DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Questo sito, per scelta, NON fa pubblicità, NON richiede registrazioni di sorta, NON è a pagamento.

* Per non fare concorrenza «sleale» alla copia stampata,

la nuova rivista è online dalle prime ore del 16° giorno di ogni mese di uscita.

SONO «KIWI» E ME NE VANTO

Un viaggio in Oceania è un sogno: sole tropicale,
aria pura, ambiente scrupolosamente conservato…
I neozelandesi ne sono orgogliosi.
Gli abitanti delle isole Fiji un po’ meno.

Sono agli antipodi del mondo.
Ho finalmente la possibilità di
visitare la Nuova Zelanda che,
sulla carta geografica, mi pareva simile
al nostro stivale rovesciato. In
realtà il paese è formato da due isole:
North Island, con la città di Auckland,
dove si concentra quasi un terzo
degli abitanti dell’intera nazione,
e South Island con le zone naturalistiche
più spettacolari.

VENTO IN POPPA
Isolato nell’estremo sud del mondo,
è un paese sorprendente. Dopo
aver sorvolato continenti, deserti e oceani,
mi trovo in una ridente città
giardino: dicono la più estesa al mondo,
dopo Los Angeles. Il centro di
Auckland è limitato a un nucleo dove
pochi edifici d’epoca convivono
con grattacieli, banche, negozi e uffici.
La gente è la più varia: molti maori,
ben inseriti nella società e nel lavoro;
poi gli orientali: coreani, cinesi,
indiani, e ancora tanti polinesiani.
Ma gli anziani dove li mettono? Forse
sono tutti nei quartieri residenziali,
periferici, dove le villette hanno il
giardino e l’orto da coltivare.
Fin dalla prima passeggiata mi trovo
immersa in una folla multicolore
che mi trasmette allegria. C’è aria
fresca, pulita dal vento di mare. Le
case vecchiotte e gli edifici modei
sono ben tenuti, lindi.
Scendo al porto. Una lunga passeggiata
mi porta dall’imbarcadero
dei traghetti che collegano la città
con le isole; passo alla Westhaven
Marina, il famoso porto degli yachts
più veloci del mondo. La bandiera
italiana sventola su «Casa Italia», con
accanto le altre sedi delle squadre inteazionali
che si preparano alle varie
competizioni di vela e ai giri del
mondo. I kiwi (nome con cui si definiscono
i neozelandesi) sono molto
appassionati di mare e vela. Tradizione
che hanno in comune con i
primitivi abitanti. I maori, infatti, arrivarono
qui oltre 1.000 anni fa, sulle
piroghe, dalle lontane isole della
Polinesia. Un paese lindo, gradevole,
abitato da gente civilissima e gentile.
Tra l’altro le donne qui hanno
ottenuto per prime il diritto di voto,
più di 100 anni fa. I parchi e le strutture
pubbliche sono tenuti in modo
esemplare. Non ci sono ricchezze ostentate,
ma neppure miserie da nascondere.
Piace molto la Nuova Zelanda.
Molti stranieri arrivano e ritornano
e decidono di comperarsi
una casa.
Auckland, adagiata su una serie di
vulcani spenti, è circondata da una
baia ampia e articolata, con tante isole.
Una di queste, disabitata, si è
formata 600 anni fa da un’esplosione.
Il cono è ora ricoperto da una fitta
vegetazione; l’ambiente è protetto
e i sentirneri ben tenuti invitano a
scoprire una natura diversa.
Sbarcata dal traghetto, raggiungo
la cima insieme a un drappello di
giovani, tra cui un ragazzo che mi
parla in italiano. Mauro è nato a Buenos
Aires da una famiglia originaria
di Como. Dopo varie esperienze come
cuoco, anche in Italia e paesi baschi,
negli ultimi due anni ha lavorato
in nero a Sydney, in un ristorante
italiano: 10-12 ore al giorno in un
paese che difficilmente accoglie gli
stranieri.
In Nuova Zelanda spera di ottenere
più facilmente il permesso di
soggiorno: «Ho telefonato a casa e la
nonna mi ha raccomandato di non
ritornare in Argentina. È un momento
brutto per il mio paese».

