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LE ORME DI LAETOLI

Museo etnografico / Contemplando una vetrina…

La vetrina in questione racchiude un calco con le orme di un adulto e di un bambino, risalenti agli albori dell’umanità. È uno delle migliaia di oggetti che i missionari della Consolata hanno raccolto in oltre 100 anni di presenza tra popoli e culture diverse e li conservano nel loro Museo. Una autentica «finestra sul mondo».

«Credo che queste orme siano allo stesso livello delle più fantastiche e illuminanti scoperte di questo secolo…». Così si espresse l’antropologo Tim White in un suo rapporto a un gruppo di studiosi ricercatori, e continuò: «Orme come quelle di esseri umani modei. Se ce ne fosse una su una qualsiasi spiaggia, oggi, e si chiedesse a un bambino di quattro anni di cosa si tratti, quel bimbo direbbe subito che si tratta di orme lasciate da qualcuno che camminava. Non le troverebbe differenti da altre centinaia».
Il calco di queste orme lo si può ammirare anche a Torino, Corso Ferrucci 14, nel Museo etnografico dei missionari della Consolata. In un silenzioso angolo di questo ricchissimo museo è obbligatorio fermarsi di fronte a una speciale vetrina, che riporta quanto successe agli albori dell’umanità. È un angolo d’Africa trasportato tra noi, incurante dello sferragliare dei tram e dello stridio delle gomme delle auto transitanti nel corso.
Mi son fermato, per lungo tempo, di fronte a questa vetrina e ho sognato. Ma un sogno vero, accaduto 3 milioni e mezzo di anni fa…

Siamo in una sperdutissima località che oggi i tanzaniani chiamano Laetoli. Il vulcano non troppo distante chiamato Sadiman, ha eruttato un’ennesima fitta nube di ceneri di carbonatite: una sostanza simile a quella di una nostra spiaggia dalla sabbia molto fine.
Sul terreno rimane un sottile strato di poco più di un centimetro. Poi cade la pioggia. La cenere si impregna di acqua, formando come una pastina di cemento fresco. Creature, abitanti nei dintorni, cominciano a muoversi e a imprimere le loro orme su questo strato di ceneri: elefanti, giraffe, antilopi, maiali, lepri, struzzi, uccelli, insetti… e creature umane.
Lo strato di cenere si indurisce presto al sole e, prima che torni a piovere, un’altra eruzione e un’altra ancora in un tempo non lungo, forse poco più di un mese. Lo spessore raggiunge i 20 centimetri. Venti centimetri di polveri vulcaniche in balia del vento, ma anche terreno fertile per la crescita, in tempi dovuti, dei primi licheni.
Passano gli animali e passano anche gli uomini. Sulla regione cade per sempre il silenzio, dopo che i vulcani hanno tuonato per l’ultima volta. E il silenzio dura per 3 milioni e mezzo di anni fino a un certo giorno del 1935.
Quella mattina la valletta verde di Laetoli si sveglia da un sogno. C’è un bianco venuto da Nairobi alla ricerca di qualcosa da incuriosire la fretta degli antropologi, che in tutta l’Africa si danno da fare per scoprire gli «albori dell’umanità». Il suo nome è Louis Leaky, un pastore protestante che ha anche contagiato la moglie Mary della stessa sua passione.
Come un segugio in cerca di preda, Leaky osserva e accatta roba quasi incomprensibile. Poi eccoti un bell’esemplare. «Un canino di vecchio babbuino» lo definisce senza troppo pensarci; e con questa etichetta lo spedisce in «omaggio» al British Museum di Londra.

Quel dentino restò pacifico, nascosto tra i tanti altri, fino al 1979, quando un giovane studioso, Tim White, lo notò e lo studiò a fondo. Quel dente finì per essere «riscoperto» come il più antico reperto fossile di ominide (superato poi dalla scoperta di «Lucy» e altre poche più recenti). Se Leaky l’avesse saputo, avrebbe fatto salti di gioia nonostante i suoi proverbiali dolori artritici.
Sulla scia di Leaky, si fece avanti un tedesco, Kohl Larsen, il quale a sua volta raccolse un pezzo di mascella con un paio di premolari. Anche questo studioso si accontentò di classificare detto reperto come quello di una scimmia antropomorfa. Era infatti inconcepibile per gli studiosi ante guerra (si tratta di studiosi di oltre 50 anni orsono) pensare a fossili del genere Homo o Ominide vecchi di milioni di anni.
Povero Leaky e povero Larsen! Avevano la gloria in tasca e non lo seppero mai.
Ma fortuna e gloria stavano bussando in casa Leaky: ad aprirla fu la moglie. Nel 1979, Mary Leaky decise di fare un ennesimo safari a Laetoli in cerca di materiale. Aveva addestrato un autentico fenomeno kenyano, Kaymoya Kimeu, a conoscere i fossili. Non ci vollero molti giorni e Kimeu portò a Mary un bel fossile di ominide. Il gruppo di ricercatori si ingrossò e il caiere si riempì di 42 denti di ominidi e un teschio con infissi ben 9 denti. Il mondo paleoantropologico lo conosce era come il fossile ominide LH4.

