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Incastonata tra il Mar Nero e le imponenti vette del Caucaso, la Georgia rappresenta uno dei casi più affascinanti e complessi del panorama post sovietico. Questa piccola nazione – 70mila chilometri quadrati (come la superficie di Piemonte, Lombardia e Veneto) per 3,7 milioni di abitanti – si trova oggi a un crocevia cruciale della sua storia: da una parte c’è l’aspirazione all’integrazione con l’Europa, dall’altra ci sono le pressioni di una Russia che considera il Caucaso meridionale parte della propria sfera di influenza naturale. Così, mentre il Paese cerca di definire la propria identità in un mondo multipolare sempre più instabile, la politica interna è attraversata da profonde fratture.
Per comprendere la Georgia contemporanea, è necessario risalire al crollo dell’Unione Sovietica. Il Paese ha dichiarato l’indipendenza il 9 aprile 1991, ma il percorso verso la sovranità è stato immediatamente segnato da conflitti etnici e territoriali, in particolare a causa delle regioni separatiste dell’Abkhazia (Abcasia) e dell’Ossezia del Sud (Samachablo, in georgiano), sostenute da Mosca.
La svolta è arrivata nel 2003 con la «Rivoluzione delle rose»: una protesta di massa pacifica scoppiata dopo i brogli elettorali del novembre di
quell’anno che portò alle dimissioni del presidente Eduard Shevardnadze, l’ultimo ministro degli Esteri dell’Unione Sovietica, e alla salita al potere del leader della «rivoluzione», Mikheil Saakashvili. Tuttavia, le tensioni con la Russia non sono mai terminate, culminando nella breve ma devastante guerra dell’agosto 2008, quando Mosca ha invaso il territorio georgiano in risposta a un tentativo di Tbilisi di riprendere il controllo dell’Ossezia del Sud. Il conflitto si è concluso con l’occupazione russa di circa il 20% del territorio georgiano e il riconoscimento unilaterale da parte di Mosca dell’indipendenza di Abkhazia e Ossezia del Sud.

Negli ultimi anni, la Georgia ha attraversato una delle fasi più turbolente della sua storia successiva all’indipendenza. Al centro dello scontro politico si trova il partito «Sogno georgiano» (Georgian dream party), fondato dal miliardario Boris (Bidzina) Ivanishvili, che governa il Paese dal 2012. Quello che era iniziato come un esperimento di alternanza democratica si è progressivamente trasformato – secondo analisti e critici – in un sistema sempre più autoritario.
La controversa «legge sugli agenti stranieri», approvata nel maggio 2024, nonostante le massicce proteste di piazza, ha segnato un punto di non ritorno. La normativa, infatti, richiede alle organizzazioni che ricevono più del 20% dei finanziamenti dall’estero di registrarsi come «agenti di influenza straniera» ed è stata ampiamente denunciata come una copia della legislazione repressiva russa. Per settimane, decine di migliaia di georgiani sono scesi nelle strade di Tbilisi, affron-
tando idranti e gas lacrimogeni della polizia, in quello che molti hanno definito il momento più critico per la democrazia nel Paese.
L’opposizione accusava Sogno georgiano di aver tradito le aspirazioni europee del Paese e di aver intrapreso una deriva autoritaria. Le elezioni parlamentari dell’ottobre 2024 sono state particolar-
mente controverse: mentre il partito al governo rivendicava la vittoria, osservatori internazionali e opposizione denunciavano irregolarità diffuse, intimidazioni degli elettori e manipolazioni del processo elettorale. Il Parlamento europeo ha addirittura rifiutato di riconoscere i risultati, chiedendo nuove elezioni sotto supervisione internazionale.
Nonostante ciò, Sogno georgiano ha dichiarato la vittoria e preso il controllo del nuovo Parlamento, che, nel dicembre 2024, ha eletto Mikheil Kavelashvili, ex calciatore ed ex parlamentare di Sogno georgiano, come nuovo presidente.
La presidentessa uscente, Salomé Zourabichvili, francese naturalizzata georgiana, già ministra degli Esteri e deputata, ha rifiutato di riconoscere la legittimità del nuovo Parlamento, sostenendo che, essendo le elezioni falsificate, esso è illegittimo e come tale non può eleggere un presidente.
La sua decisione di lasciare il palazzo presidenziale portando via la bandiera è stata un gesto simbolico e drammatico per sottolineare che il potere legittimo non risiede più in quelle istituzioni.
Qui emerge il cuore del problema: formalmente, secondo la Costituzione georgiana, Kavelashvili è presidente. Ma Zourabichvili e gran parte dell’opposizione sostengono che l’intero processo sia stato viziato alla radice da elezioni parlamentari fraudolente. Questo crea una doppia narrazione di legittimità – una formale procedurale e una sostanziale democratica -, che riflette la profonda divisione nel Paese tra chi sostiene l’orientamento filorusso del governo e chi vuole l’integrazione euroatlantica.
Un tempo vicina a Sogno georgiano, Salomé Zourabichvili è in seguito divenuta il simbolo della resistenza, definendo il percorso euroatlantico della Georgia come «esistenziale» e affermando che esso «è ciò che la popolazione georgiana vuole oggi, come lo voleva ieri, e come lo vuole per il suo futuro». Al momento di lasciare il palazzo presidenziale ha dichiarato: «Questo edificio non appartiene a nessuno, questo edificio era un simbolo finché il Presidente, che era legittimo, sedeva qui. Sto portando via la legittimità, sto portando via la bandiera, sto portando via ciò che è la vostra fiducia».
La società civile georgiana, storicamente vivace e impegnata, da allora è sotto pressione crescente. Giornalisti, attivisti e organizzazioni non governative denunciano un clima di intimidazione
e repressione. Il caso della giornalista Maka Chikhladze, aggredita mentre documentava per una televisione le proteste pro Ue (7 dicembre 2024), è solo uno dei tanti episodi che illustrano il deterioramento dello spazio democratico.
Camminando per le strade di Tbilisi, la tensione politica è palpabile. «Non lasceremo che ci rubino l’Europa», dice Mariam, una studentessa di 23 anni. «Mio nonno ha combattuto per l’indipendenza dalla Russia. Non permetteremo che questo sacrificio sia stato vano». Un tassista di mezza età, Giorgi, offre una prospettiva più cinica: «I politici pensano solo ai loro affari. Parlano di Europa, parlano di Russia, ma alla fine pensano solo ai loro portafogli. Noi georgiani comuni paghiamo sempre il prezzo».