STORIA DI PAULA
La regata del martedì è riservata
alle signore. Paula è rimasta a terra.
È arrivata quando il suo equipaggio
era già partito. Le vele sono ormai
lontane dalla baia. Ritoeranno a
Westhaven verso le otto. Paula le
guarda assorta; intanto mi racconta
della sua vita e del suo paese: «Amo
questa terra, moltissimo».
Dopo 12 anni a San Francisco, è
felice di essere tornata a casa. Anche
se, ammette, è impossibile non aver
nostalgia di San Francisco. Aveva un
lavoro di grande soddisfazione, ma a
un certo punto ha detto basta. «In America
ci sono troppi problemi: miseria,
droga, senza tetto – racconta-.
In Nuova Zelanda la vita è più semplice;
non abbiamo grandi ricchezze,
ma neppure problemi gravi. Gli
americani sono stupendi. Ho lavorato
con i poveri, nelle strutture ospedaliere
che la Califoia offre a
chi non può pagare. I latinos sono
gran lavoratori, gente di cuore. Noi
kiwi, invece, ci trovi dappertutto, in
giro per il mondo. Amiamo viaggiare;
non riusciamo a stare fermi e, come
gli australiani, ci sentiamo isolati
e lontani dall’Europa, dove rimangono
le nostre radici culturali».
Ci sono anche ragioni economiche.
I giovani non trovano facilmente
lavoro in patria, specie se hanno
un livello alto d’istruzione. Il paese
conta solo 3,7 milioni di abitanti: un
mercato troppo esiguo per giustificare
industrie manifatturiere. L’economia
si basa ancora sull’allevamento;
quasi tutto viene importato.
«Siamo rispettosi dell’ambiente –
continua Paula -. Il nostro è un paese
pulitissimo; abbiamo spiagge bellissime;
ma stiamo vendendo agli
stranieri i terreni più belli, dove vengono
poi costruite ville lussuose».
In effetti, qui sono i capofamiglia
che si costruiscono la casa, magari
con l’aiuto di qualche vicino o parente.
Sono casette graziose, di legno
e di pietra, con tanti fiori.
«Noi amiamo la semplicità; non
abbiamo il potere economico degli
americani, coreani o giapponesi».
Il governo ha incoraggiato l’insediamento
di questi facoltosi stranieri,
che tuttavia non portano benessere
al paese. Le loro attività rimangono
a casa loro. Qui vengono solo
per godersi una vita tranquilla, laghi,
monti e spiagge.

PAESE «ECOLOGICO»
Sono molto attenti all’ambiente i
kiwi. Greenpeace ha una sede ad
Auckland ed è molto attiva; oggi sta
lottando contro le cosiddette «spedizioni
scientifiche» giapponesi, che
non sono altro che licenza di uccidere
centinaia di balene nell’Oceano
meridionale.
La commissione internazionale
per le balene (Iwc) non ha mai commissionato
tale ricerca. Ma il Giappone
paga regolarmente alcuni stati
in via di sviluppo, affinché entrino a
far parte dell’Iwc e votino a favore
del progetto giapponese.
Negli anni ’80 Greenpeace fu coinvolta
e impegnata nella lotta contro
gli esperimenti nucleari nella Polinesia
francese. La Rainbow Warrior,
con bandiera Greenpeace, venne fatta
saltare da due agenti francesi. Il fotografo
di bordo rimase ucciso; i responsabili
condannati a 10 anni. La
Francia reagì imponendo l’embargo
sui prodotti neozelandesi. La popolazione
scese in piazza contro il nucleare:
si voleva impedire alle navi
con armamenti atomici di attraccare.
I rapporti con Usa e Australia, principali
mercati per il paese, si incrinarono.
I due agenti vennero liberati
nel 1991, dopo 6 anni di prigione,
quando salirono al potere i conservatori.

