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Siamo nel soggiorno di una casa di Testona, frazione di Moncalieri, qualche chilometro a sud est di Torino. Beatrice, Davide e Ala Adine ci fanno accomodare su un divano angolare accanto a una grande finestra. Sulla parete, alcuni batik comprati in Sri Lanka sono illuminati dal sole serale di metà settembre.
La casa della famiglia Dentico sta al primo piano di una trifamigliare: sotto vive la madre di Beatrice, sopra il fratello. Fuori c’è un bel giardino.
Davide, 59 anni, camicia alla coreana blu e jeans, si siede e inizia a raccontare: lui e sua moglie
Beatrice, di qualche anno più giovane, anche lei in una camicia blu e pantaloni a quadretti, sono due professionisti nei campi dell’editoria e della grafica editoriale. Svolgono due lavori che permettono loro di lavorare da remoto per la gran parte del tempo. «Cosa che ci ha facilitati molto nell’accoglienza di Ala Adine, soprattutto i primi tempi».
Hanno due figlie: Chiara di trent’anni che fa l’infermiera e vive per conto suo, e Francesca, 25 anni, che sta con loro, si occupa di tematiche sociali e lavora nel terzo settore.
Ala Adine è seduto accanto a noi. È alto e snello. Dalle maniche della maglietta nera escono due braccia forti modellate dalla palestra. Sotto i capelli folti e ricci, i suoi occhi ci appaiono allo stesso tempo timidi e vivaci.
Poco fa, mentre ci stringeva la mano, ci ha colpito la tonalità profonda della sua voce e la chiarezza delle sue parole di benvenuto.
«Io sono Ala Adine Ahmad e vengo dal Sudan – racconta -. Sono nato il primo ottobre 2005. Sono il quarto figlio di sette. Sono partito da Al Fashir a 14 anni per cercare un futuro migliore.
Mia mamma non era d’accordo. Abbiamo discusso molto, e alla fine sono partito. Oggi anche loro non sono più in Sudan. Sono in Egitto, e io spero di andare a trovarli a Natale».
La capitale del Darfur settentrionale, pochi anni dopo la sua partenza, sarebbe stata teatro di 18 mesi di assedio da parte delle Fsr (Forze di supporto rapido) e poi di massacri, una volta conquistata. Ala Adine è fuggito da lì nel 2019 in direzione Libia. Nei diversi tratti di strada, è stato accompagnato da adulti che si sono alternati, proseguendo poi per la loro strada. Ciascuno lo affidava al successivo.
«Ho affrontato un viaggio rischioso – dice il giovane -. Non avevo minimamente idea che sarei arrivato un giorno in Italia.
In Libia ho lavorato un anno. Poi alcune persone mi hanno consigliato: “Questo Paese non fa per te, c’è un campo gestito dall’Unhcr ad Agadez, in Niger. Tu sei minorenne, lì sarai al sicuro senza rischiare il viaggio per mare”.
Sono arrivato in Niger a fine 2020, in pieno periodo Covid. Dopo qualche mese, è stato proposto a me e ad altri ragazzi il progetto di un’accoglienza in famiglia in Italia.
Eravamo felicissimi. Poi però i tempi sono diventati lunghi. Alcuni ragazzi hanno perso la speranza e se ne sono andati, mentre io e altri abbiamo aspettato. Alla fine, sono arrivato in Italia nell’ottobre del 2022. Avevo 17 anni».

Ala Adine è uno dei minori che hanno potuto viaggiare verso l’Italia con un visto d’ingresso per lo studio. «Pagella in tasca» è stato un progetto pilota, attivo tra il 2020 e il 2024, promosso dall’Ong Intersos in collaborazione con l’Unhcr, il Comune di Torino e altri partner come la Chiesa.
I ragazzi partecipanti, identificati sulla base di una serie di criteri, tra cui la motivazione a studiare, arrivati a Torino e accolti dalle famiglie, hanno frequentato un Cpia (Centri provinciali per l’educazione degli adulti) per la licenza media. Si sono poi iscritti in una scuola superiore.
Al termine dei primi dodici mesi di borsa di studio, i giovani sono rientrati nei progetti Sai (Sistema di accoglienza e integrazione), rimanendo con le stesse famiglie affidatarie.
Per Ala Adine e la famiglia Dentico questo ha significato partecipare al progetto Rifugio diffuso che struttura e accompagna le esperienze di accoglienza di rifugiati in famiglie.
Ala Adine oggi frequenta il quarto anno in meccanica industriale presso un Centro di formazione professionale. Vive con i Dentico da quattro anni.

Chiediamo a Beatrice e Davide come sono arrivati alla scelta di accogliere Ala Adine a casa loro.
Beatrice prende la parola: «Era la primavera del 2021. Un giorno ho ricevuto su WhatsApp la locandina del progetto “Pagella in tasca”. La proposta era di iscriversi a un percorso di formazione per accogliere un minore non accompagnato.
In famiglia avevamo sempre parlato di accoglienza. Facciamo volontariato, aiutiamo in parrocchia. Quel giorno sono entrata in casa e ho detto: “Che ne dite, facciamo questo passo?”».
«All’inizio l’ho frenata – interviene Davide -. Bisognava parlarne con calma, ponderare ogni cosa. Però poi si è accesa una lampadina in me. Siamo sempre stati impegnati nel sociale. Per noi è fondamentale dare una testimonianza di coerenza cristiana. Mi sono informato e alla fine abbiamo deciso di iniziare il corso. Anche le nostre figlie erano d’accordo ed entusiaste».

