DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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Un flacone contro il mal di stomaco

Che fa un vescovo in prigione per 13 anni,
di cui nove in isolamento?
Risponde lo stesso carcerato, dal 1975 al 1988
vittima in Viet Nam delle galere del comunismo.
Oggi presiede a Roma il Consiglio pontificio
«Giustizia e pace».
Ed è pure cardinale.

In Viet Nam ho vissuto oltre 13 anni in prigione, di cui nove in isolamento, senza neppure una visita della famiglia, e con due poliziotti che non mi parlavano. Senza radio, giornali, telefono, televisione. Una cultura di morte.
Ho trascorso da giovane vescovo questi anni di disperazione e rivolta. Ma Gesù nell’eucaristia mi ha aiutato.
pacchetti di sigarette
Il primo giorno di carcere… sono a mani vuote. Il secondo, mi è permesso di scrivere per chiedere dei vestiti e un dentifricio. Chiedo pure delle medicine e del vino… La gente, fuori, ha il dono dello Spirito: capisce subito.
Non molto tempo dopo, il direttore della prigione mi chiama.
– Signor Vân Thuân, lei ha mal di stomaco?
– Sì, signore!
– Ha bisogno di medicine?
– Ogni mattina.
– Eccole un flacone per il suo male.
È una bottiglietta di vino.
Con mia grandissima gioia, grazie a quel vino, celebro le più belle messe della mia vita. Offro il sacrificio eucaristico sul palmo della mano, con tre gocce di vino e una di acqua. Ogni giorno posso rinnovare con il Signore la mia «nuova ed eterna alleanza» di sacerdote.
L’eucaristia è un sostegno per me e per gli altri prigionieri cattolici. Dormiamo tutti su uno stesso letto. La sera alle 21.30, nell’oscurità, mi curvo per celebrare la messa, il cui testo conosco a memoria. Poi faccio passare sotto la zanzariera la comunione ai cinque cattolici vicini a me. La presenza di Gesù eucaristia ci conforta molto. L’indomani raccogliamo carta di pacchetti di sigarette, con la quale fabbrichiamo dei sacchettini per contenere il Santissimo.
Ogni settimana, al venerdì, si tiene la sessione di indottrinamento marxista. Tutti i prigionieri vi partecipano. Al momento della sosta, consegniamo ad ogni gruppo di 50 persone un sacchettino… con Gesù dentro. Ciascuno «intasca il Signore» e, nella prova, nella tristezza, nella tribolazione, lo sente con sé: lo prega di notte, fa l’«ora santa». E, grazie all’adorazione e alla comunione, i cristiani che hanno abbandonato la fede ritornano praticanti.
Non potrò mai dimenticare come ci abbia sostenuto il canto liturgico, lasciatoci da san Tommaso per la celebrazione della festa del Corpus Domini, dove viene affermata tutta la teologia in parole semplici. E avvertirò sempre il senso mariano dell’eucaristia. Quando la celebriamo, siamo veramente figli di Maria: Ave verum corpus natum de Maria virgine…
Con l’eucaristia, i laici in carcere diventano coraggiosi nell’impegno e sereni nella tristezza: servono tutti con carità, e la loro testimonianza affascina i non cattolici (talvolta fanatici), che poi chiedono di conoscere Gesù e la nostra religione; diventano catechisti; poi battezzano gli altri compagni prigionieri facendo loro da padrini.
Con l’eucaristia la prigione cambia: diventa una scuola di fede, una catechesi.
«Sei hutu o tutzi?»
In ogni angolo del mondo l’eucaristia infonde forza e fa santi di ogni tribù, lingua e nazione. La storia della chiesa è piena di martiri, che hanno vinto persino la morte grazie all’eucaristia.
Ricordo i trappisti francesi in Algeria, monaci e missionari. I superiori hanno chiesto loro di lasciare il paese, data la seria minaccia per la loro vita; ma tutti decidono di restare e sono morti per la fede.
In Africa non mancano le guerre etniche. Ma tanti nostri fratelli africani soffrono con coraggio… Un sacerdote in Rwanda, all’arrivo dei soldati, indossa i paramenti sacri. Gli domandano: «Sei hutu o tutzi?». E lui: «Sono un prete…». Per la seconda e terza volta gli rivolgono la stessa domanda. La risposta è sempre: «Sono un prete». Lo ammazzano. Muore da sacerdote. E il sacerdote non ha frontiere: è per la chiesa universale. È testimone della fede, grazie a quel Gesù che celebra ogni giorno nell’eucaristia.
In Burundi alcuni guerriglieri hutu fanno irruzione in un seminario per arrestare 40 studenti, chiedendo loro di dividersi: gli hutu da una parte e i tutzi dall’altra. «Se siete hutu vivrete, se tutzi morirete!». Ma i 40 seminaristi restano uniti. Vengono tutti uccisi, fratelli nella vita e nella morte. Sono martiri dell’unità dei popoli, quell’unità che Gesù ci richiede: «Come tu, Padre, sei in me ed io in te, che tutti siano una sola cosa…».
