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Da Helsinky a Tallinn. Per attraversare il braccio di mare che separa la capitale finlandese da quella estone, il traghetto della Viking Line impiega meno di due ore e mezza. In coperta tira un vento forte e freddo, ma la vista sul Baltico vale un po’ di sofferenza.
A Est – la distanza è di circa 300 chilometri – c’è San Pietroburgo e la Russia, un tempo raggiungibili via mare, oggi non più, dato che i collegamenti sono stati azzerati da marzo 2022, in seguito all’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca.
Resistiamo alle folate di vento fino al momento di scorgere il porto d’arrivo. Eccone le luci, ecco Tallinn, una capitale con circa 460mila abitanti, più o meno un terzo della popolazione complessiva di un Paese che, in soli tre decenni (l’indipendenza è del 1991), di strada ne ha fatta molta.
Nel 2004 l’Estonia è entrata a far parte dell’Unione europea e della Nato, mentre nel 2011 ha aderito all’Eurozona. Nel frattempo, ha costruito un sistema economico stabile, anche se appesantito dalle crescenti spese militari.
Tutto questo è noto. Da parte nostra, la curiosità è un’altra, più particolare: sarà vero che questo è il Paese più digitalizzato del mondo?

L’albergo nel quale alloggeremo è vicino al porto, in una zona nuova. È un hotel «smart», nel quale la tecnologia digitale (con app e codici numerici) sostituisce il personale.
Un esempio piccolo, ma significativo di un Paese soprannominato «e-country» (o «E-stonia»). In Estonia, si vota online dall’ottobre 2005 (primo Paese al mondo) e la totalità dei servizi pubblici sono digitali (dalla residenza alle tasse fino alla registrazione di un’impresa e alle prescrizioni mediche).
Per fortuna, però, a Tallinn non tutto è freddamente virtuale. Anzi, è vero il contrario. Francesco, la nostra guida locale, al porto si ferma davanti a un poster fotografico che mostra un teatro all’aperto affollato da migliaia di persone. «È il Festival della canzone e della danza di Tallinn, un evento molto sentito». La tradizione risale all’epoca dell’Impero zarista (tanto che l’Unesco l’ha inserita nel patrimonio orale e immateriale dell’umanità), ma assunse connotati politici durante il dominio sovietico. Gli estoni si radunavano per intonare canzoni patriottiche e chiedere la fine dell’occupazione di Mosca. Una protesta pacifica che prese il nome di «Rivoluzione dei canti» (The singing revolution).
Il periodo d’oro di Tallinn venne molto prima, essendo coinciso con i secoli del Medioevo per merito dell’appartenenza (dal 1285) alla Lega anseatica, la potente alleanza commerciale tra le città dell’Europa settentrionale e del Mar Baltico, che ebbe il suo centro nevralgico nella tedesca Lubecca e che operò tra il XIII e il XVII secolo.
Rinchiusa tra mura e torri di guardia, la Città vecchia (Vanalinn) deve la sua eleganza soprattutto ai mercanti e ai loro lucrosi commerci.
Le case mercantili, usate sia come abitazione che come magazzino, presentano un tetto a spiovente. Ai piani superiori è ancora visibile la carrucola che serviva per issare le merci più pesanti.
La Strada Lunga – Pikk tänav – è la via medioevale più conosciuta, a pochi passi da Raekoja plats, la piazza del Municipio. Qui si trovano alcuni dei palazzi storici più noti di Tallinn, quelli che ospitavano le «gilde». Queste, nel Medioevo, erano corporazione di mutuo soccorso tra mercanti, artigiani o membri di una comunità. In Pikk tänav c’erano la Gilda delle Teste nere, la Grande gilda, la Gilda di san Canuto e la Gilda di sant’Olaf, le più influenti della città.

Sulla Pikk tänav si trova anche l’Hell Hunt, il locale consigliatoci da Francesco per la cena. Appena entrati, ci accorgiamo che non è una giornata qualsiasi: c’è un raduno di tifosi estoni dell’Arsenal, squadra di calcio di Londra, molto seguita anche all’estero.
Proprio oggi giocherà l’ultima partita del torneo inglese (contro il Crystal Palace), ma soprattutto festeggerà la vittoria del campionato. All’interno del locale, il delirio è quindi assoluto. In tutta evidenza, anche in Estonia, il calcio è lo sport dominante.
Pur nel frastuono generale, sentiamo che, a fianco di noi, si parla russo. Di solito, in un’atmosfera di festa è più facile iniziare una conversazione.
Scopriamo così che, delle tre persone attorno al tavolino, due sono una coppia di estoni russofoni, mentre la terza è una giovane russa che lavora come medico sportivo. Ha seguito il fratello che gioca in una squadra estone di hockey su ghiaccio, ma lei sta cercando di spostarsi in Spagna. «Sto imparando lo spagnolo che per me è più facile dell’estone», racconta.
Sappiamo che russo (famiglia linguistica indoeuropea) ed estone (famiglia ugrofinnica) sono lingue molto diverse, ma la questione culturale è ormai secondaria rispetto a quella politica. Come conferma una recente decisione del governo estone: entro il 2030, nelle scuole del Paese, il russo non sarà più una lingua d’insegnamento, ma una materia come le altre. Il progetto è un’ulteriore conferma di quanto già veniva dichiarato dall’ultimo censimento (Estonia counts 2021): «In Estonia, la lingua straniera più diffusa era il russo, oggi è l’inglese» .
Poi, senza aspettare una nostra (eventuale) domanda, la giovane medico aggiunge: «Io sono per la pace».