Il percorso di selezione delle famiglie da parte di Intersos, raccontano Davide e Beatrice, prevedeva diversi incontri di valutazione. L’obiettivo era quello di verificare che la famiglia potesse garantire la massima tutela ai ragazzi accolti. Dopo essere stati ritenuti idonei, è iniziata una lunga attesa dovuta al Covid e alla burocrazia.
«Eravamo già pronti con la camera allestita – spiega Beatrice -, ma Ala Adine è arrivato in Italia sei mesi dopo».
Alla fine del 2022 il ragazzo è sbarcato all’aeroporto di Caselle con altri tre del Sudan, scortati da Gime, prezioso mediatore eritreo. Ad attenderli c’erano le quattro famiglie che li avrebbero accolti, ma l’abbinamento non era ancora stato fatto.
«Prima dell’abbinamento – racconta Davide -, ci siamo trovati a giocare insieme a calcetto. Ricordo che in squadra con me c’era questo ragazzo bravissimo con cui abbiamo vinto la partita. Non sapevo ancora che sarebbe stato proprio lui a venire a casa nostra».
Dopo un paio di settimane, l’abbinamento è stato formalizzato, e Ala Adine e la famiglia hanno avuto alcuni giorni di «avvicinamento» per conoscersi. Insieme al mediatore, si sono prima incontrati in un bar, poi si sono trovati a casa di Beatrice e Davide per una cena. In seguito, il ragazzo è andato da loro per un fine settimana. In ultimo, si è trasferito.
Beatrice racconta i suoi timori: «Avevo paura di non essere all’altezza, mi preoccupavo per il cibo, per la lingua o per il fatto che la stanza potesse non piacergli».
«Ho trovato molto più di quello che sperassi – dice lui -: una bella stanza ampia, vestiti, quaderni e libri. L’unico ostacolo era la lingua. C’erano momenti di silenzio all’inizio, per la difficoltà di esprimersi senza dover usare il traduttore sullo smartphone, ma nel giro di qualche settimana abbiamo iniziato a confidarci davvero».
«Accogliere in famiglia garantisce ai ragazzi un inserimento umano e sociale infinitamente più rapido ed efficace rispetto a una comunità», spiega Davide. «Ala Adine ne è la prova: appena arrivato a casa, ci siamo divisi i compiti per aiutarlo a studiare. Noi e le nostre figlie. Ala Adine ha imparato l’italiano in pochissimo tempo e in sei mesi ha ottenuto la licenza media con ottimi voti».
Parenti, vicini e amici hanno accolto il ragazzo senza riserve inserendolo dentro una rete di relazioni che lo sostengono e che saranno un bagaglio importante anche nel suo futuro.
Ora Ala Adine vede avvicinarsi il diploma professionale di meccanico industriale. «Da piccolo non sognavo di fare il meccanico. Non ero bravo con la manualità – sorride -, ma ho scoperto un mondo nuovo che mi piace molto. Poi ho preso la patente di guida, ho partecipato a uno stage di studio in Spagna e a uno per la Pininfarina. Da poco, dato che qui in famiglia leggono tutti, ho anche iniziato a leggere. Sto per finire Io uccido di Giorgio Faletti e ho ridotto anche l’uso del telefono».
Ci torna alla memoria un messaggio di Davide di qualche giorno fa. Ci presentava Ala Adine così: «È un ragazzo di quasi 21 anni, come tanti altri ragazzi italiani, integrati in famiglia, nella scuola, con gli amici. È proiettato verso il mondo del lavoro, esce con gli amici il sabato sera, ascolta musica, va in palestra, utilizza i social, parla perfettamente l’italiano con l’accento piemontese».
La convivenza ha comportato adattamenti che Beatrice e Davide stentano a ricordare. Ala Adine, ad esempio, si è adattato subito alla cucina italiana, con l’eccezione della carne di maiale.
I piccoli e inevitabili scontri iniziali riguardavano la puntualità e la comunicazione degli orari di rientro a casa. Ma in generale ha prevalso un clima di rispetto e affetto reciproco.
Un esempio citato da Ala Adine è quello del primo Ramadan. Ce lo racconta Beatrice: «Durante il suo primo anno con noi, lui aveva il timore di darci fastidio alzandosi alle 4 del mattino per mangiare prima del digiuno. Allora ho deciso di svegliarmi alla stessa ora e di fare il digiuno del Ramadan con lui. Ci alzavamo nel cuore della notte, preparavamo il cibo e mangiavamo insieme. Poi la sera ci ritrovavamo per rompere il digiuno».
«Vedere una persona di un’altra religione fare questo per me – aggiunge Ala Adine – mi ha fatto sentire immensamente felice e accolto».