Per comprendere l’intensità delle proteste contro la legge sugli agenti stranieri, bisogna capire quanto profondamente l’identità europea sia radicata nella coscienza nazionale georgiana. Secondo sondaggi affidabili, oltre l’80% della popolazione sostiene l’adesione all’Unione europea, un livello di consenso raramente riscontrato in altri Paesi candidati.
Questa aspirazione non è solo politica, ma culturale e identitaria. I georgiani vedono se stessi come parte della civiltà europea, nonostante la posizione geografica ai confini orientali del continente. La bandiera europea sventola ovunque a Tbilisi, dai balconi privati agli edifici pubblici, spesso accanto alla bandiera nazionale.
L’articolo 78 della Costituzione georgiana, aggiunto nel 2017, sancisce l’orientamento euroatlantico come obiettivo strategico irrevocabile del Paese.
Nel dicembre 2023, l’Unione europea ha concesso alla Georgia lo status di Paese candidato, un riconoscimento che ha scatenato celebrazioni di massa per le strade della capitale. Tuttavia, questo status ha posto condizioni severe: riforme del sistema giudiziario, lotta alla corruzione, miglioramento dei diritti umani e depolarizzazione della politica.
L’approvazione della legge sugli agenti stranieri ha rappresentato un duro colpo a questo processo. Bruxelles ha risposto congelando de facto il percorso di adesione, mentre diversi Stati membri hanno imposto sanzioni individuali contro funzionari georgiani. La Commissione europea ha chiarito che non ci saranno progressi finché il Governo non invertirà la rotta sulle riforme democratiche.
Alla luce di queste reazioni internazionali, Sogno georgiano accusa l’Ue e gli Stati Uniti di interferire negli affari interni e di voler trascinare la nazione in un conflitto con la Russia.
Il partito di Bidzina propone una narrativa di «pragmatismo» e «difesa della sovranità nazionale» contro le pressioni occidentali. Secondo questa visione, la Georgia deve perseguire l’integrazione europea, ma ai propri ritmi e alle proprie condizioni, evitando provocazioni verso Mosca.
L’opposizione e la società civile respingono categoricamente questa retorica: la vedono come un tentativo di allontanare gradualmente il Paese dall’Occidente, mentre si costruisce un regime autoritario sul modello russo. Per loro, l’Europa non è solo un’alleanza politica, ma rappresenta i valori della democrazia, dello stato di diritto, dei diritti umani, valori che fanno parte dell’identità georgiana.
Se l’Europa rappresenta il sogno georgiano, la Russia incarna l’incubo. Pochi Paesi al mondo nutrono un’ostilità così viscerale verso Mosca come la Georgia. Le ragioni sono profondamente radicate nella storia e nell’esperienza recente.
La Georgia ha subito l’annessione all’Impero russo nel XIX secolo, la sovietizzazione forzata negli anni Venti del Novecento e le successive, violente, repressioni staliniane. La memoria dell’invasione del 2008 è freschissima: i carri armati russi si sono fermati a soli 40 chilometri da Tbilisi, e circa 200mila georgiani sono stati sfollati dalle loro case in Abkhazia e Ossezia del Sud. Oggi, queste regioni rimangono occupate da truppe russe. In esse, Mosca pratica un processo di «borderizzazione», cioè di spostamento graduale dei confini amministrativi per incorporare ulteriore territorio georgiano.
L’ostilità dei georgiani verso Mosca si manifesta in modi sorprendentemente diretti nella vita quotidiana. A Batumi, città sul Mar Nero frequentatissima dai turisti russi, molti ristoranti hanno adottato una forma di protesta digitale: quando i clienti scansionano il codice Qr per il menu, la prima schermata che appare mostra la scritta «La Russia è uno Stato terrorista», prima di consentire l’accesso alle pietanze. È un gesto simbolico ma potente, un modo per i georgiani di esprimere la loro posizione anche nel momento in cui accolgono, per necessità economica, i visitatori dal Paese occupante.
Questo sentimento di ostilità è ancora più evidente nelle zone montane. A Mestia, il principale centro della regione di Svaneti, in uno dei bar più frequentati dai giovani e dagli escursionisti stranieri, i camerieri indossano magliette nere con una scritta bianca inequivocabile: «Il 20% del territorio della Georgia è occupato dalla Russia».
Non è un’eccezione: per le strade di Tbilisi e di altre città è comune vedere graffiti con scritte come «Mai più con la Russia» o «Occupanti russi fuori».

