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Stati Uniti-America Latina. Duecento anni dopo

Dalla «dottrina Monroe» al «corollario Trump»

Nel controverso documento sulla Strategia della sicurezza nazionale (National security strategy, Nss), uscito lo scorso novembre, l’amministrazione Trump parla esplicitamente della riesumazione della cosiddetta «dottrina Monroe». Infatti, a pagina 5, con riferimento all’emisfero occidentale, si legge: «affermeremo e applicheremo un “corollario Trump” alla dottrina Monroe».

Con questo termine si fa riferimento a un’affermazione, fatta nel 1823, dal presidente statunitense James Monroe in base alla quale, mentre si riconosceva l’indipendenza delle repubbliche ispanoamericane, si avvertivano i paesi europei (in particolare, Spagna, Gran Bretagna, Francia, Portogallo, Paesi Bassi) che l’emisfero occidentale era interdetto a qualsiasi loro futura colonizzazione. Ben presto, però, la dottrina Monroe si trasformò da monito contro il colonialismo europeo in una sorta di «diritto d’ingerenza». L’America Latina divenne il famoso «cortile di casa» al quale soltanto gli Stati Uniti avevano possibilità d’accesso. Cosa accaduta fino ad alcuni decenni fa.

Negli ultimi anni gli Usa si sono (relativamente) disinteressati e il loro posto è stato occupato da altri, in particolare dalla Cina. Per arrivare a questo, Pechino non ha usato la forza militare (hard power), ma la forza della diplomazia (soft power). Nel continente, le aziende cinesi – spesso di proprietà statale – sono importanti investitori nei settori minerario (Perù, Bolivia), energetico (Cile, Argentina) e infrastrutturale (Perù, Panama). Il Paese ha superato gli Stati Uniti come principale partner commerciale in molti paesi latinoamericani (Brasile, Cile, Perù, Uruguay). Pechino ha anche ampliato la sua presenza culturale, per esempio con gli istituti Confucio e con la propria televisione di Stato (China global television network, Cgtn), che trasmette in spagnolo e portoghese

Nel maggio 2025, la Cina ha ospitato i leader latinoamericani e caraibici in un vertice a Pechino.

Il ritratto ufficiale di Donald Trump e il frontespizio del documento sulla Strategia della sicurezza nazionale (National security strategy, Nss), uscito lo scorso novembre.

Secondo il corollario Trump, l’emisfero occidentale deve tornare sotto il controllo degli Stati Uniti politicamente, economicamente, commercialmente e militarmente. Il tycoon si sta però muovendo come un elefante in un negozio di cristalli. Ad oggi, la sua strategia si è tradotta principalmente nel meccanismo ricattatorio dei dazi (emblematico il caso del Brasile) e, in un caso, nell’uso della forza (ancorché limitata) contro un paese, il Venezuela di Maduro.

Donald Trump, che si muove sempre e comunque nell’ottica del business, sta cercando di riguadagnare terreno soprattutto negli stati latinoamericani retti da governi di destra (o di estrema destra): l’Argentina di Javier Milei, l’Ecuador di Daniel Noboa, El Salvador di Nayib Bukele, la Bolivia di Rodrigo Paz Pereira e, da ultimo, il Cile di José Antonio Kast (da marzo 2026). Tuttavia, visto che, in questi ultimi decenni, il soft power (poder blando, in spagnolo) di Pechino è stato molto efficace, l’affermazione del corollario Trump potrebbe trovare molti ostacoli. 

Paolo Moiola

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