Ci rendiamo conto che il tempo scorre veloce quando Davide ci dice che tra non molto dovrà andare in palestra con Ala Adine: «Io faccio solo Pilates», precisa con autoironia. Anche Beatrice ha un impegno in parrocchia.
Prima di andare via, Ala Adine ci mostra la sua stanza: appena entrati, vediamo un armadio a ponte e una scrivania con un computer, uno smartphone in carica, penne, fogli, libri. Qui Ala Adine sta realizzando il suo sogno di studiare.
Una parete è coperta da una libreria piena di volumi. Anche sopra il letto ci sono due mensole cariche di libri. Notiamo un mappamondo e alcune statue africane. Beatrice ci mostra alcuni quadretti dipinti da Ala Adine quando un anno fa ha avuto un fruttuoso «periodo artistico».
Lui si avvicina a una cornice a giorno in cui sono disposte diverse foto della sua famiglia. Ce le mostra una a una: sua madre, i suoi fratelli, le sue sorelle. Un paio di foto rappresentano lui bambino, quando era ancora in Sudan.
«Ci sentiamo regolarmente. Queste foto dovrei rinnovarle, perché sono di qualche anno fa».
Quando usciamo dalla stanza, ci prepariamo tutti per andare via. Scendiamo nel giardino dove un gatto riposa tranquillo su una panchina di plastica bianca. Accanto, c’è un grande abete addobbato con luminarie natalizie. «Ala Adine ci aiuta tutti gli anni ad addobbarlo – dice Beatrice -, ma l’anno scorso abbiamo deciso di lasciarlo così».
Dal punto di vista formale, quando Ala Adine compirà 21 anni tra pochi giorni, l’accoglienza della famiglia Dentico non sarà più sotto l’ombrello del progetto Rifugio diffuso. Tuttavia, sia per Ala Adine che per Beatrice e Davide il primo ottobre rappresenta una semplice scadenza amministrativa che non cambia le cose.
«Formalmente il progetto si chiude ora, ma Ala Adine è a tutti gli effetti un membro della nostra famiglia e rimarrà con noi fino a quando lo desidera», dice Davide. «L’obiettivo è accompagnarlo verso la sua indipendenza, esattamente come abbiamo fatto per le nostre figlie».
In conclusione, chiediamo a Davide e Beatrice quali parole direbbero a una famiglia che stia valutando di accogliere in casa una persona rifugiata: «Io direi che ci vuole un pizzico di coraggio per fare un gesto concreto e coerente con i propri valori», risponde Davide.
«E io aggiungerei che serve anche un pizzico di leggerezza», chiosa Beatrice con un sorriso. «Le difficoltà ci sono, ma se affrontate insieme sono molto più piccole di quello che s’immagina».
Luca Lorusso
Sito intersos: video (https://www.intersos.org/en/pagella-in-tasca-education-pathways-for-refugee-children/).

Imbocchiamo a piedi via San Giuseppe Cottolengo dall’angolo con via Cigna. Siamo diretti all’Ufficio pastorale migranti (Upm) della diocesi di Torino dove siamo attesi da Kaltoum Mlouki, mediatrice, operatrice sociale e punto di riferimento, tra le altre cose, del progetto Rifugio diffuso per l’accoglienza in famiglia di rifugiati e richiedenti asilo.
Alle nostre spalle, sopra le costruzioni ottocentesche che ci circondano, svetta la cupola del santuario di Maria Ausiliatrice voluto da don Bosco.
A poche decine di metri da qui si trova il «Rondò della forca», il luogo nel quale, a metà 800, venivano impiccati i condannati a morte e dove oggi sorge un piccolo monumento che rappresenta san Giuseppe Cafasso mentre accompagna un uomo al patibolo.
Ancora qualche centinaio di metri più in là si trova il santuario della Consolata, retto tra il 1880 e il 1926 da san Giuseppe Allamano, fondatore dei Missionari e Missionarie della Consolata.
Questo è il quartiere che, nel diciannovesimo secolo, ha visto agire i santi sociali di cui la città va orgogliosa. E ancora oggi rappresenta un luogo in cui si incrociano vulnerabilità ed enti impegnati nel sostenere chi ha bisogno di aiuto.

Ai civici 9 e 14 si trovano l’Ospedale Cottolengo e la Piccola casa della divina Provvidenza.
Noi entriamo al 22, al Distretto sociale dell’Opera Barolo, realtà fondata dai Marchesi Carlo Tancredi Falletti e Giulia Colbert: un polo dedicato all’inclusione sociale, ai servizi per i migranti e all’accoglienza abitativa. È qui che ha sede l’Upm.

Nell’affollata sala d’attesa all’ingresso siamo accolti da suor Stella Mwinuka, giovane missionaria della Consolata tanzaniana. Ci accompagna al terzo piano attraverso un intrico di corridoi, uffici e ascensori.
Kaltoum ci aspetta sorridente. Capelli neri, lisci. Indossa un golfino beige sopra una maglietta nera. Davanti a lei lo schermo di un computer e diverse carte sparse sulla scrivania.
«Il mio nome richiama la cantante egiziana Umm Kulthum che piaceva molto a mio zio – ride -. Ma io sono marocchina. Sono arrivata a Torino quando avevo 16 anni, nel 2002.
Nel 2014 ho scoperto il mondo dell’Upm, e per me, è stata una svolta. Nei beneficiari che incontravo qui, vedevo me stessa di qualche anno prima. Mi sentivo toccata da vicino. E ancora oggi è così».
All’Upm Kaltoum si occupa di prevenzione di sfratti e problemi abitativi, gestione delle richieste d’asilo, del progetto anti tratta lavorativa e sessuale, di mediazione per il Piano di inclusione sociale, fino allo sportello d’ascolto per i casi più complessi.
«Dal 2020 – prosegue Kaltoum -, lavoro anche su “Rifugio diffuso”: dagli aspetti amministrativi alla formazione delle famiglie, alle relazioni con le persone che accolgono e con quelle accolte.
Mi capita a volte di fare da mediatrice, sia per aspetti culturali che per la risoluzione dei conflitti che la convivenza può far nascere, soprattutto nei primi tempi».
Nato nel 2008 dall’Ufficio stranieri del Comune di Torino e gestito da alcune associazioni del territorio, negli anni di sperimentazione 2009-2014, Rifugio diffuso ha coinvolto 122 nuclei accoglienti per 149 beneficiari. Dal 2015 è stato inserito nella rete del Sai (Sistema di accoglienza e integrazione), la sua gestione è stata affidata all’Ufficio pastorale migranti, a cui si è affiancato in seguito l’ente del terzo settore Cisv, e ha attivato altre 215 accoglienze.
L’obiettivo è quello di accompagnare all’autonomia i rifugiati maggiorenni che escono dalle strutture della prima accoglienza: giovani o meno giovani, famiglie monogenitoriali.
Kaltoum racconta anche di situazioni ad alta vulnerabilità o con specificità come nuclei con persone sorde o Lgbt. L’accoglienza dura 6-12 mesi, o fino ai 21 anni di età del beneficiario. Fino a oggi l’obiettivo è stato raggiunto nell’80% dei casi.
Le famiglie accoglienti, invece, sono di solito coppie con figli grandi, single o anziani con una stanza libera. La gran parte sono italiani, ma ci sono casi di nuclei di origini straniere, magari qualcuno che in passato ha beneficiato in prima persona dell’accoglienza.
«Rifugio diffuso è un’eccellenza in Italia – prosegue Kaltoum -. È un’esperienza che supera la logica spersonalizzante dei grandi centri di accoglienza dove le relazioni sono fragili perché i ragazzi, spesso di culture differenti, studiano o lavorano tutto il giorno, e si incrociano solo la sera».
L’inserimento in una famiglia offre, invece, un punto di riferimento umano costante e rassicurante. «I giovani imparano l’italiano più in fretta e beneficiano della rete di relazioni della famiglia: parenti, amici, gruppi, associazioni».
In più, chi è dentro il progetto può contare sempre sull’appoggio degli operatori dell’Upm.
«Purtroppo – aggiunge Kaltoum con rammarico -, dopo 18 anni, nonostante le prove che sia un ottimo sistema di integrazione, Rifugio diffuso rimane un’eccezione».