Le bandiere ucraine sventolano ovunque, spesso accanto a quelle georgiane ed europee. Sono sui balconi privati, nelle piazze pubbliche, davanti alle chiese. Per i georgiani, l’Ucraina non è solo un Paese fratello che subisce la stessa aggressione russa, ma uno specchio del proprio trauma collettivo.
«Quando vedo le immagini dall’Ucraina, rivedo la Georgia del 2008», racconta Nino, una insegnante di 45 anni di Gori, la città più vicina alla linea di confine con l’Ossezia del Sud. «Mia sorella ha dovuto fuggire dalla sua casa. Non ha più potuto tornare. I russi l’hanno presa, semplicemente. E il mondo ha guardato senza fare nulla».
Un giovane attivista, Luka, è ancora più esplicito: «Putin deve capire che non ci piegheremo. Ha occupato il 20% del nostro territorio, ma non potrà mai occupare le nostre menti».
L’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 ha riacceso queste paure. I georgiani vedono nella tragedia di Kiev un riflesso della propria esperienza e un monito su cosa potrebbe accadere se abbassassero la guardia. Le manifestazioni di solidarietà con l’Ucraina sono state massicce, e migliaia di georgiani hanno aiutato i rifugiati ucraini.
Paradossalmente, però, la posizione ufficiale del Governo nei confronti dell’Ucraina è stata ambigua. Mentre ha condannato verbalmente l’invasione, Sogno georgiano si è rifiutato di imporre sanzioni alla Russia e ha mantenuto voli diretti con Mosca. Questa posizione ha creato tensioni con Kiev e con gli alleati occidentali.
Il governo giustifica questa prudenza con la necessità di evitare provocazioni che potrebbero portare a un’altra invasione russa. I critici, tuttavia, accusano Ivanishvili e il suo partito di essere compromessi con il Cremlino. Si sospetta che il miliardario, che ha fatto fortuna in Russia negli anni Novanta, mantenga legami con Mosca. Alcuni analisti parlano di «georgianizzazione», il processo attraverso cui la Russia, non potendo più controllare direttamente la Georgia attraverso un’invasione, cerca di catturarla dall’interno attraverso élite compiacenti.
Nel Paese, è attiva la propaganda russa, soprattutto nelle regioni rurali e tra le minoranze etniche. Canali televisivi e media online diffondono narrazioni che presentano l’Occidente come decadente e minaccioso, mentre promuovono la Russia come protettrice dei valori tradizionali. L’ortodossia religiosa gioca un ruolo in questa dinamica: la Chiesa ortodossa georgiana (articolo a pagina 43), storicamente influente, mantiene legami con il Patriarcato di Mosca e spesso promuove posizioni conservatrici che si allineano con la retorica del Cremlino.
Piergiorgio Pescali

L’Armenia, con una popolazione simile (circa tre milioni), condivide con la Georgia l’aspirazione all’integrazione europea e una storia difficile con la Russia, nonostante sia formalmente alleata di Mosca attraverso l’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto). Economicamente, ha un Pil pro capite leggermente inferiore alla Georgia, ma ha sviluppato un settore della tecnologia informatica (It) particolarmente dinamico, diventando un hub tecnologico regionale. Il conflitto con l’Azerbaigian sul Nagorno-Karabakh, culminato nella sconfitta armena del 2020 e nella pulizia etnica degli armeni del Karabakh nel 2023, ha profondamente destabilizzato il Paese. La percezione che la Russia abbia tradito il Paese non intervenendo a sua difesa nel conflitto con Baku, ha portato Yerevan a cercare nuovi partner, inclusi gli Stati Uniti e l’Ue, creando una convergenza di interessi con la Georgia.
L’ Azerbaigian presenta un profilo completamente diverso. Con una popolazione di oltre dieci milioni di abitanti e vaste risorse di petrolio e gas naturale, ha un’economia molto più incisiva a livello regionale e un Pil pro capite superiore a quello georgiano. Tuttavia, il Paese è un regime autoritario consolidato sotto la dinastia Aliyev, con elezioni manipolate, repressione sistematica del dissenso e violazioni dei diritti umani. Nonostante questo, l’Azerbaigian ha sviluppato relazioni pragmatiche con l’Occidente grazie alle sue risorse energetiche, diventando un fornitore chiave di gas per l’Europa,
soprattutto dopo l’invasione russa dell’Ucraina. La vittoria militare sul Nagorno-Karabakh ha consolidato il potere degli Aliyev e aumentato l’influenza regionale dell’Azerbaigian.
Nel quadro regionale, un altro Paese importante, anche per l’appoggio dato all’Azerbaigian nel conflitto contro l’Armenia, è la Turchia. Le relazioni tra i due Paesi sono generalmente positive, con significativi scambi economici e cooperazione infrastrutturale. La Turchia rappresenta un importante mercato di esportazione e una fonte di investimenti per Tbilisi. Tuttavia, Ankara mantiene anche stretti legami con Mosca, complicando la dinamica regionale.
La Russia domina ovviamente il contesto regionale. La sua presenza militare in Abkhazia, Ossezia del Sud e Armenia, combinata con la sua influenza economica, la rende l’attore più potente del Caucaso. Mosca usa una combinazione di pressioni economiche, propaganda e minacce militari per mantenere la sua influenza.
Rispetto ai suoi vicini, la Georgia si distingue per il suo livello relativamente alto di libertà democratiche (nonostante il recente arretramento) e per l’orientamento inequivocabilmente pro-occidentale della popolazione.
Economicamente, la Georgia è più dipendente dal turismo e dai servizi rispetto all’Azerbaigian, che può contare su risorse naturali, ma è anche più diversificata dell’Armenia. La sua posizione strategica come corridoio di transito tra Europa e Asia, con il porto di Batumi sul Mar Nero e progetti infrastrutturali come la ferrovia Baku-Tbilisi-Kars, le conferisce un potenziale significativo.
P.P.