Nella regione dei Grandi Laghi operano anche le suore «poverelle» di Bergamo, e vengono contagiate dall’Ebola nella repubblica democratica del Congo. Molti hanno lasciato il paese, ma esse no; anzi, sono giunte nuove missionarie. I giornalisti incontrano suor Dinarosa Merelli.
– Perché resta qui? Deve andarsene. Il morbo è molto contagioso!
– Rimango per servire la gente, anche a prezzo della mia vita.
Sono tutte morte in Congo. Ma sono seme di nuovi cristiani.
La croce del vescovo
In carcere in Viet Nam i poliziotti non mi parlano, perché sono in isolamento. Ma un giorno mi rivelano ciò che è stato detto loro dal capo: «Dal momento che andrete a controllare un vescovo cattolico assai pericoloso, vi sostituirò ogni due settimane con un altro gruppo, altrimenti egli vi contaminerà». Dopo qualche tempo, il capo convoca tutti i miei carcerieri: «Ormai non vi cambio più, altrimenti questo cattivissimo vescovo contaminerà tutta la polizia».
Con quale veleno li ha contaminati quel «cattivissimo vescovo», se non con quello dell’amore di Cristo Gesù?
Un giorno, durante i lavori forzati, taglio legna. Chiedo a un carceriere divenuto amico: «Lasciami tagliare un pezzo di legno a forma di croce».
– È molto pericoloso, è vietato! Lei ora è mio amico e io finirò in prigione come lei.
– No, chiudi gli occhi e lasciami fare.
Il custode non può resistere e si allontana. Io ritaglio un pezzo di legno nero a forma di croce e lo tengo nascosto nel sapone fino alla liberazione nel 1988.
Trasferito in un’altra prigione, vicino ad Hanoi, chiedo al carceriere un pezzo di filo elettrico.
– Signor Vân Thuân, lei vuole suicidarsi!
– Ma no!
– Cosa vuole fare con il filo elettrico?
– Voglio fare una catenella per appendere la mia croce. Se mi presti due piccole tenaglie, te lo mostrerò.
Tre giorni dopo, il carceriere mi dice: «Le porterò l’occorrente. Però dobbiamo fare tutto tra le 7 e le 11; se qualcuno vede, ci denuncerà». E in quattro ore mi aiuta a fabbricare la catenella della croce vescovile che porto sempre con me, perché non è solo un ricordo, ma una chiamata ad amare.
Diverse volte i poliziotti mi pongono una domanda cruciale.
– Lei ci ama?
– Sì, certo, che vi amo.
– Impossibile! Noi la teniamo qui da più di dieci anni, senza giudizio, senza sentenza, e lei ci ama!
– Io continuo ad amarvi e voi vedete come siamo amici. È incomprensibile, ma bello.
– Perché ci ama?
– Perché me l’ha insegnato Gesù e io, se non vi amassi, non sarei più degno di portare il nome cristiano di Francesco Saverio.
Così sono vissuto in prigione sino alla fine.
«Corpus Domini» in Serbia
Ancora un aneddoto, che non ho mai raccontato.
Nel 1999, in occasione della festa del Corpus Domini del 6 giugno, il papa mi invia improvvisamente, quale presidente del Consiglio pontificio «Giustizia e pace», nell’ex Jugoslavia in guerra. Con me ci sono altri due vescovi: dobbiamo arrivare, ciascuno con una destinazione diversa, per la festa eucaristica. Ma abbiamo soltanto tre giorni per prepararci.
Il santo padre ci dice: «Voglio che preghiate e facciate pregare la gente con me, mentre io celebrerò il Corpus Domini nella basilica di san Giovanni in Laterano. Dite a tutti che il papa prega per la pace».
Partiamo: io vado in Serbia, monsignor Martin in Macedonia e monsignor Crepaldi in Albania, per mostrare che il santo padre ama tutti i popoli. Arrivo a Belgrado la vigilia della festa. La città è deserta, senza acqua e senza luce. Sono rimasti solo sei ambasciatori, che si chiedono: «Perché Milosevic non ha accettato la proposta della Nato e tutti gli ambasciatori sono fuggiti?».
L’indomani celebro l’eucaristia in cattedrale con il popolo. Quando leggo il telegramma del pontefice, tutti piangono, perché i cattolici sono una minoranza tra ortodossi e musulmani: sentono che il papa è con loro e prega per la pace nella regione. Dopo la messa, i sei ambasciatori vengono a congedarsi in sagrestia. E, nello stesso istante, i loro segretari arrivano di corsa con una notizia: la Serbia sta per accettare il piano di pace della Nato e tutti gli ambasciatori stanno per ritornare. Ndr: dopo 78 giorni di guerra, il 9 giugno 1999 il presidente Milosevic e il parlamento serbo accettarono i 12 punti del piano di pace proposto dalla Nato e Russia.
A mezzogiorno sono in nunziatura e ricevo una telefonata dalla Santa Sede: «Come avete fatto? Avete celebrato la messa?». «Sì, abbiamo anche annunciato che la pace è vicinissima». E da Roma: «Il papa lo dirà subito a Kofi Annan, segretario delle Nazioni Unite».
La preghiera a Gesù nell’eucaristia porta la pace nel mondo, come Gesù ha detto: «La mia carne è per la vita del mondo». Ed è la più grande missione.