Aprire la propria casa a un estraneo, oppure, dal punto di vista del beneficiario, decidere di andare a vivere in una famiglia con le sue regole e abitudini, richiede una scelta consapevole.
Per questo l’Upm organizza cicli di formazione per le famiglie candidate, affrontando pro, contro, limiti e aspettative. A questi incontri partecipano alcuni nuclei che hanno già fatto l’esperienza e che offrono le loro testimonianze. Molte persone, poi, si mettono in rete per aiutarsi a vicenda.
Dall’altra parte, anche i giovani vengono seguiti nella decisione. L’incontro non avviene a caso. Quando l’Ufficio migranti del Comune propone un giovane per il progetto, l’Upm si occupa di scegliere la famiglia da abbinare. Cercando di «matchare», far incontrare, profili compatibili.
È successo qualche volta che la convivenza non sia andata a buon fine e che il percorso sia stato interrotto prima del tempo.
Per questo Kaltoum e gli altri operatori hanno colloqui periodici con i beneficiari e le famiglie, in modo che le difficoltà possano essere affrontate anche grazie alla mediazione di una terza parte. «Quando un cammino incontra difficoltà, l’Upm non abbandona il ragazzo, ma riattiva percorsi tramite il Piano di inclusione sociale, la rete di parrocchie o gli alloggi studenteschi».
Non sono rare le volte in cui le famiglie accoglienti e i rifugiati decidono di comune accordo di continuare a vivere assieme anche dopo la conclusione del progetto. Come sintetizza Kaltoum, «finito il progetto, c’è la persona».
Quasi come con un figlio, alcune famiglie si offrono di sostenere la persona accolta finché non avrà raggiunto l’autonomia e non deciderà di andare per la sua strada. «In un caso – racconta Kaltoum -, una famiglia ha persino cambiato casa, cercandone una più grande, pur di far rimanere il giovane accolto. In un altro percorso, la famiglia ha avviato le pratiche per l’affido».
Mentre parla di questi casi, Kaltoum si commuove. Ha occhi lucidi di partecipazione affettiva, oltre che professionale.
«Un altro esempio – prosegue – è una “catena dell’accoglienza” che si è creata nella comunità filippina: un ex beneficiario del 2019, ottenuta l’autonomia, ha accolto un connazionale, il quale a sua volta oggi sta ospitando un’altra giovane connazionale».
Ultimamente, il progetto ha dovuto affrontare ostacoli burocratici legati alle direttive Sai del 2025 che richiedevano alle famiglie una rendicontazione analitica delle spese sostenute. In più l’inserimento in famiglia veniva indicato come strumento residuale, di fatto escludendo il progetto Rifugio diffuso dal sistema di accoglienza ufficiale.
«La generosità delle famiglie ha consentito di superare la criticità per le accoglienze già avviate – spiega Kaltoum -. Però il progetto non ha potuto fare nuovi abbinamenti. Attualmente ci sono sette ragazzi accolti per una rete di circa 40 famiglie disponibili. Pare che le future indicazioni Sai torneranno sui loro passi e sarà possibile riattivare nuovi percorsi».
Con la prospettiva di una nuova ripresa, Kaltoum rivolge un invito a chi sta pensando all’accoglienza: «Tutte le famiglie ci dicono che i ragazzi accolti portano una visione diversa della vita, e un’allegria nuova. Il mio suggerimento è di provare, perché a volte basta fare il primo passo e toccare con mano, perché cadano le paure».
Luca Lorusso

Per fare il punto su risultati, nodi burocratici e trasformazioni del progetto Rifugio diffuso, i sociologi Magda Bolzoni (Politecnico di Torino) e Davide Donatiello (Università di Torino) hanno condotto nel 2024-2025 una ricerca con Fondazione Migrantes, Upm Torino, Comune di Torino e Fieri (Forum internazionale ed europeo di ricerche sull’immigrazione).
Dall’indagine è nato il libro Tutti a casa. Storie di accoglienza nel progetto Rifugio diffuso, Tau, 2026.
Li raggiungiamo tramite videochiamata: «Il Rifugio diffuso – spiega Donatiello – è un progetto integrato di seconda accoglienza per persone rifugiate o richiedenti asilo. Chi vi accede ha già vissuto in strutture istituzionali, apprendendo l’italiano e muovendo i primi passi nel Paese. È un servizio che mira a far fare un’esperienza di accoglienza in un nucleo familiare. Non offre solo un tetto, ma anche relazioni che, nel tempo, possono aiutare i beneficiari a integrarsi e costruire una vita autonoma».