PATRIMONIO DELL’UMANITÀ
Molto meno abitata di quella a
nord, l’isola meridionale conserva
ancora qualche tesoro naturalistico,
salvato dalle difficoltà di comunicazione.
La strada che attraversa la catena
delle Alpi meridionali e collega
alla selvaggia costa ovest, è stata aperta
solo negli anni ’60. Qui i ghiacciai
arrivano a pochi chilometri dalla
costa sul mare di Tasmania. Un
mare inquietante, con le sue onde
lunghe, spiagge deserte, lagune bordate
da spettacolare foresta pluviale.
Alberi endemici rari, eleganti felci
arboree e molto flax, pianta usata dagli
indigeni per tessere abiti e stuoie.
L’estremo sud-ovest è la regione
dei fiordi, sempre avvolta da nebbie
e pioggia, che in questi giorni estivi
brilla di una luce serena, con le sue
cascate, l’acqua limpida, il silenzio.
Ora tutto è protetto, l’intera regione
è stata dichiarata dall’Unesco patrimonio
dell’umanità. Ma per secoli,
fino a pochi decenni fa, si continuò
a disboscare per far posto ai pascoli.
Fin dove arrivavano le strade si tagliava;
lo scempio è evidente in tutta
l’isola. Ora si pratica il rimboschimento,
ma con abeti americani, che
non hanno nulla a che vedere con le
preziose e delicate essenze endemiche.
Pare che qui gli alberi crescano
a una velocità ben superiore alla media.
Dopo trent’anni si tagliano e si
vendono ai giapponesi.

UN SALTO NELLE ISOLE FIJI
È un paradiso tropicale, ma ci sono
grossi problemi. Me ne rendo subito
conto, parlando col tassista indiano
Rajnesh. Suo nonno arrivò sull’isola
con gli inglesi, che avevano
bisogno di manodopera per le piantagioni
di canna da zucchero. Da
molti anni oramai la comunità indiana
ha superato in numero gli autoctoni.
L’ultimo presidente eletto era
indiano, ma fu estromesso da un
colpo di stato.
I fijiani vogliono riavere la terra
che gli indiani hanno lavorato per
cent’anni. È loro; ne avrebbero diritto;
ma a lavorarla sono gli indiani.
La questione non è facile da risolvere.
Intanto chi può se ne va. Rajnesh
ha cercato di ottenere un visto per
l’Australia, ma gli è stato sempre negato.
Solo chi dimostra di avere dei
parenti può ottenerlo.
Per gli australiani, invece, le Fiji
sono una meta turistica popolare.
Bob ha due farmacie a Sydney e può
permettersi un mese di vacanza due
volte l’anno, con la famiglia, tre figlie,
un genero e la bella moglie Bruna.
Il nonno di Bob era un minatore
disoccupato di Newcastle (nord dell’Inghilterra),
quando fu arruolato
dal governo e inviato nelle miniere
dell’Australia. Bruna, invece, è figlia
di un pescatore di Lipari. Arrivato in
Australia senza un soldo, si mise all’angolo
della via a vendere 4 pomodori;
il giorno dopo erano 8; e così
via. Ora la signora Bruna, che lavora
come omeopata, va in vacanza in
Europa una volta l’anno, ma non è
mai stata a Lipari e mi chiede notizie.
La rassicuro, anzi la invito a visitare
tutte le Eolie: rimarrà incantata.

VANGELO E TRADIZIONE
Non so da quanto tempo sono
sveglia. Mi rendo conto che è mattina
dal canto degli uccelli. Quanti e
diversi sono gli uccelli alle Fiji. Ce ne
sono di impudenti, che saltano sui
tavoli, ritti sulle zampine lunghe. La
mattina una specie di cuculo richiama
di continuo; al tramonto si scatenano
tutti insieme, nascosti nel folto
degli alberi.
Rispetto ad altri polinesiani, i fijiani
hanno capelli ricci e pelle più scura.
Mere è così grande, squadrata, imponente,
con la chioma crespa che le
copre appena il collo, da faticare a
credere che si tratti di una donna. Oramai
è un’amica e, da quando ha saputo
che sono cattolica come lei, mi
saluta con affetto. «Devo parlarti» mi
dice. Poi mi prende in disparte e mi
comunica gli orari delle messe. «Forse
riesci a prendere quella delle 19,
ma devi andare in città».
Sono molto devoti, gli abitanti delle
Fiji. Un tempo erano cannibali. Poi
arrivarono i missionari, metodisti ed
evangelici, e tutti aderirono alla fede
cristiana. Tuttavia rimane forte la tradizione
dello sciamano, che è una
donna, e del rito di bere la kava, un
liquore fangoso, ricavato da una radice.
Durante la cerimonia col capo
villaggio, si battono le mani e poi si
beve il liquido, con una mezza noce
di cocco, scavata e pulita.
Come tutti gli abitanti delle isole,
legati ancora alle antiche tradizioni
tribali, Inani è molto devoto: è un
predicatore evangelico e consigliere
per coppie in difficoltà. Molto soddisfatto
del suo lavoro, mi racconta
come sia riuscito a far riconciliare
molti sposi. «La donna viene dopo
l’uomo – mi dice convinto -. Noi fijiani
siamo molto credenti e studiamo
la bibbia, dove sta scritto che la donna
fu creata dopo l’uomo. La donna
deve rimanere in cucina» continua a
insistere. «Strano. Nel governo vi sono
molte donne» gli rispondo.
«Quella è un’altra cosa: è
politica». E chiude il discorso.