Testimonianza rilasciata dal cardinale François Xavier Nguyên Vân Thuân nella basilica di san Giovanni in Laterano, Roma 22 giugno 2000. Adattamento della redazione.

Trecento frammenti di speranza

È nato il 17 aprile 1928 a Huê, Viet Nam. Discende da una famiglia che conta numerosi martiri. Nel 1885 tutti gli abitanti del villaggio materno furono bruciati vivi in chiesa, eccetto il nonno (che studiava in Malesia).
La mamma Elisabeth ha educato cristianamente François Xavier fin da quando era in fasce. Allorché il figlio fu imprigionato, continuò a pregare per lui affinché restasse sempre fedele alla chiesa.
L’incarcerazione avvenne nel 1975 ad opera del regime comunista. François Xavier era da pochi mesi vescovo, oltre che sacerdote dal 1953. Sopporterà la prigione per 13 anni. Da carcerato visse momenti drammatici, come il viaggio su una nave con 1.500 detenuti affamati e disperati. Per non parlare dei nove anni di isolamento.
In carcere non poteva tenere la bibbia: allora raccolse tanti pezzetti di carta e vi scrisse tutte le frasi del vangelo che ricordava: oltre 300. Divenne il suo vademecum quotidiano.
Liberato nel 1988, tre anni dopo fu espulso dal Viet Nam quale «persona non grata».
Dal 1998 è presidente a Roma del Consiglio pontificio «Giustizia e pace». E, dal 21 febbraio scorso, cardinale.
Ha pubblicato vari libri, tutti all’insegna della speranza:
Il cammino della speranza, I pellegrini del cammino della speranza, Il cammino della speranza alla luce della parola di Dio e del Concilio Vaticano II, Preghiere di speranza, La speranza non delude…