Rifugio diffuso è un progetto «sartoriale», spiega Bolzoni: «Non prevede una risposta standardizzata, ma personale, cucita sulle persone nella loro interezza, nella loro storia, nei loro bisogni».
Uno dei fattori centrali è l’abbinamento tra famiglie e persone rifugiate: da un lato, c’è un’attenta analisi dei profili di queste (uomini o donne, giovani o meno giovani, interi nuclei famigliari, ndr). Gli operatori della prima accoglienza valutano, ad esempio, la volontà del rifugiato di aderire al progetto. «C’è sempre molta attenzione su questo – precisa Bolzoni -. Non è scontato che una persona si senta a suo agio in una famiglia dopo aver vissuto anni da sola e aver fatto esperienze, spesso, molto forti».
Le segnalazioni poi giungono all’Ufficio stranieri che le trasmette agli operatori del Rifugio diffuso, il quale si occuperà di «pescare» la famiglia più adeguata tra quelle candidate.
Alle famiglie accoglienti viene offerto un percorso di formazione sulle principali questioni burocratiche, culturali e relazionali, anche grazie al racconto e al supporto di altre famiglie che hanno già vissuto il percorso.
A tutti viene garantito l’accompagnamento degli operatori dell’Upm durante l’intera accoglienza.
«Quando si trova un buon abbinamento, avviene un primo incontro – spiega Bolzoni -. Segue poi una visita della casa e, infine, se tutto va bene, si inizia».

Un elemento paticolare che emerge dalla ricerca è la scarsa conflittualità tra accoglienti e accolti nella vita di ogni giorno: «La gestione degli spazi, del cibo e dei ritmi di vita richiede sempre una quota naturale di aggiustamenti e conflitti. Ma questi non sono mai sfociati in scontri – rileva Bolzoni -. Siamo stati sorpresi da quanto poco problematico fosse narrato il quotidiano».
A facilitare l’equilibrio è quella che Donatiello chiama «la relazione a tre»: la famiglia e il ragazzo non sono soli, sono sempre accompagnati da «un terzo attore», l’équipe dell’Upm. «Questo presidio evita che il peso dell’integrazione gravi solo sugli accoglienti. In più, il confronto tra famiglie, aiuta molto nella risoluzione dei dubbi quotidiani».

Se i primi tempi e poi la vita quotidiana dell’accoglienza possono presentare le loro difficoltà, uno dei momenti più critici del percorso è quello della sua conclusione, quando il rifugiato si trova, a volte, a non avere raggiunto l’autonomia a causa di lavori precari e di contratti d’affitto rifiutati.
«A Torino, città ricca di alloggi vuoti, gli immigrati affrontano forti discriminazioni – spiega Donatiello -, e fanno fatica a trovare un’abitazione in affitto. Questo nonostante diverse famiglie abbiano adottato la pratica virtuosa di risparmiare parte del contributo mensile che ricevono allo scopo consegnarlo al rifugiato quando esce di casa per aiutarlo a superare lo scoglio della caparra».
Sul fronte lavorativo, accanto alle situazioni positive ci sono quelle di precarietà e, a volte, di sfruttamento.

Rifugio diffuso è stato il primo progetto del suo genere in Italia. Esperienze simili non mancano (il Progetto Vesta a Bologna, il Ciac a Parma o Refugees Welcome e altri), ma sono poche, e tutte «sperimentali». L’accoglienza in famiglia resta marginale nei piani nazionali. In più, spiega Donatiello, «nell’ultimo anno e mezzo, il servizio è dovuto uscire dal Sai a causa dei vincoli del manuale di rendicontazione ministeriale del 2025. Il contributo forfettario elargito alle famiglie doveva essere rendicontato nei dettagli, cosa difficile da fare. Inoltre, le linee guida consideravano l’accoglienza domestica come “distacco” da un posto in struttura, lasciando vuoto e non finanziato quel posto, con problemi per le cooperative».
Ora, dopo la mobilitazione del Comune di Torino e dell’Anci (Associazione comuni italiani), pare che le regole verranno ridefinite permettendo a Rifugio diffuso di rientrare a pieno titolo nel canale Sai.
Certo, le difficoltà di sopravvivenza di una realtà come Rifugio diffuso sembrano paradossali se si pensa alla facilità con cui l’Italia e l’Europa hanno attivato in tempi brevissimi e sostenuto l’accoglienza domestica per i profughi ucraini quando è scoppiata l’emergenza nel 2022. Ci si domanda perché il modello non sia stato utilizzato anche per i rifugiati provenienti da altri Paesi.
L’accoglienza in famiglia coinvolge la cittadinanza e converte la diffidenza in prossimità. Per questo trasforma i rifugiati da categoria problematica a componenti attivi della comunità civile. Un patrimonio d’umanità che va rilanciato su scala nazionale.
Luca Lorusso

