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ALBANIA – Altan ha gli occhi di miele

Almeno un milione allo scafista albanese, altre 300 mila lire al taxista italiano e poi via verso le grandi
città della speranza. Molti sono i minori arrivati senza famiglia. I più fragili sono facile preda della criminalità, sempre alla ricerca di nuova «manodopera».
I più fortunati trovano una comunità di accoglienza, dove il volontariato (cattolico o laico) svolge un lavoro
mai abbastanza valorizzato.

Altan ha 15 anni, è biondo e ha gli occhi color del miele. Il suo viso di bambino sfugge allo sguardo dei «grandi». È arrivato un paio d’anni fa dal nord dell’Albania. A bordo di un gommone, insieme a tanti suoi connazionali, ha attraversato l’Adriatico ed è sbarcato sulle coste pugliesi.
I suoi occhi esprimono ancora paura mentre descrive il viaggio: un vero inferno, tra decine e decine di corpi che si aggrappano ai bordi dello scafo, si legano, si stringono l’uno all’altro, per non cadere tra i flutti. Donne, bimbi, neonati, vecchi e giovani, terrorizzati dalla folle velocità con cui lo scafista conduce il veicolo tra le onde gelide del mare. Spaventati da ciò che li aspetta: attraversare a nuoto un lungo tratto d’acqua profonda e fredda, qualcuno da solo, altri con figli piccoli tra le braccia; alcune donne agli ultimi mesi di gravidanza, altre vecchie e senza forza. Gruppi umani accatastati come bestie e come bestie gettati nell’acqua aperta non appena la guardia costiera o i carabinieri appaiono all’orizzonte. Bimbi usati come scudi o come ostaggi da uomini senza più emozioni.
Per questo viaggio allucinante, ogni persona ha pagato almeno un milione di lire allo scafista.
Nel suo italiano appreso nei centri di formazione per stranieri, Altan continua: «Raggiunta la costa a nuoto, si cammina per due o tre ore, a piedi, per arrivare al punto stabilito per l’incontro con i tassisti (generalmente italiani), che ci condurranno nelle varie città pugliesi».
A questi tassisti nostrani pagano circa 300 mila lire a testa. Una volta giunti in prossimità di una stazione ferroviaria, salgono su treni diretti verso le maggiori città italiane. Milano e Torino sono tra le mete preferite.
D’estate invece si fermano nella provincia di Foggia, dove vengono impiegati nei lavori agricoli. Con la somma guadagnata possono presto saldare i debiti contratti con familiari e amici, che sono serviti loro a pagare il viaggio.

Perché scelgono l’Italia? «Molti di noi, nel passato, si sono diretti in Grecia. Adesso, però, non è più possibile entrarvi e quindi non rimane che l’Italia, le cui frontiere costiere sono molto più aperte e accessibili. La destinazione desiderata, comunque, rimane la Gran Bretagna o il nord Europa».
Molti degli albanesi approdati nel nostro paese provengono da zone rurali o montane dell’Albania. Aree molto depresse, dove il livello di vita è bassissimo, la povertà economica e sociale molto forte.
La prima tappa della loro emigrazione (o emigrazione intea) consiste, in genere, nel discendere dai villaggi di montagna verso le periferie delle città più importanti – Tirana, Durazzo, Valona – e nel trovare una misera collocazione in baracche senz’acqua, senza luce e senza impianto fognario. Vivono per qualche tempo in tanti, membri di una stessa famiglia allargata con numerosa prole. Vendono le poche bestie in loro possesso e cercano di emigrare all’estero.
A questo punto inizia la seconda fase del percorso migratorio. Forse il più doloroso e il più rischioso. Certamente quello su cui sono investite enormi speranze.
Ma cosa succede ad uno dei tanti ragazzini albanesi emigrati, una volta arrivato nelle grandi metropoli italiane? Ad esempio, a Torino?
«In genere, appena scesi dal treno, c’è qualche amico o parente che ci aspetta e ci porta a casa sua. Chi però non conosce nessuno, se ne sta in mezzo alla strada, al freddo, senza cibo, facile preda di bande criminali».
Grazie ad un vero e proprio «passa-parola», molti minori arrivano all’Ufficio stranieri, dove ricevono buoni mensa, buoni doccia, e in certi casi una sistemazione in qualche comunità d’accoglienza.
Nel 2000 a Torino sono arrivati più di un centinaio di ragazzini albanesi e, di questi, circa 40 dormono ancora all’aperto, in vagoni ferroviari vuoti, nelle fabbriche, nei magazzini abbandonati, ecc.
Al mattino si alzano e vanno a fare colazione in via Nizza, dalle suore della San Vincenzo; a pranzo sono invece al Cottolengo, dove li attende la lunga fila per il pasto; per la cena si recheranno in via Le Chiuse. Alcuni tra i più fortunati trovano ospitalità presso comunità, parrocchie o associazioni: al Sermig; da don Matteo, nella parrocchia di San Luca; all’Asai; dai camilliani; alla Caritas; alla Nuova Aurora.
Il freddo dell’inverno avrebbe probabilmente ucciso i 15 ragazzini albanesi che avevano trovato un precario riparo alle fermate degli autobus e negli ex ospedali psichiatrici, se qualcuno non li avesse soccorsi. Il gelo li aveva sorpresi a Torino, città che, per loro, significava lavoro e benessere.