Con 72 condannati alla forca

I missionari della Consolata prestano assistenza spirituale ai carcerati de Le Nuove di Torino dal 16 gennaio 1931 al 16 novembre 1944. Sono 14 anni cruciali, condizionati da regimi dittatoriali contrapposti e segnati dalla catastrofe della seconda guerra mondiale.
Questo periodo assegna a Le Nuove una rilevanza politica a livello locale, nazionale ed internazionale, poiché il carcere è spesso usato come repressione e persecuzione contro i dissidenti politici. Le Nuove di Torino è luogo di transito per chi viene trasferito in altre prigioni del nord e dell’estero; racchiude detenuti italiani e stranieri per motivi delinquenziali e politici. Durante il fascismo, e soprattutto nel 1943-45, la vita carceraria rispecchia, prima, l’inasprimento della pena e poi il terribile clima della guerra.
Come confortare un morente in carcere che, talvolta, si dichiara innocente? Ancora più difficile è accompagnare alla forca un condannato a morte, come avviene a Vittorio Longo il 7 agosto 1935. A partire da questa data, tanti sono i condannati alla pena capitale assistiti dai missionari della Consolata: complessivamente 72, di cui 2 prima della guerra e 70 dal 17 marzo 1943 al 5 novembre 1944.
L’azione dei missionari della Consolata, cappellani aggiunti ed aiutanti ne Le Nuove, contribuisce alla salvaguardia dei valori umani e spirituali, che fondano la Costituzione. Il loro ministero è svolto sempre a favore dei più afflitti dalla sofferenza. Il modo di porsi di fronte ai condannati è ispirato al rispetto della dignità umana e del fratello in Cristo.