Il collegamento video si attiva quando il sole è già calato, dopo un turno di lavoro lungo e molto faticoso. Gabriel (nome di fantasia, ndr) ha gli occhi segnati dalla fatica, ma è felice di poter raccontare la sua esperienza di «rinascita» avvenuta dopo la fuga dal Perù e i mesi vissuti tra strada, strutture di accoglienza e sfruttamento lavorativo a Torino e Chieri (To).
Oggi, Gabriel vive in affitto nel cuneese con la sua compagna e da poche settimane ha un ruolo di responsabilità come referente di una comunità di pre-reinserimento per persone con problemi di dipendenza ed ex detenuti.
La sua laurea in psicologia, conseguita in Perù, sebbene non riconosciuta in Italia, gli è molto utile nel suo lavoro con persone vulnerabili.
«Per quanto riguarda il lavoro, è un periodo un po’ pesante – racconta -, perché da poco sono diventato referente di una struttura per tossicodipendenti e devo gestire l’équipe. I turni sono lunghi e stressanti. Oggi ho fatto un turno doppio per sostituire una collega. Sono stanco, ma ci sono».
Il suo volto tranquillo occupa buona parte dello schermo. Dietro si intravvedono l’infisso color noce di una finestra e, oltre il vetro, le luci accese del condominio di fronte.
La storia recente di Gabriel comincia nella sua città natale in Perù.
Da lì decide di scappare nel dicembre del 2023. «Ho dovuto lasciare la mia famiglia a causa della violenza e delle estorsioni di cui ero vittima.
Rimanere lì era come una condanna – racconta Gabriel con serenità, probabilmente abituato a ripercorrere le ragioni della sua partenza da casa -.
Sono partito da zero, con cinquecento euro per il viaggio e una valigia di sogni», dice.
«Quando ho raggiunto l’Italia, sono andato a stare da un amico a Torino. Però, dopo due mesi, è arrivato un suo parente, e per me non c’era più posto. Era l’inizio di febbraio 2024. Non sapevo dove andare, e la mia testa è entrata in “modalità sopravvivenza”. Per due settimane sono andato a dormire nell’Ospedale Mauriziano, mi lavavo tutti i giorni nei servizi della struttura e di giorno guadagnavo qualche soldo svuotando cantine e facendo lavoretti così».
Un giorno, racconta la sua vicenda a una donna «amica dei peruviani» che lo invita a Chieri, cittadina sulle colline a est di Torino, in vista di un’ospitalità in un alloggio della parrocchia.
Nel frattempo, viene assunto da una facoltosa famiglia del luogo come cuoco, ma Gabriel si trova presto a fare il factòtum in casa e a subire insulti e maltrattamenti: «Mi urlavano addosso, mi denigravano continuamente. Ho sopportato per un po’, poi ho deciso di lasciare. Non sono nemmeno stato pagato: hanno inventato scuse che non potevano fare il bonifico».
Gabriel non ha i documenti, e questo gli rende difficile trovare un lavoro e una sistemazione.
Dopo qualche mese di ospitalità nell’alloggio parrocchiale, Gabriel, che è sempre stato molto indipendente e laborioso, si vergogna di continuare a stare lì. Chiede ospitalità a un altro amico. Questi, prima gliela offre, poi, quando Gabriel ha oramai lasciato l’alloggio della parrocchia, gli dice che non può più accoglierlo.
È il suo secondo periodo di vita per strada. Scatta in lui di nuovo la «modalità sopravvivenza». Dorme sulle panchine vicino a un supermercato di Chieri, finché, dopo venti giorni, il parroco non viene a sapere della sua situazione e lo richiama.
È in questo momento che conosce Simone e Chiara dell’ufficio pastorale migranti di Torino: «Con loro ho stretto una bella amicizia – racconta -. Parlavamo e ridevamo molto. Mi hanno aiutato tantissimo con il permesso di soggiorno. È stato come avere degli angeli costantemente lì per me».
A Gabriel viene riconosciuta la protezione speciale e ottiene il permesso di soggiorno. Con i documenti a posto, può finalmente accedere a un lavoro regolare. Trova impiego come operatore in una comunità per tossicodipendenti e, non avendo ancora un alloggio proprio, chiede e ottiene di dormire nella struttura. Dopo alcune settimane, un giorno, Chiara gli dice che c’è un’opportunità: il progetto Rifugio diffuso.
È novembre 2024, è passato quasi un anno dal suo arrivo in Italia. A Moncalieri, Gabriel incontra Giulia (nome di fantasia, ndr), una donna vedova di ottant’anni.
Gabriel ha dei dubbi, perché sa di essere una persona molto indipendente e di avere orari di lavoro complicati da mettere assieme a una «convivenza» in famiglia. I dubbi, però, svaniscono al primo incontro: «Con Giulia c’è stata una connessione immediata. Ho visto la sua dolcezza nel modo in cui parlava e si esprimeva. Mi ha fatto ricordare la famiglia che avevo lasciato in Perù».
Tra i due emergono, poi, singolari coincidenze: Giulia, che ha sempre desiderato un figlio di nome Gabriele, aveva visitato la città natale di Gabriel proprio nell’anno della sua nascita.
Gli incontri preliminari, anche con le due figlie di Giulia vanno bene. Giulia a Moncalieri dispone di una casa con due alloggi: sopra vive lei, sotto andrà a stare Gabriel per un anno.
«Quando vivi in strada sei sempre in modalità sopravvivenza: pensi a cosa devi fare domani, a come muoverti. Con Giulia, ho finalmente avuto la possibilità di pensare con calma alla mia vita. Ho preso la patente, un’auto per affrontare i lunghi spostamenti per raggiungere il lavoro. Ho ritrovato la serenità, anche grazie ai miei studi».
A Moncalieri, Gabriel vive momenti belli con Giulia. Quando ci sono anche le figlie, si sente accudito e incoraggiato come da due sorelle maggiori.
Questo clima di serenità gli permette di compiere il salto professionale: da operatore viene promosso a referente del modulo di pre-reinserimento, gestendo una struttura con otto ospiti. «Ho recuperato tutte le mie tecniche di psicologo – racconta – per accedere alla calma e alla riflessione. Ai ragazzi della comunità dico sempre: se io sono stato capace di ripartire, anche voi, che avete la salute e le vostre famiglie, potete farcela».
Dopo un anno con Giulia, la tappa del Rifugio diffuso si conclude. Gabriel trova un alloggio in affitto nel cuneese e vi si trasferisce con la sua compagna. Paga la rata di casa con sei mesi di anticipo. Continua a sentire regolarmente sia Giulia che la propria famiglia in Perù, e guarda al domani con ottimismo. Spera di riuscire a comprare, un giorno, una casa e di farvi crescere la sua famiglia.
Luca Lorusso