In un panorama geopolitico già complicato, la posizione della Georgia sul conflitto israelo-palestinese aggiunge un ulteriore livello di complessità. A differenza della maggior parte dei Paesi europei, che hanno espresso crescente preoccupazione per la situazione umanitaria a Gaza, la Georgia ha mantenuto un forte sostegno a Israele. Questa simpatia ha radici multiple.
Primo: esiste una significativa diaspora georgiana in Israele, stimata in circa 80mila-100mila persone, che mantiene forti legami con la madrepatria. Secondo: la Georgia e Israele condividono l’esperienza di essere piccole nazioni circondate da vicini ostili e hanno sviluppato strette relazioni di sicurezza e difesa. Israele è stato uno dei principali fornitori di armamenti e tecnologia militare alla Georgia, particolarmente dopo la guerra del 2008.
Terzo (e forse più importante): c’è una percezione condivisa della minaccia russa. Israele, pur mantenendo relazioni pragmatiche con Mosca, è visto come un alleato tecnologico e militare che può contribuire alla sicurezza georgiana in modi che l’Occidente, vincolato da considerazioni diplomatiche, non può.
Dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 e la successiva risposta militare israeliana a Gaza, il Governo georgiano ha espresso piena solidarietà con Israele. Questa posizione ha suscitato critiche da parte di alcuni settori della società civile e di attivisti per i diritti umani, che hanno organizzato manifestazioni di solidarietà con i palestinesi. Tuttavia, queste voci sono rimaste minoritarie nel dibattito pubblico.
La posizione pro israeliana della Georgia riflette anche una visione strategica più ampia: in un mondo in cui la Georgia si sente abbandonata dall’Occidente – non è membro della Nato nonostante ripetute richieste, e il percorso verso l’Ue è incerto -, Tbilisi cerca alleati ovunque possa trovarli. Israele rappresenta un partner affidabile che condivide esperienze di vulnerabilità strategica.
Questa posizione – tuttavia – può complicare le relazioni con l’Unione europea, dove la sensibilità sulla questione palestinese è cresciuta notevolmente, soprattutto dopo i devastanti bombardamenti su Gaza e la crisi umanitaria che ne è seguita. La Georgia si trova – quindi – a dover bilanciare il sostegno a un alleato strategico con le aspettative dei suoi partner europei.
P.P.