M a Laetoli riservava una incredibile sorpresa. Il gruppo di ricercatori, annoiati da tanto sole e assai poco divertimento, presero un giorno a giocare alla… guerra. I proiettili usati consistevano nell’abbondante sterco di elefante disseminato in quell’area. A un certo punto, un giovanetto di nome Andrew Hill, mentre tentava di sfuggire al lancio di un proiettile e raccattava dal suolo… munizioni, notò strani incavi nel letto asciutto di un torrentello; si fermò come una statua a contemplare delle impronte che egli definì subito come orme di animali…
Dovette trascorrere un altro anno, quando Philip, figlio della Mary Leaky, scoprì altre tracce che somigliavano sospettosamente a orme di… piede umano.
Mary Leaky diede la notizia al mondo, esagerando forse e giocando di fantasia: parlò addirittura di primi uomini in viaggio verso un ipotetico pozzo d’acqua e di animali impauriti, che fuggivano di fronte all’incombente pericolo del vulcano eruttante. Qualche antropologo rise sotto i baffi, perdonando alla Leaky il troppo sole equatoriale dei suoi tanti anni africani; ma un’esperta americana, Louise Robbins, accettò di unirsi al gruppo per ulteriori ricerche. Le orme trovate, fotografate e poi studiate con calma, finirono di creare disaccordo. Una di esse, però, trovata da un certo Paul Abell, aveva caratteristiche assai strane. Meritava di continuare la ricerca.
Ma esasperazione e disaccordo avevano ormai raggiunto il culmine. Mary Leaky diede ancora, ma a malincuore, il permesso di cercare e scavare. «Un piccolo scavo – disse Mary -, ma piccolo piccolo». Era così sicura che non ci fosse altro da trovare, che affidò il compito a Ndibo, un africano pacioccone addetto alla pulizia del campo base.
Ndibo si mise al lavoro, imitando come per scherzo i suoi «professori». Toò il giorno dopo tutto giulivo e disse alla Mary: «Vieni a vedere, mama Mary, ho trovato due orme: una grande e una piccola».
Pur credendo che si trattasse di uno scherzo, Mary andò a vedere e rimase con gli occhi sbarrati. Le orme si dirigevano verso nord, in un intrico di vegetazione, protetto da una zona erbosa. Il gruppo si precipitò con rinnovato entusiasmo al lavoro di pulitura: orma dopo orma, con certosina pazienza, liberarono un lungo pezzo di terreno: alla fine apparvero più di cinquanta orme appaiate, una piccola e una molto grande, per circa 23 metri. La ricerca proseguì, scoprendo oltre 200 metri di terreno.
Ominidi a stazione eretta, camminarono qui 3 milioni e mezzo d’anni or sono, lasciandoci il ricordo del loro passaggio. La serietà degli studi sul tufo vulcanico in cui le orme sono state impresse, non lascia spazio a dubbi. Con il metodo potassio-argo è stata confermata a più riprese la datazione dei due tipi di tufo esaminati: 3,59 e 3,77 milioni di anni.
Laetoli è stato per tanti anni un’esclusiva del passaggio «firmato» con i piedi dai nostri… progenitori. Oggi il sito divide la sua esclusiva con altri luoghi che conservano orme di piedi umani: Damasco, Ungheria, Nizza (Francia) e Italia.

I visitatori del Museo etnografico e di scienze naturali dei missionari della Consolata, sostando davanti alla vetrina che racchiude il calco di Laetoli, possono immergersi, senza troppa fatica, in un passato tanto remoto e immaginare una mamma e un bimbo per mano, scalzi, forse impauriti dal brontolio del vulcano, diretti verso un luogo più sicuro e più protetto. Un luogo dal quale non hanno mai fatto più ritorno.
Il museo offre ai visitatori altre possibilità di sogno, immergendosi nel mondo di altri popoli e culture. In cento anni di presenza tra popoli dell’Africa, Asia e America Latina, i missionari della Consolata hanno raccolto migliaia di oggetti, che vengono conservati come testimonianza di civiltà scomparse o in via di estinzione sotto l’incalzare della civiltà del mondo globalizzato. Un immenso patrimonio, che in tanti casi sarebbe andato distrutto per sempre.
I missionari sono lieti di accogliere, previo accordo, scolaresche e gruppi vari che hanno piacere di farci visita. Sarà una visita guidata che approfondirà tante nozioni già ascoltate dai loro insegnanti. Sarà, soprattutto, un’occasione per «aprire una finestra sul mondo». 

Di Giuseppe Quattrocchio

Giuseppe Quattrocchio