L’alloggio di Anna e Stefano Cirillo si trova in un piccolo condominio su corso Moncalieri a Torino, appena all’inizio della collina, sul lato est del Po. Oltrepassato il cancello, abbiamo di fronte un parco alberato diviso in due da una scalinata. In cima intravvediamo tra le fronde due stabili di tre piani. Saliamo ed entriamo in quello a sinistra. Andiamo su per le scale e, prima ancora di arrivare al pianerottolo, sentiamo la voce allegra di Anna che ci accoglie, ci invita in casa e chiama Mariam che sta di sopra, nella sua stanza mansardata.
A sinistra dell’ingresso notiamo la cucina, e destra una sala con due grandi vetrate che danno sul verde del parco. Alle pareti sono appoggiate librerie e appesi diversi quadri moderni.
Mariam scende da una scala a chiocciola. È alta e sorridente. Al collo porta una catenina dorata. I capelli corti sono divisi in piccole trecce. Indossa una maglietta e dei jeans larghi.
Anna e Stefano hanno due figlie: Beatrice di 28 anni che lavora come osteopata e vive fuori casa e Federica, di 25, che studia giurisprudenza.
Mentre ci dirigiamo verso il tavolo della cucina, è proprio lei, Federica, che ci viene incontro per salutarci. Ci spiega che domani affronterà l’esame di diritto amministrativo, quindi si scusa, ma deve tornare sui libri. Stefano invece, medico radiologo in pensione, è fuori casa per un impegno.
Ci sediamo e iniziamo la chiacchierata: «Sono arrivata a Torino l’11 marzo 2020 – racconta Mariam -. Era appena iniziato il primo lockdown per il Covid. Io avevo 13 anni. Non parlavo italiano e non sapevo nemmeno scrivere. Venivo da Kiniéran, un piccolo centro della Guinea Conakry. Non ero mai andata a scuola e sapevo solo la mia lingua, il malinké».
Cresciuta in una famiglia numerosa – con la madre, due sorelle, un fratello e diversi fratellastri -, Mariam non aveva mai lasciato il suo villaggio prima di partire. Ha attraversato il Mali, il deserto del Sahara, l’Algeria e la Libia. Poi si è imbarcata per Malta ed è arrivata in Sicilia, sempre accompagnata da una donna adulta che lei chiamava «zia». Da lì ha proseguito il viaggio da sola in treno verso Nord: «La mia intenzione era di andare in Francia, dove ho dei parenti, ma, quando sono arrivata a Torino, la polizia mi ha fermata».
Mentre Mariam veniva affidata alla comunità Pro Infantia, il tribunale dei minori di Torino attivava la ricerca di un tutore volontario. È così che la storia di Mariam si è incrociata con quella di Anna, che per anni aveva fatto volontariato proprio in Pro Infantia e si era resa disponibile a fare da tutore legale per minori non accompagnati.
Anna oggi è insegnante di sostegno in una scuola primaria. In passato, per 27 anni, ha gestito un’attività in proprio con cui organizzava soggiorni di studio e lavoro all’estero per ragazzi. La stanza in cui vive oggi Mariam, allora era il suo ufficio.
I primi contatti tra le due sono avvenuti dietro le mascherine: «All’inizio non volevo restare a Torino. Non conoscevo nessuno. La lingua per me sembrava impossibile. Quando vedevo Anna e l’assistente sociale parlare tra di loro, mi sembrava che usassero una lingua magica: non capivo niente», ricorda Mariam.
Soltanto grazie all’intervento di Mamadou, un mediatore linguistico che parlava il malinké, Mariam ha iniziato finalmente a comprendere la propria situazione e chi fosse Anna. Quella donna così chiacchierona è stata la prima persona alla quale Mariam ha detto il suo vero nome.
Sedute al tavolo, Anna e Mariam narrano a ruota libera la loro storia. Ridono, si guardano negli occhi, si scambiano spesso complimenti.
Anna racconta che, durante i mesi del Covid, quando le scuole erano chiuse e la didattica a distanza risultava inaccessibile per chi non parlava l’italiano, portava Mariam sulle panchine del parco del Valentino per insegnarle a leggere e a scrivere.
«Con Anna ho imparato l’italiano e ho cominciato a conoscere Torino. Ho conosciuto la sua famiglia e mi sono sentita un po’ a casa».
Otto mesi dopo il suo arrivo a Torino, per un caso fortuito, Mariam è anche riuscita a contattare la sua famiglia: «Un nostro vicino di casa – racconta Anna – era stato diverse volte in Guinea e aveva dei contatti. Un giorno ci ha detto che era riuscito a rintracciare la mamma di Mariam».
«Quando l’ho chiamata, ha pianto tutto il tempo», ricorda la ragazza. «Ora con lei e i miei fratelli sono in contatto costante, quando la connessione internet lo permette».
Per aiutarsi a ricordare i sei anni e mezzo della loro relazione, Mariam va a prendere in camera alcuni album fotografici: Anna, andando oltre il ruolo burocratico della tutrice, ha incoraggiato Mariam a fare volontariato, l’ha iscritta a un gruppo scout, l’ha invitata a coltivare la sua religione, l’ha portata con sé i fine settimana in campagna dai «nonni», durante le vacanze estive, l’ha accolta in casa per studiare, qualche volta a dormire. Sfogliano gli album e ci mostrano le foto.
Dopo la licenza media, a sedici anni Mariam si è iscritta all’Istituto alberghiero. Quando si avvicinavano i suoi 18 anni, non potendo rimanere nella comunità per minori, le è stata data la prospettiva di andare in un alloggio abitato in prevalenza da giovani madri con bimbi piccoli.
Anna e la sua famiglia, allora, le hanno proposto di andare a vivere con loro tramite il progetto del Rifugio diffuso. «Mariam ha un’intelligenza molto spiccata – spiega Anna -, soprattutto per la matematica. In una comunità di donne con bambini o in un alloggio condiviso non sarebbe riuscita a studiare. In più la vita “regolata” di una famiglia può fare la differenza per una ragazza della sua età. Così le abbiamo detto: “Vieni a vivere da noi”».
«All’inizio l’idea di venire a vivere in famiglia mi spaventava un po’, perché non ero mai stata in una famiglia diversa dalla mia, e sapevo che ci sarebbero state delle regole – racconta Mariam -. Però, dopo una settimana che ero qui, mi sembrava di abitarci da sempre. Beatrice e Federica sono per me come sorelle. Siamo felici di essere insieme perché la nostra unione fa bene a tutti».
La vita quotidiana della famiglia si articola attorno a ritmi consolidati. Durante l’anno scolastico ciascuno segue i propri impegni, ma la sera ci si ritrova sempre tutti insieme a tavola. La convivenza si fonda sul rispetto reciproco e su compromessi semplici ed espliciti. Ad esempio, per quanto riguarda il cibo, Anna scherza: «All’inizio Mariam era un po’ viziata! Ma qui le abbiamo insegnato che si mangia tutto e non si butta niente. Ad eccezione, ovviamente, della carne di maiale e dell’alcol, nel rispetto della sua religione».
«Non ero abituata a certi cibi, ma adesso mangio di tutto – conferma Mariam -. Stando qui ho imparato tantissime cose».
Nel tempo, Mariam è diventata un punto di riferimento affettivo per tutti. Sia nel nucleo ristretto che in quello più ampio della famiglia allargata e del vicinato: «Mariam è una filosofa – scherza ancora Anna, ma facendo intendere che sta dicendo una cosa seria -. Quando c’è un problema, lei ti dà la soluzione saggia, naturale, con un pensiero molto alto. Ha la capacità di tranquillizzare chi le sta intorno».
L’integrazione di Mariam nella trama urbana e sociale di Torino è evidente. Si muove in autonomia per la città per raggiungere la scuola e gli amici: «Quando vado in Barriera di Milano con i bus, i miei amici africani mi prendono in giro dicendo che non sono più africana!», ride Mariam.
Oggi le sue giornate sono dense di attività che ne dimostrano la determinazione: frequenta il quarto anno di un Istituto alberghiero nel quale ha scelto l’indirizzo rivolto a turismo e accoglienza. Dopo un’esperienza professionale presso un ristorante, oggi lavora durante le giornate di partita presso lo stadio della Juventus, occupandosi del servizio in sala e del supporto in cucina.
Anna ci tiene a sottolineare che, negli anni, Mariam ha fatto diverse esperienze di volontariato, collaborando con la Fondazione Paideia, con la Casa del quartiere e con associazioni giovanili.
«All’inizio mi chiedevo perché dovessi fare tutto questo volontariato, ma Anna mi diceva sempre: “Ti servirà per il futuro”. E aveva ragione», chiosa Mariam.