La Georgia ha registrato progressi notevoli da quando è indipendente, ma rimane un Paese a reddito medio con vulnerabilità significative. Il Pil pro capite si attesta intorno ai 6.500 dollari (dati 2023), posizionando il Paese nella fascia media-bassa rispetto agli standard europei, però in una posizione relativamente buona rispetto ad alcuni vicini caucasici.
Le riforme economiche liberali, intraprese dopo la Rivoluzione delle Rose, hanno trasformato la Georgia in uno dei Paesi più business-friendly al mondo secondo la Banca mondiale. Il sistema fiscale è stato semplificato drasticamente, la corruzione burocratica è stata ridotta significativamente (anche se non eliminata) e la nazione ha attratto investimenti stranieri, particolarmente nel settore immobiliare e del turismo.
La crescita economica è rimasta robusta, con un tasso del 9,4-9,7% nel 2024, trainata principalmente da turismo, commercio, costruzioni e servizi finanziari, oltre a investimenti sostenuti. La crescita ha superato anche le proiezioni del Fondo monetario internazionale, che indicavano per il 2024 una crescita del 5,7%. L’inflazione è rimasta bassa nel 2024, con una media dell’1,1%, in calo rispetto al 2,5% del 2023 e ben al di sotto dell’obiettivo del 3% della Banca nazionale della Georgia.
Un economista locale, Gia Jandieri del New economic School of Georgia, con prudente ottimismo osserva: «Abbiamo costruito fondamenta solide, ma la stabilità politica è cruciale. Gli investitori guardano con preoccupazione alle tensioni interne. Se perdiamo il percorso europeo, perdiamo anche la fiducia dei mercati».
Nel 2025, la crescita del Pil reale è rimasta molto alta attestandosi al 7,5%. Nel 2026, le previsioni la danno al 5%, avvicinandosi al tasso potenziale, poiché l’incertezza politica e gli investimenti diretti esteri più deboli potrebbero limitare l’espansione del settore privato.
Il turismo è diventato un pilastro dell’economia georgiana. Il Paese ha capitalizzato la sua straordinaria bellezza naturale, la ricca cultura vinicola (la Georgia rivendica di essere la culla del vino, con una tradizione di ottomila anni), e la calorosa ospitalità per attrarre milioni di visitatori ogni anno. Prima della pandemia di Covid-19, il turismo rappresentava circa il 20% del Pil. La ripresa post pandemica è stata rapida, con arrivi che hanno superato i livelli ante 2020 e che, nel 2025, si sono attestati sulla cifra di 7,8 milioni di visitatori stranieri.
Tamar, proprietaria di un piccolo hotel boutique nel quartiere vecchio di Gori, riflette sulla duplicità del turismo russo: «Vengono qui, spendono soldi, è vero. Ma ogni volta che servo un russo, penso alla mia terra occupata. È complicato. Abbiamo bisogno dei loro soldi, ma ogni lari che ci danno sembra sporco di sangue georgiano».
Il settore agricolo, in particolare la viticoltura, rimane importante nonostante rappresenti una quota decrescente del Pil. L’export di vino georgiano è cresciuto molto, con mercati che si estendono dall’Europa agli Stati Uniti alla Cina. Ironicamente, la Russia è rimasta uno dei principali mercati per il vino georgiano, nonostante le tensioni politiche.
Il settore dei servizi finanziari è relativamente sviluppato, con un sistema bancario stabile e un crescente settore di tecnologia finanziaria. Tbilisi aspira a diventare un hub regionale, attirando startup e investimenti in innovazione.

L’economia georgiana presenta ancora fragilità strutturali. La base manifatturiera è limitata, e il Paese dipende dalle importazioni per beni di consumo e industriali. Il deficit commerciale è persistente e significativo. La disoccupazione, particolarmente quella giovanile, rimane elevata nonostante i dati ufficiali indichino un miglioramento dal 20,6% nel 2021 al 13,9% alla fine del 2024, sostenuto dai tassi di crescita elevati degli ultimi anni.
La povertà, misurata secondo lo standard di 6,85 dollari al giorno a parità di potere d’acquisto (Ppp) del 2017, è scesa dal 70,6% nel 2010 a una stima preliminare del 35,5% nel 2024, secondo la Banca mondiale.
Molti giovani emigrano in cerca di opportunità, principalmente verso l’Europa occidentale e gli Stati Uniti. «Qui non c’è futuro per noi», dice Davit, un ingegnere informatico di 28 anni che sta pianificando di trasferirsi a Berlino. «Amo la mia terra, ma voglio una vita normale. Voglio poter comprare un appartamento, mettere su famiglia. Qui è impossibile con i salari che offrono». Un imprenditore del settore vinicolo, Levan, offre una prospettiva diversa: «Capisco chi se ne vuole andare, ma chi resta può costruire qualcosa. Io credo nella Georgia. Abbiamo tutto: terra fertile, acqua pura, tradizioni antiche. Se avessimo stabilità politica, saremmo un paradiso».
La disuguaglianza economica è marcata, con una concentrazione della ricchezza nelle aree urbane, specialmente a Tbilisi, mentre le regioni rurali rimangono ai margini. Nelle campagne la povertà è un problema serio, con infrastrutture inadeguate e opportunità economiche limitate.
Le rimesse degli emigrati rappresentano una componente significativa dell’economia, contribuendo al sostentamento di molte famiglie. Questa dipendenza dalle rimesse, tuttavia, rende l’economia vulnerabile agli shock esterni, quelli cioè che riguardano gli Stati ospitanti la diaspora georgiana.
Come molti Paesi post sovietici, la Georgia affronta una crisi demografica. La popolazione è diminuita costantemente, passando da circa 5,5 milioni nel 1990 a circa 3,7 milioni oggi (escludendo i territori occupati). L’emigrazione di massa, la bassa natalità e l’invecchiamento della popolazione creano preoccupazioni per il futuro del Paese.
La composizione etnica è relativamente omogenea: circa l’86% della popolazione è georgiana. Le principali minoranze includono azeri (6,3%), armeni (4,5%) e russi (0,7%). Le relazioni interetniche sono generalmente pacifiche, anche se le minoranze spesso lamentano discriminazioni nell’accesso all’istruzione superiore e all’impiego pubblico. La lingua georgiana, con il suo alfabeto unico e la sua complessità grammaticale, rappresenta una barriera per la loro piena integrazione.
La religione gioca un ruolo centrale nella società. La Chiesa ortodossa georgiana (articolo a pag. 43) gode di immenso prestigio e influenza, essendo stata un pilastro dell’identità nazionale durante secoli di dominazione straniera. Il Patriarca Ilia II era – è morto lo scorso 17 marzo – una delle figure più rispettate del Paese. Tuttavia, l’influenza della Chiesa è controversa: mentre contribuisce alla coesione sociale, promuove posizioni conservatrici su questioni come i diritti Lgbtq+, l’aborto e il ruolo delle donne nella società.
Le questioni di genere e dei diritti Lgbtq+ rappresentano una linea di frattura nella società georgiana. Mentre le giovani generazioni urbane sono generalmente più liberali, larghe parti della società rimangono profondamente conservatrici. Le manifestazioni del Pride sono regolarmente attaccate da gruppi ultranazionalisti e la comunità Lgbtq+ vive in uno stato di paura e marginalizzazione. Questo rappresenta uno degli ostacoli più significativi nel percorso di integrazione europea, dato che l’Ue richiede progressi tangibili sui diritti delle minoranze.

