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Nel consesso latinoamericano degli amici di Trump (Trump-friendly leaders, come dicono i giornalisti Usa), loro sono gli ultimi arrivati, ma si sono subito messi in pari. Parliamo di Keiko Fujimori, dal 28 luglio presidente del Perù, e di Abelardo de la Espriella, dal 7 agosto presidente della Colombia.
Appena entrati in carica, i due neo eletti si sono affrettati ad aderire allo Scudo delle Americhe (Escudo de las Américas, Shield of the Americas), la coalizione multinazionale di cooperazione militare voluta da Donald Trump e nata ufficialmente a Miami lo scorso 7 marzo con l’obiettivo – questa la motivazione della Casa Bianca – di combattere il narcotraffico.
In quest’ottica va collocata la visita che il segretario di Stato Marco Rubio ha effettuato, tra l’8 e il 10 settembre, in Colombia e Perù (con l’Ecuador, come interludio). «Una delle nostre priorità – ha spiegato il numero tre dell’amministrazione Trump – è rafforzare la nostra presenza nell’emisfero occidentale».
La nuova cooperazione militare tra Washington e i Paesi latinoamericani aderenti (al momento, sono 14) rientra nell’ambito della «Strategia di sicurezza nazionale» degli Stati Uniti, esplicitata nel documento programmatico del novembre 2025. In esso, a parte qualche considerazione sull’Europa, si afferma che «gli Stati Uniti metteranno al primo posto i propri interessi» nell’ottica dell’America first.
Si tratta, in pratica, di una riformulazione della «dottrina Monroe» del 1823 cui è stato dato il nome di «corollario Trump» o, in termini più giornalistici, di «dottrina Donroe» (acronimo dei nomi Donald e Monroe). Con una sostanziale differenza: se ai tempi di Monroe i nemici degli Usa in America Latina erano i Paesi europei, oggi sono la Russia e soprattutto la Cina.

Scalzare quest’ultima sarà comunque molto difficile, considerato che in questi anni Pechino ha investito massicciamente nel continente latinoamericano. Peraltro, il rapporto 2026 Pulse of Democracy (della Vanderbilt University, Nashville, Tennessee) segnala un dato per molti versi clamoroso: i cittadini latinoamericani credono più nel governo cinese (51 per cento) che in quello statunitense (40 per cento).
Inoltre, per rimanere alla Colombia e al Perù, in entrambi i Paesi la vittoria dei candidati trumpiani è stata di strettissima misura, evidenziando una forte polarizzazione delle due società. Per esempio, con riferimento alla visita di Rubio, l’Asamblea nacional de los pueblos de Perú si è espressa in questi termini: «Non è benvenuto chi viene a imporre al nostro Paese la politica del bastone, il saccheggio delle nostre risorse naturali, dell’Amazzonia, dell’acqua, del nostro patrimonio di civiltà».
Se è vero che i risultati elettorali e il recente viaggio di Marco Rubio mostrano che, al momento, l’America Latina è l’unico continente del mondo dove Donald Trump sta ottenendo qualche successo, è altrettanto vero che la partita rimane aperta.
Paolo Moiola