Comunità «Nuova Aurora», via Vigone. La struttura, una vecchia casa completamente restaurata, è accogliente e spaziosa, e i volontari del gruppo vincenziano, ben organizzati e molto motivati.
Tra loro, Edison Doci, educatore e interprete albanese, in Italia da un decennio, vive in un appartamento all’interno della struttura e si occupa dei ragazzi a tempo pieno.
Dal ’98 i responsabili della comunità non solo ospitano minori albanesi (che attualmente arrivano a 25), ma si spingono ben oltre l’accoglienza: ne sono i tutori a tutti gli effetti, sia dal punto di vista legale e sociale, che da quello affettivo e psicologico. Sono una ventina di adulti, spesso padri e madri di famiglia, che hanno deciso di prendersi carico di uno o più ragazzini e di seguirli, come si fa con i propri figli, in tutti gli ambiti della vita, dallo studio, al lavoro, al tempo libero, ai legami con la famiglia d’origine. Se ne curano sino e oltre la maggiore età, finché questi trovano un lavoro stabile e un’abitazione fuori della comunità dove vivono, e possono così ricevere un permesso di soggiorno permanente.
Una strada diversa, innovativa, rispetto alle tradizionali comunità per minori gestite da cornoperative e seguite da personale educatore. Si tratta di rivestire più che altro il ruolo del tutore-genitore, una figura di cui i ragazzi immigrati senza famiglia hanno molto bisogno. E che, a quanto pare, funziona sia per loro, sia per le istituzioni e le forze dell’ordine: la tutela è infatti concessa in base alle credenziali presentate da ogni volontario e alle garanzie educative e di continuità – e di controllo – da loro foite.
La vita di comunità, per questi adolescenti, è ritmata dalle ore di lavoro presso fabbriche, cornoperative, magazzini, dai corsi di alfabetizzazione e di formazione professionale in idraulica, edilizia, falegnameria, industria, ecc., dai toei di calcetto e di calcio, dalle discussioni di gruppo, dalla musica. Una quotidianità austera, se confrontata con quella di migliaia di giovani torinesi loro coetanei, ma certamente più dignitosa e serena di quella che si sono lasciati alle spalle nei villaggi montani o nelle baraccopoli di Durazzo o Tirana.

Molti nostri nonni, ancora ragazzini, emigrarono in massa verso le Americhe, con pochi stracci e una grande speranza nelle valige di cartone.
Come quegli emigrati italiani rincorrevano il sogno di un lavoro decoroso con cui mantenere se stessi e le famiglie lasciate in patria, così oggi questi giovanetti in cerca di lavoro si dirigono su gommoni infeali verso le terre della nuova America: un’Europa ricca, conservatrice, smemorata e un po’ razzista.

OLTRE IL PASSATO

Nel grande magazzino della cornoperativa torinese «Tenda Servizi», che ha sede in via Pinerolo 50/B, ferve il lavoro: scatoloni, carrelli e tavoli traboccano di giocattoli che vengono assemblati e confezionati da giovani provenienti da tutto il mondo. Italiani, marocchini, albanesi, cinesi, aivoriani, rumeni, ecc. lavorano, fianco a fianco, in quello che pare un interessante progetto di recupero del disagio e di educazione alla convivenza e alla solidarietà.
«Tenda Servizi», fondata nel ’94 da un gruppo di volontari, è una cornoperativa sociale che dà lavoro a una cinquantina di persone – di cui 12 extracomunitari -, e che ha saputo fondere qualità e competitività dei servizi, imprenditorialità e dignità umana. «La centralità della persona è per noi un’esigenza morale prima ancora di una strategia aziendale. Infatti, non abbiamo cercato di creare semplicemente una struttura che offrisse lavoro e che fosse concorrenziale sul mercato – racconta il presidente, Bruno Ferragatta -. Abbiamo voluto soprattutto stimolare le capacità professionali di ciascun dipendente, aiutandolo a far emergere le proprie potenzialità. Ognuno di loro proviene da situazioni o esperienze problematiche; si tratta, cioè, di persone uscite dal mondo della droga, e spesso del carcere, della prostituzione, dell’alcolismo, della violenza, del disagio psichico. Proprio per questo, il nostro obiettivo è aiutarli a valorizzare la vita personale e lavorativa, incoraggiandoli ad andare oltre il proprio passato e a ritrovare fiducia in se stessi».
Reintegrazione sociale e psicologica, dunque, attraverso il lavoro, le relazioni sociali, e la solidarietà: ogni dipendente partecipa, mensilmente, attraverso una minima parte dello stipendio, alla costituzione di un fondo di assistenza per i membri della cornoperativa che sono in difficoltà.