PAESE GIOVANE
Aotearoa (lunga nube bianca) è il
nome maori della Nuova Zelanda.
Quello attuale le fu dato dal navigatore
olandese Abel Tasman, primo europeo
ad avvistae le coste, desumendolo
da una regione della sua patria.
Era il 1642. Il tentativo di sbarco fu impedito
dai violenti scontri con i maori.
Più di un secolo dopo, anche James
Cook dovette affrontare le resistenze dei
locali, prima di riuscire a instaurare
rapporti amichevoli. Ancora un centinaio
d’anni e arrivarono balenieri e
cacciatori di foche.
Nel 1830 gli inglesi pensarono di
colonizzare l’isola, per evitare che
vi si insediassero i francesi, e dieci anni
dopo il governatore Hobson riuscì ad
accordarsi con i capi maori: con il trattato
di Waitangi (1840), la Nuova Zelanda
venne annessa all’impero britannico.
I maori ottennero gli stessi diritti
dei cittadini britannici, mantenendo
la sovranità sul territorio. In cambio, la
corona inglese ebbe la potestà di governare
il paese e acquistare le terre dai
locali.
Tale trattato pose le basi per una convivenza
pacifica di europei e maori. Oggi
la Nuova Zelanda è uno dei paesi più
tolleranti verso le differenti etnie e la gente
ne è orgogliosa.
A differenza dell’Australia, dove vennero
deportati i galeotti delle prigioni inglesi,
in Nuova Zelanda giunse una
borghesia coloniale, in cerca di terra
per fondare fattorie e allevamenti. Oggi,
gli europei costituiscono la maggioranza
della popolazione del paese.
SCHEDA
Superficie: 270.234 kmq.
Popolazione: 3,8 milioni di abitanti.
Gruppi etnici: europei 72%; maori
14,2%; polinesiani 4,8%.
Lingua: maori e inglese.
Religione: anglicani 17,5%; cattolici
13,1%; presbiteriani 12,7%; metodisti
3,4%.
Capitale: Wellington.
Forma di governo: ex colonia inglese,
indipendente dal 1931 nell’ambito del
Commonwealth: formalmente il capo
dello stato è la regina d’Inghilterra, rappresentata
da un governatore.
Economia: agricoltura (cereali, ortaggi
e frutta), allevamento (ovini) e pesca;
vari minerali e industrie agroalimentari,
tessili, chimiche e meccaniche.

VESCOVO PIONIERE
Tra i pionieri giunti nei primi anni della
colonizzazione, la chiesa cattolica
ricorda quest’anno il vescovo Pompallier,
che arrivò per primo nel paese
nel 1840. Il rispetto e l’affetto che dimostrò
sempre verso i maori, di cui
imparò la lingua, ne fecero un personaggio
benvoluto e molto popolare.
Per richiesta popolare, le sue spoglie
mortali sono state riesumate a Parigi e
portate in questi giorni a Christchurch,
in un’ua di legno di kauri scolpito.
Le celebrazioni sono durate alcuni mesi.
La teca, partendo da Dunedin, nell’estremo
sud, è stata portata in un ideale
pellegrinaggio attraverso il paese,
terminando nella cattedrale di St.
Patrick, a Auckland, centro delle sue attività
missionarie, dove il Pompallier
visse per quasi 20 anni.
Furono i padri e i fratelli maristi francesi
che giunsero per primi ad aprire
le scuole cattoliche.
Oggi ci sono 350 diverse comunità religiose,
cristiane e non, nel paese. I cattolici
sono circa 500 mila, distribuiti in
6 diocesi e 284 parrocchie. Gli ordini
religiosi sono 45 e oltre 300 missionari
neozelandesi nel mondo.
Nel novembre del 1986 il papa visitò
il paese e due anni dopo fu consacrato
il primo vescovo maori: Takuira Mariu.

Claudia Caramanti