Il sistema educativo georgiano ha subito riforme significative dopo l’indipendenza, con l’introduzione di standard internazionali e l’espansione dell’istruzione superiore. Università come la Statale di Tbilisi e l’Università Ilia hanno sviluppato programmi competitivi e attratto partnership internazionali.
Tuttavia, la qualità dell’istruzione rimane diseguale, particolarmente nelle aree rurali. Gli insegnanti sono sottopagati, le infrastrutture spesso inadeguate, e la corruzione, sebbene ridotta, non è stata eliminata. La «fuga dei cervelli» è un problema serio: molti dei migliori studenti cercano opportunità all’estero dopo la laurea, privando il Paese di capitale umano prezioso.
L’istruzione linguistica è una priorità: l’inglese è ampiamente insegnato, riflettendo l’orientamento occidentale della nazione, mentre il russo, un tempo dominante, ha perso terreno tra le giovani generazioni. Questo cambiamento ha implicazioni identitarie e geopolitiche profonde, segnalando un allontanamento culturale dalla sfera russa.
Le infrastrutture georgiane hanno visto miglioramenti significativi negli ultimi due decenni, ma permangono carenze, soprattutto al di fuori delle aree urbane principali. La rete stradale è stata ammodernata con l’aiuto di investimenti stranieri, in particolare della Banca mondiale e della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers).
Il settore energetico ha fatto progressi notevoli. La Georgia ha investito massicciamente nell’energia idroelettrica, sfruttando i suoi abbondanti fiumi di montagna. Il Paese aspira a diventare un esportatore netto di elettricità nella regione. Tuttavia, la dipendenza dall’idroelettrico crea vulnerabilità legate ai cambiamenti climatici e alla variabilità stagionale dei flussi d’acqua.
Le telecomunicazioni e la connettività internet sono relativamente sviluppate, con buona copertura nelle aree urbane e crescente penetrazione nelle zone rurali. Questo ha facilitato la crescita del settore It e del lavoro remoto, permettendo ai georgiani di lavorare per aziende straniere senza emigrare.
Il divario di sviluppo tra Tbilisi e il resto della nazione, tuttavia, rimane marcato. La capitale concentra la maggior parte degli investimenti, delle opportunità lavorative e dei servizi, mentre regioni come Samtskhe-Javakheti, Kakheti e Imereti lottano con sottosviluppo e spopolamento. Questo squilibrio regionale alimenta risentimento e complica la coesione nazionale.

Oggi la Georgia si trova a un bivio storico. Il percorso verso l’integrazione europea, che sembrava relativamente chiaro fino a pochi anni fa, è ora incerto. Se non verrà invertita, la deriva autoritaria del governo di Sogno georgiano potrebbe portare il Paese fuori dall’orbita occidentale e verso un modello ibrido di autoritarismo che, pur mantenendo alcuni elementi di pluralismo, comprimerebbe progressivamente lo spazio democratico.
D’altra parte, la resilienza della società civile georgiana è notevole. Le proteste di massa contro la legge sugli agenti stranieri hanno dimostrato che una larga parte della popolazione, in particolare i giovani, non accetterà passivamente un tradimento delle aspirazioni europee.
La Georgia ha una storia di rivoluzioni popolari – la «Rivoluzione delle rose» (novembre 2003) ne è l’esempio più recente – e la capacità di mobilitazione della società è un fattore che non può essere ignorato.
Lo scenario più ottimistico prevede che le pressioni interne ed esterne costringano Sogno georgiano a cambiare rotta, abrogare la legislazione controversa e riprendere il cammino delle riforme. Elezioni libere ed eque potrebbero portare al potere forze genuinamente pro europee, accelerando l’integrazione con l’Ue e, eventualmente, con la Nato, ma rischierebbero di suscitare l’opposizione di Mosca e, di conseguenza, una probabile destabilizzazione del Paese.
Lo scenario intermedio vede la Georgia entrare in un periodo prolungato di stallo politico, con un governo sempre più autoritario da un lato e una società civile resiliente dall’altro. In questo scenario, il Paese rimarrebbe formalmente candidato all’Ue, ma senza fare progressi sostanziali, diventando una sorta di «Stato congelato» sul modello di altri Paesi ex sovietici.
Lo scenario peggiore contempla un’ulteriore deriva autoritaria, con l’abbandono formale o de facto del percorso europeo e un riavvicinamento alla Russia. Questo potrebbe portare a una nuova ondata di proteste e repressione in uno scenario di instabilità e violenza. In un contesto regionale già teso, con la guerra in Ucraina e le tensioni tra Armenia e Azerbaigian, la destabilizzazione della Georgia avrebbe conseguenze imprevedibili.
La diaspora georgiana, stimata in oltre un milione di persone sparse in tutto il mondo, gioca un ruolo importante nella vita del Paese. Le comunità più grandi si trovano in Russia (paradossalmente, nonostante le tensioni), Grecia, Italia, Stati Uniti, Germania e Israele. Queste comunità mantengono forti legami con il Paese d’origine, attraverso rimesse finanziarie, investimenti e attivismo politico. La diaspora è generalmente pro Europa e critica nei confronti di Sogno georgiano. Durante le proteste contro la legge sugli agenti stranieri, georgiani residenti all’estero hanno organizzato manifestazioni di solidarietà nelle capitali europee e americane, portando l’attenzione internazionale sulla crisi del loro Paese.
Tuttavia, la diaspora rappresenta anche una perdita per la nazione: molti dei migliori talenti georgiani vivono e lavorano all’estero, contribuendo alle economie di altri Stati invece che alla propria. Creare condizioni che incentivino il ritorno della diaspora, o almeno facilitino il suo contributo allo sviluppo nazionale, è una sfida che il Paese deve affrontare.