Mentre Anna e Mariam parlano, fuori il cielo si scurisce e inizia a piovere. Mariam si ricorda di aver lasciato la finestra aperta in camera e ci invita ad andare a vederla. Saliamo per la scaletta a chiocciola. La stanza è molto accogliente e tappezzata di libri. Ci sorprende l’ordine. Quando scendiamo di nuovo in cucina ci accorgiamo che si è fatto tardi. Notiamo una teglia nel forno. Dentro, un polpettone che aspetta di essere scaldato. Mentre ci sediamo per le ultime battute che riguardano il futuro, arriva a casa Stefano.
L’obiettivo più chiaro al momento è quello del diploma: «Se cinque anni fa qualcuno mi avesse detto che avrei frequentato una scuola superiore italiana, avrei risposto che era impossibile. Quando ho preso la licenza media, mia madre dalla Guinea mi ha detto: “Wow, grande Mariam!”», racconta la ragazza.
«In matematica è un super genio – aggiunge Anna -. Ha una testa matematica di livello superiore. A me piacerebbe moltissimo che facesse l’università. Noi siamo pronti ad aiutarla. Ma la scelta finale spetta a lei».
Per il post diploma, Mariam sta valutando diverse opzioni, tra cui un percorso biennale di alta formazione manageriale legato al settore turistico, oppure l’ingresso diretto nel mondo del lavoro, mantenendo sempre aperta la possibilità di proseguire gli studi.
«Stare in famiglia mi dà la motivazione e la tranquillità giuste per continuare a studiare. Se fossi stata da sola, o con altri ragazzi, magari avrei smesso, e sarei andata a lavorare – conclude Mariam -. Quello che farò dopo è ancora difficile deciderlo. Ora mi concentrerò sul diploma: il traguardo si vede».
Luca Lorusso