Un’altra attività della cornoperativa, che impegna 12 ragazzi, è quella della raccolta differenziata di indumenti usati, attraverso i 750 contenitori distribuiti su tutto il Piemonte. «Il potenziale di raccolta su cui si basano le nostre stime – continua Bruno Ferragatta – è di 7 chilogrammi di abiti all’anno, per ogni abitante, buttati nei cassonetti. Il nostro obiettivo è di raccogliee il 40 per cento circa. In questo modo, preserviamo l’ambiente evitando che ingenti quantità di materiali di rifiuto confluiscano nelle discariche; offriamo un servizio ai cittadini, che possono così depositare i vecchi indumenti in prossimità delle abitazioni; contribuiamo alla realizzazione di progetti Unicef; creiamo nuovi posti di lavoro e diamo la possibilità ad aziende specializzate di recuperare gli abiti usati rigenerandone il materiale». Dopo lo smistamento nei centri di raccolta, i vestiti ancora in buono stato sono destinati all’esportazione, gli altri vengono trasformati in stracci, in matasse di filo e in materie isolanti destinate alle automobili e alle costruzioni.
A.La.

OSPITI DI SUOR PALMINA

Suor Palmina ci accoglie con un simpatico sorriso di benvenuto, lo stesso, forse, con cui gioalmente apre le porte dei 13 alloggi (tutti nello stesso condominio) che compongono la comunità e in cui vengono ospitate famiglie con bambini gravemente malati.
Ha una grande forza interiore, questa piccola donna che ha dedicato la vita ad alleviare angoscianti tragedie familiari offrendo il tepore d’un focolare casalingo. Sulle pareti di una delle allegre camerette, un’ampia coice raccoglie foto di bimbi e adolescenti malati di cancro, passati di lì. L’anno scorso ne sono arrivati, uno dopo l’altro, oltre un centinaio, e più di 600 in 11 anni di attività.
Fondata nel 1989, l’associazione «Casa Amica» è nata da una filiazione dell’«Associazione zonale accoglienza stranieri», creata, nel 1985, da don Beppe Cerino e da altri sacerdoti e laici. Ora conta più di cento soci e molti sostenitori. Sono la «mano» della Provvidenza, quella su cui suor Palmina, suor Francesca e don Beppe fanno grande affidamento per la loro missione di accoglienza e solidarietà.
Inizialmente, l’Associazione zonale si occupava di giovani studenti stranieri: «L’immigrazione è molto cambiata negli ultimi 10 anni – racconta suor Palmina -. A Torino arrivavano ragazzi soli, per studiare, e, nel giro di qualche anno, ritornavano in patria. Ora chi emigra è per cercare un lavoro e per fermarsi. Siamo passati, infatti, all’ospitalità di intere famiglie, che vanno aiutate nella ricerca di un’occupazione, di una casa. Attualmente, abbiamo sistemato una quindicina di immigrati in case trovate dagli amici che gravitano intorno all’associazione. Foiamo loro anche una borsa con alimenti».

«Casa Amica» accoglie, invece, nuclei familiari i cui figli sono ricoverati nei vicini ospedali, soprattutto il «Regina Margherita». «Dieci anni fa venimmo a sapere che proprio all’ospedale infantile – continua la suora – una mamma, da tempo vicina al suo bimbo gravemente ammalato, aveva dovuto passare ben 12 notti su una sedia a sdraio, perché mancavano le strutture di accoglienza per i parenti dei malati. Riflettemmo su ciò: come potevamo dirci fratelli se non avessimo fatto qualcosa per quelle situazioni che ci toccavano da vicino? Così iniziammo a darci da fare».
Ecco allora che negli alloggi, acquistati nel corso degli anni grazie alla solidarietà di sostenitori e amici, trovano ospitalità persone provenienti da tutta Italia e anche dall’estero, costrette a fermarsi a Torino anche per molto tempo, e per le quali i costi e la permanenza in un albergo sarebbero improponibili, oltreché un’ulteriore fonte di desolazione e di solitudine.
Ed è proprio per alleviare quel senso di impotenza, di lontananza dai propri parenti e amici, che «Casa Amica» è nata e continua la sua battaglia giornaliera contro gli ostacoli – primo fra tutti la mancanza di soldi –, trovando la forza nella genuina fede in una Provvidenza che giunge sempre, anche quando nessuno ci spera più.
«In questi anni di attività, abbiamo visto tante volte la disperazione dipinta sui volti di padri e madri. Ma questo smarrimento spesso si trasforma in fiducia e speranza, e in gratitudine, per aver trovato un porto ospitale. Tuttavia, il lavoro è tanto e noi iniziamo ad invecchiare: abbiamo bisogno di forze nuove. Speriamo che qualcuno accolga il nostro appello».
A.La.

Angela Lano