La Georgia contemporanea è una nazione profondamente divisa, ma animata da una straordinaria vitalità. La sua storia millenaria, la sua cultura distintiva e la sua posizione geografica ne fanno un attore unico nello scacchiere geopolitico eurasiatico.
Il futuro del Paese dipenderà da come risolverà le sue contraddizioni interne. Riuscirà a riconciliare l’aspirazione europea con le complessità geopolitiche della sua regione? Potrà la democrazia consolidarsi in un contesto di pressioni autoritarie esterne e derive interne? Sarà possibile costruire un’economia prospera e inclusiva che offra opportunità a tutti i cittadini, non solo a un’élite urbana?
Le risposte a queste domande determineranno non solo il destino della Georgia, ma avranno implicazioni per l’intera regione caucasica e per il futuro dell’ordine europeo. In un’epoca in cui la competizione tra modelli di governo democratici e autoritari si fa sempre più intensa, la Georgia rappresenta un caso di studio cruciale.
Al momento, la sola certezza è che i georgiani non accetteranno passivamente un futuro che non sentono proprio. La loro resilienza, dimostrata attraverso secoli di dominazione straniera e decenni di sfide post sovietiche, suggerisce che continueranno a lottare per la loro visione di un Paese libero, democratico ed europeo.
Piergiorgio Pescali

Un aspetto spesso trascurato è quello ambientale. La Georgia possiede una biodiversità straordinaria, con ecosistemi che variano dalle coste subtropicali del Mar Nero alle vette alpine del Caucaso. Questa ricchezza naturale è sia un’opportunità sia una responsabilità. Il cambiamento climatico sta già influenzando il Paese, con effetti osservabili sui ghiacciai del Caucaso, sulle precipitazioni e sulla frequenza di eventi estremi come inondazioni e frane. L’agricoltura, particolarmente la viticoltura, è vulnerabile a questi cambiamenti.
Le politiche ambientali georgiane sono in fase di sviluppo. Il Paese ha aderito all’Accordo di Parigi e ha impegni di riduzione delle emissioni, ma l’implementazione procede lenta. Progetti di grandi dighe idroelettriche hanno suscitato controversie per il loro impatto ambientale e sociale, con comunità locali che protestano contro l’inondazione di vallate e lo spostamento forzato.
L’ecoturismo rappresenta un’opportunità economica significativa. Regioni come Svaneti, con i suoi villaggi medievali e le torri di pietra, o la Tusheti, con i suoi paesaggi alpini incontaminati, attirano visitatori alla ricerca di esperienze autentiche e natura preservata. Bilanciare lo sviluppo turistico con la conservazione ambientale è una sfida che la Georgia condivide con molti altri Paesi.
P.P.

La Chiesa ortodossa georgiana è una delle più antiche chiese cristiane del mondo e riconduce le sue origini all’apostolo Andrea nel I secolo. Nel 303, santa Nino, nota anche come santa Cristiana di Georgia, iniziò la predicazione nel Regno d’Iberia, corrispondente all’attuale Georgia. Grazie alla sua opera, nel 327 il cristianesimo fu dichiarato religione ufficiale dal re Mirian III, rendendo il Paese il secondo al mondo, dopo l’Armenia, ad adottare il cristianesimo come religione di Stato.
Dagli anni Venti del IV secolo la Chiesa georgiana fu sottoposta alla giurisdizione della Sede apostolica di Antiochia e divenne autocefala nel 466, quando il Patriarcato di Antiochia elevò il vescovo di Mtskheta al rango di Catholicos (titolo ecclesiastico equivalente a quello di Patriarca) di Kartli.
L’età d’oro della Chiesa georgiana coincise con i regni del re Davide il Costruttore e della regina Tamar tra l’XI e il XIII secolo, periodo durante il quale furono eretti importanti monasteri come Gelati, Svetitskhoveli e il monastero di Jvari.
La storia della Chiesa georgiana è segnata da schiere di martiri che donarono il loro sangue per il Vangelo quando professare la fede cristiana era un reato punibile con la morte. Sono innumerevole le schiere di martiri georgiani che ancora oggi sono venerati dai fedeli: dai nove bambini martiri di Kola a san Shushanik, da san Eustachio di Mtskheta ad Abo di Tbilisi, fino alla regina Ketevan. Quest’ultima, in particolare, fu torturata e uccisa in Persia nel 1624 per essersi rifiutata di convertirsi all’islam, divenendo simbolo della resistenza della fede georgiana di fronte alle invasioni straniere.