Sulle orme di san Cafasso

L a prima caratteristica dell’essere missionario in prigione è la prudenza, nel rispetto delle norme penitenziarie.
Scrive padre Giovanni Piovano sull’assistenza di padre Vittorio Sandrone a favore dei carcerati: «Operò un grandissimo bene fra continue difficoltà, date da quel luogo di pena, ma più ancora dalle circostanze e dagli eventi del tempo, uno dei più gravi della storia di Torino e dell’Italia. Padre Sandrone, dal primo all’ultimo giorno in cui esercitò il non facile incarico, non solo ne conobbe la responsabilità e ciò che da lui si richiedeva, ma lo compì con grande fede e anche con cristiano entusiasmo».
Padre Sandrone raccomanda la prudenza per poter esercitare il ministero verso tutti. Nel 1940, allo scoppio della seconda guerra mondiale, l’Istituto impartisce alcune disposizioni: «Nel parlare non si vada oltre al puro racconto dei fatti… A nessuno è proibito di pensare gli avvenimenti secondo la propria coscienza, però non deve esprimere con gli estranei la sua opinione, ed anche con i confratelli si deve usare molta prudenza e tolleranza, evitando ogni disputa accalorata. Il meglio sarebbe pensare, come il beato Cafasso, al grande numero di anime che muoiono senza sacramenti e procurare di ottenere loro da Dio una grazia particolare di penitenza».
Non si può scordare che il codice penale Rocco (1930) determina un aumento dei casi di reato perseguibili e un allungamento della pena, fino a raddoppiarla rispetto a quella del codice Zanardelli (1890). Inoltre il Regolamento penitenziario del 1931 inasprisce la vita intramuraria con punizioni più severe e minori controlli da parte della Commissione vigilatrice estea.
Padre Sandrone assiste 40 detenuti che muoiono in carcere, lontani dagli affetti familiari e dai luoghi domestici, in balia dell’università che utilizza i loro corpi per esperimenti, come prevede il Regolamento.
Il 1° febbraio 1936 padre Sandrone lascia l’incarico di cappellano delle carceri. Gli succede padre Pietro Dante, anch’egli coinvolto nell’assistenza dei condannati a morte.
L’esperienza di san Giuseppe Cafasso si ripete tragicamente. I padri Vittorio Sandrone, Pietro Dante, Giovanni Bortolas, Giuseppe Moncher, Carlo Masera, Gerardo Bottacin, Giacomo Fissore, Adriano Severin, Giuseppe Rubatto, Enzo Sommadossi accompagnano i 72 condannati alla fucilazione o impiccagione con una partecipazione umana e religiosa indicibile. Ecco una testimonianza.
«Erano le 17 circa del 22 luglio 1944. Mi aggiravo nelle celle dei detenuti, quando mi sentii chiamare affannosamente dalla superiora delle suore, addette alla sezione femminile delle carceri, suor Giuseppina De Muro. Corsi al luogo indicatomi. Nel cortile esterno dello stabilimento trovavo già in partenza due camion carichi di truppa con mitragliatrici. Tentai di salirvi. Mi fermò un tenente della Leonessa, perché (i tedeschi che comandavano il famigerato 1° braccio) non lo permettevano. Mi arrampicai sul camion in moto. Mi trovai fra soldati e mitragliatrici; seduti e ammanettati vidi sei individui in borghese. Non li conoscevo affatto, perché provenivano dal reparto tedesco, dove era assolutamente vietato al cappellano l’entrarvi. Neppure sapevo dove andava. Mi avvicinai al primo che stava nella parte posteriore della macchina. Vestiva decentemente, era pallido in viso, per tutto il tragitto come sul luogo di esecuzione non disse una parola: era un capitano (Ignazio Vian)… Quattro condannati vengono fatti scendere. Le manette ai polsi e la lunga catena che li unisce ostacolano la discesa… sotto gli alberi vengono liberati dai ferri. Un camion retrocedendo si ferma, in modo che la parte posteriore, con sponda abbassata, si trovi sotto i capestri. Salgono i condannati, cui quattro tedeschi legano le mani dietro la schiena. Un diciottenne invoca la mamma: “Sono innocente, la mia mamma resterà sola, senza aiuto e senza appoggio”. Non avverto segnali. La macchina parte improvvisamente, mentre i soldati danno una spinta alle vittime, che si trovano sospese nel vuoto. Le assistetti con la preghiera, rinnovando l’assoluzione finché non le vidi immobili».

