salina impiega 37 operai permanenti e 60 lavoratori occasionali pagati settimanalmente» spiega Sebastião. Il salario minimo è di 1.925 meticais (circa 64 euro mensili). L’ex insegnante ha la gestione diretta del personale e delle altre spese, ma anche delle relazioni con i clienti e delle vendite. Poi passa tutto all’economo della missione, padre Adelino Francisco. C’è anche la revisione contabile mensile di un ufficio di Inhambane.
L’acqua della baia è pompata nel canale principale, spiega padre Amadio, poi la si obbliga a percorrere per gravità un lungo percorso a serpentina, e passare in vasche di concentrazione e decantazione.
Questo è necessario affinché si liberi di diversi composti. Nel mare l’acqua è a 4 gradi Baumé, che sono gradi di salinità. Le vasche fanno in modo che la gradazione aumenti fino a 25 gradi, limite raggiunto il quale cristallizza il cloruro di sodio: il sale da cucina. Prima però si è liberata di solfato di ferro e cloruro di calcio (gesso). Per ultimo, a 30 gradi, si forma il solfato di magnesio, che occorre eliminare a mano.
Gli operai, con grandi rastrelli piatti, tirano in secco il sale ormai formato nell’ultima fila di vasche, raggruppandolo in mucchi bianchi come neve che splendono al sole. Il giorno successivo la stessa squadra, con l’ausilio di carretti, trasporta il sale dei mucchi nel magazzino più vicino.

Venne in una notte

«Nella mia vita non avevo visto cicloni, l’ultimo era stato nel 1948» padre Amadio racconta quel giorno nel febbraio del 2000.
«Erano le nove di sera, il bollettino meternorologico indicava la direzione di Inhambane, pensavamo di essere fuori pericolo. Poi è cominciato a soffiare un vento sempre più forte. L’acqua entrava da tutte le parti, tutta la notte, poi il mattino alle dieci si è calmato. Sembrava di uscire in un cimitero. Era tutto rotto. Alla salina quell’onda del mare aveva portato via i muri, livellando tutto. Il ciclone sull’oceano ha prosciugato le spiagge».
I due guardiani erano saliti sulla casa delle pompe, dopo l’onda si sono trovati a centinaia di metri di distanza. Ancora vivi. Uno però aveva perso per sempre la ragione.
«I 14 magazzini erano pieni di sale (circa 2.800 tonnellate): non è rimasto un grano a scavare nel fango. E le strutture in legno distrutte. I pali li abbiamo ritrovati a 5 km di distanza».
Il progetto è devastato, il sale di un anno se l’era ripreso l’oceano. Il momento è critico: potrebbe essere la fine della salina di Batanhe.
«Dissi agli operai: abbiamo perso tutto il lavoro dell’anno scorso. Adesso sarebbe stato il momento di vendere il sale e poi continuare la raccolta. Quindi non so se potremmo darvi il salario mensile.
“Non importa”, risposero,  “andiamo a lavorare anche senza paga: la salina è nostra e se muore moriamo anche noi”».
Così i lavoratori della salina andarono a ripulire e a ricostruire tutto quello che il ciclone aveva distrutto in una notte.
Nell’emergenza padre Marchiol, assieme all’inossidabile e generoso fratel Pietro Bertone, si trovarono di fronte 4.800 persone alluvionate che si erano rifugiate alla missione. Avevano solo 10 sacchi di mais, e iniziarono a chiedere aiuti con il telefono satellitare della missione.
Nonostante il duro colpo, grazie alla popolazione, che crede nel progetto, la salina riesce a sopravvivere e a rinascere.

Un’impresa «sociale»

La salina di Batanhe è oggi un’impresa «sociale» altamente redditizia. Produce un sale di qualità, riconosciuto a livello nazionale e talvolta esportato all’estero.
«Lo comprano commercianti di Inhambane, Beira, Tete, e altre città del paese, ma anche, in minor misura quelli di zona» racconta Sebastião che oggi continua a gestire la salina in prima persona. «Sale di migliore qualità rispetto alle altre saline della zona; con iodio, e sacchi chiusi a macchina. Pulito. È ottimo per consumo umano».
Il mercato è ancora aperto: «È impossibile soddisfare tutti i clienti. Il bisogno di sale è maggiore della richiesta. Non ci sono più le saline di Matola».
Così la salina diventa un progetto che produce profitti che, oltre ad alimentare le necessità della missione di Mambone, sono raccolti in un fondo al quale possono attingere le altre missioni del Mozambico. Senza dimenticare la ricaduta sulle famiglie dei lavoratori.

Venti anni,
per avere la fiducia

Schietto come un bambino, ma profondo come qualcuno che ha fatto grandi cose, padre Marchiol tenta di svelarci il suo segreto: «Nessuno pensava che si potesse produrre sale a Mambone. La gente mi ha dato fiducia, perché ho promesso una cosa e l’ho fatta. Ci ho messo vent’anni. Prima non è stato possibile. Per vent’anni hanno dubitato, poi mi hanno dato fiducia».
Un progetto costruito insieme con loro e per loro: «Lavorano e sono soddisfatti di portare a casa il frutto del loro lavoro».
È riuscito a creare le condizioni per una crescita materiale, oltre che spirituale, a migliorare le condizioni di vita della gente. Questo aumenta anche la dignità e il benessere generale di un popolo. Ma come ha fatto?
«Vedo la mia vita come quella di qualunque individuo: ognuno nella vita ha un programma, ha una vocazione e deve viverla fino in fondo.
Uno che forma una famiglia lo fa per sempre. Così è per la missione. Non bisogna pensare: chi verrà dopo cosa farà? Io devo fare quello che posso con tutte le mie forze. Con questi fratelli devo condividere il bene e il male con l’obiettivo di far crescere le persone».
Tranne alcuni trasferimenti e gli anni di esilio, padre Amadio, ha sempre vissuto a Mambone la sua missione: «La mia fortuna è essere rimasto qui a Mambone per molto tempo. Non solo per mia volontà, questa c’è sempre stata, ma anche grazie all’intervento di colui che mi ha mandato». 

Di Marco Bello

Marco Bello