Nel 1801 il Regno di Cartalia-Cachezia fu occupato e annesso all’Impero russo. Nel 1811 lo status di autocefalia della Chiesa georgiana fu abolito dalle autorità zariste e la Chiesa passò sotto l’autorità di quella ortodossa russa come esarcato (circoscrizione ecclesiastica). Nel marzo del 1917, dopo la Rivoluzione di febbraio, i vescovi georgiani restaurarono unilateralmente l’autocefalia della propria Chiesa, riconosciuta dalla Chiesa russa solo nel 1943. Nel 1989 il Patriarcato di Costantinopoli riconobbe e approvò l’autocefalia della Chiesa ortodossa georgiana.

La separazione tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa georgiana ha le sue radici nello Scisma d’Oriente (o Grande scisma) del 1054. Nel 1980, il patriarca Ilia II compì la prima storica visita in Vaticano di un Patriarca georgiano, scambiando con il vescovo di Roma il bacio della pace e la promessa di pregare l’uno per l’altro.
Gli archivi e le biblioteche del Vaticano custodiscono molti documenti storici relativi alla Georgia. Una parte di essi fu donata in microfilm da papa Giovanni Paolo II al Patriarcato di Georgia e oggi sono conservati nel Centro nazionale dei manoscritti «Korneli Kekelidze».
Da allora, però, sono pochi i passi fatti verso una riconciliazione: nel giugno 2016, la Chiesa di Georgia fu una delle quattro Chiese a non partecipare al concilio panortodosso di Creta. Durante la successiva visita di papa Francesco in Georgia, nel settembre 2016, il patriarca Ilia II non presenziò alla messa papale, nonostante l’incontro cordiale avvenuto il giorno precedente, evidenziando le tensioni ecumeniche ancora presenti.
Anche in campo ortodosso, la Chiesa di Tbilisi e quella di Mosca non sono sempre allineate. Sebbene le affinità siano ancora evidenti e derivino dalla russificazione occorsa sotto l’Impero zarista e dalle campagne antireligiose dell’epoca sovietica, la Chiesa georgiana mantiene fermamente la propria autocefalia e identità nazionale. Anche le recenti tensioni politiche hanno allontanato il clero di Tbilisi da quello di Mosca.

Dal 1977 e fino a marzo 2026, il capo della Chiesa ortodossa georgiana è stato Sua santità Ilia II, Catholicos-Patriarca di tutta la Georgia. Il 9 aprile 1989 si unì a una manifestazione pacifica svoltasi a Tbilisi contro le autorità sovietiche, ma inutilmente esortò i partecipanti a ritirarsi nella chiesa di Kashveti al fine di evitare spargimenti di sangue. La manifestazione fu dispersa con la forza dalle truppe sovietiche, causando la morte di ventidue persone, episodio passato alla storia come «massacro di Tbilisi».
Secondo i dati disponibili (censimento del 2014), i cristiani rappresentano l’87,3% della popolazione e la maggioranza di essi (l’83,4%) sono ortodossi. Attualmente nel mondo si contano circa cinque milioni di ortodossi georgiani, di cui 3,67 milioni nella repubblica caucasica. Nel 2002 sono state contate 35 eparchie (circoscrizioni territoriali e amministrative equivalenti a diocesi, ndr), circa 600 chiese e 730 preti.
Ancora oggi la Chiesa ortodossa georgiana rappresenta l’istituzione più influente del Paese. Nel 2002 fu firmato un concordato tra il presidente Eduard Shevardnadze e il Patriarca Ilia II che conferisce alla Chiesa numerosi privilegi riconoscendo il suo ruolo storico. Pur sancendo la separazione tra Stato e Chiesa e garantendo la libertà di culto, anche la Costituzione georgiana del 1995 aveva esplicitamente evidenziato il ruolo speciale della Chiesa ortodossa nella storia del Paese.
Oggi l’istituzione continua a svolgere compiti fondamentali non solo nella sfera spirituale, ma anche in quella sociale, gestendo scuole teologiche, attività caritative, orfanotrofi e ospedali, rafforzando così il tessuto comunitario della nazione georgiana post sovietica.
Piergiorgio Pescali

Piergiorgio Pescali. Risiede in Giappone e Corea del Nord lavorando nella ricerca scientifica in campo fisico e nucleare. Grazie al lavoro che lo porta a viaggiare per il mondo collabora con vari media. È una firma storica di MC.
A cura di Paolo Moiola, giornalista MC.