Anche un ragazzo di 20 anni

Disponibilità, altra caratteristica dei missionari della Consolata. Alcuni sono obbligati per motivi bellici a tornare in Italia e prestano servizio nei campi, negli ospedali militari e in carcere. Ad esempio, padre Giacomo Fissore opera a Torino da giugno 1940 ad agosto 1942 come cappellano militare presso l’ospedale da campo n. 2, poi aiuta il cappellano delle carceri dal 1943 al 1950.
n L’ascolto del carcerato è costante nei missionari della Consolata. Di padre Fissore il professor Luigi Sacchetti scrive: «Mentre parlavo, mi stava a guardare in silenzio con l’occhio di chi sa cogliere le voci più sepolte e le sa ricomporre nei disegni di Dio».
Il detenuto non chiede giudizi politici, né strategie di difesa giudiziaria, ma di essere ascoltato per alleviare un po’ il suo cuore oppresso e per dare un senso alla sua mente offuscata da dubbi corrosivi. L’assistenza spirituale a chi soffre la prigione e ai condannati a morte permette di capire il mistero dei progetti di Dio sull’uomo, anche in situazioni assurde ed ingiuste.
n La solidarietà crea un sostegno reciproco fra i cappellani militari e quelli delle carceri. In una lettera del 1942 spedita da padre Fissore, cappellano militare del 2° ospedale da campo a Bussoleno, si raccomanda un medico a padre Sandrone, cappellano de Le Nuove: «È stato tradotto alle carceri un suo carissimo amico, il dottor Prando, sospettato di avere maneggiato denaro nelle licenze dei soldati. È padre di due bambine. Credo che sono 30-40 i medici implicati in simili cose. Due sono veramente colpevoli. Anche noi cappellani siamo tenuti d’occhio».
La solidarietà si anima anche con il Da Casa Madre, che raccoglie e trasmette informazioni sui missionari sparsi ovunque. È un organo di stampa importante nella guerra: riduce preoccupazioni, angosce, incertezze, e conserva la ragionevolezza nei rapporti sociali.
Il tatto caratterizza la comunicazione di notizie tristi alle famiglie dei condannati a morte. Nella lettera di padre Ezio Sommadossi al genitore di Carlo Pizzoo, fucilato il 22 settembre 1944, si legge: «Carissimo papà desolato, non sono vostro figlio, ma sono fratello di vostro figlio… Tutti i suoi baci che infiniti stampò sul mio volto per l’adorato papà ve li trasmetto; pegno troppo prezioso per me, e non mi sento la forza di custodirli con quella fede e purezza che unì le nostre anime fino al momento che volò tra le braccia della sua mamma adorata (morta tempo prima). Come vorrei dirvi, padre… Permettete al mio affetto di non chiamarvi con altro nome: troppo ne sento il bisogno, perché diversamente non saprei spiegare il dolore che squarciò il mio cuore… La sua scomparsa segna una tappa nella mia vita. Attendo di vedervi per riscaldare il vostro dolore coi baci che conservo come sacro pegno di Carluccio».
Padre Sommadossi è cappellano a Le Nuove da luglio al 16 novembre 1944; assiste 16 condannati a morte; il primo è proprio Carlo Pizzoo, fucilato al Martinetto. Viene sostituito da padre Ruggero Cipolla, francescano, per motivi di salute, secondo una nota dell’Amministrazione penitenziaria (1945). In realtà il missionario rischia di essere catturato dai tedeschi, sospettosi del suo operato.
Il rischio del martirio contraddistingue l’azione del missionario della Consolata in carcere. In una lettera della moglie del generale Perotti, Fiorenza Perotti, si legge: «Padre Fissore aveva assistito mio marito e i suoi compagni e, avendo accettato le lettere che mio marito aveva scritto per consegnarle alla famiglia, aveva avuto minacce e botte da alcuni componenti il plotone di esecuzione. Ho parlato pochi minuti con padre Fissore, che era malconcio fisicamente e moralmente».
Il rischio di essere fucilato è alto per padre Fissore, tenendo presente che le SS non si fidano dei repubblichini, e a maggior ragione di altri italiani. Tale esempio di coraggio e resistenza ai processi di disumanizzazione, se non di annientamento messo in atto in prigione, merita particolare attenzione.
n La conversione è un’altra esperienza forte del missionario fra i carcerati. Padre Carlo Masera partecipa a 10 esecuzioni capitali dal 1943 al 1944 e racconta di un giovane sui 20 anni. «Non aveva mai pregato, né era mai entrato in chiesa. Mi sorse il dubbio che non fosse nemmeno cristiano. Infatti mi confessò che non era battezzato». Ma in punto di morte il giovane riceve il battesimo e la prima comunione.

Nel giorno della sepoltura di padre Masera, il 27 gennaio 1970, padre Damiano Fea afferma: «Questo periodo per i missionari della Consolata, che hanno assistito tanti prigionieri, deportati e condannati a morte, è stato pesante, penoso e delicato».
Ricordarli oggi è un dovere della società e della chiesa.
Personalmente lo faccio anche in omaggio del centenario dei missionari della Consolata.
Felice Tagliente, psicologo
delle carceri «Le Vallette/Le Nuove» – Torino

F. Xavier e Van Thuan