Nulla di cui stupirsi. Qui il tema della Russia di Putin e della sua aggressione all’Ucraina è molto sentito.
Le bandiere di Kiev sventolano su ogni edificio pubblico. Davanti all’Hell Hunt, c’è un negozietto di souvenir con una grande bandiera dell’Ucraina. Sulla vetrata sta scritto: «Sostieni la libertà, compra ucraino».
Pikk tänav è una via storica, elegante e pedonale e, per tutto questo, molto frequentata. Ma oggi è anche la via dove – se così possiamo dire – l’attualità prende forma.
Davanti al Maiasmokk, il più vecchio caffè di Tallinn, si trova la sede dell’ambasciata russa con tanto di bandiera esposta sul balcone. Non notarla è impossibile visto che è sotto assedio. Un assedio non violento e silenzioso. Le transenne che, per decine di metri, proteggono la sede diplomatica sono, infatti, coperte di striscioni, foto e manifesti di protesta, piccoli o grandi, duri o durissimi. Il bersaglio principale è Putin, il presidente russo. «Assassino» è l’accusa più gettonata. E tante sono le immagini che lo ritraggono in una cassa da morto: «Piuttosto prima che dopo», precisano le scritte. Altri cartelloni lo raffigurano come Hitler: «Putler». Anche se la protesta non ha mai sconfinato nella violenza, per questioni di sicurezza, un furgone della politsei (polizia) è stabile a pochi metri dall’ambasciata russa.

Tallinn non ha dimenticato (né perdonato) il suo passato sotto Mosca. Nella capitale sono molti i simboli che lo rammentano. Per esempio, a pochi passi dalla piazza del Municipio, c’è la chiesa di Sant’Olaf.
Ai tempi della dominazione sovietica era consuetudine delle autorità chiudere le chiese o adibirle ad altri usi. Così avvenne anche per Sant’Olaf. Dal 1944 al 1991, il Kgb – il servizio di sicurezza sovietico – trasformò il campanile (considerato il più alto d’Europa) in un centro di sorveglianza e di disturbo radio. Sulla guglia vennero installate antenne potenti per bloccare i segnali radio e televisivi stranieri, soprattutto le trasmissioni dalla Finlandia. Il Kgb aveva la sede (e le carceri, oggi trasformate in museo) in Pagari tänav, a pochi passi da Sant’Olaf.
Nata cattolica, dopo la Riforma protestante, la chiesa divenne luterana e, infine, battista. Oggi, in Estonia, i cattolici sono meno dell’uno per cento della popolazione.
L’esiguità del dato non frenò papa Francesco che il 25 settembre del 2018 visitò Tallinn e la cattedrale dei santi Pietro e Paolo, in piena Città vecchia.
Lasciamo Tallinn per la costa Sud, per Pärnu, a circa 130 chilometri dalla capitale.
Città di mare, ai giorni nostri è nota soprattutto per l’attrattiva esercitata dalle sue spiagge di sabbia bianca, nei secoli passati lo fu prima come città rifondata (nel 1265) dall’Ordine cattolico dei Cavalieri teutonici e poi (dal 1350) per la sua appartenenza alla Lega anseatica.
«Nessun porto […] è completo senza almeno due estoni» scrisse Ernest Hemingway in Avere e non avere, romanzo del 1937. Si tratta (naturalmente) di un’esagerazione letteraria per indicare lo spirito marinaro e avventuroso degli estoni. La vecchia citazione è molto utilizzata e, anzi, si è rafforzata con l’affermarsi dell’Estonia digitale: con il suo programma di e-residency, è teoricamente possibile che in ogni porto del mondo si trovino imprenditori e nomadi digitali estoni.
Si stimano in quasi duecentomila gli estoni (su un totale di 1,3 milioni) che vivono fuori dei confini nazionali, in particolare nella vicina Finlandia e negli Stati Uniti, in Svezia e Canada. Oggi, probabilmente, molti di questi emigrati guarderanno con orgoglio al Paese che hanno lasciato, un Paese molto diverso da quello arretrato e represso dell’epoca sovietica.
Paolo Moiola
(1 – continua)


Dopo l’epoca trascorsa in seno alla Lega anseatica – Riga dal 1282, Tallinn dal 1285 e Kaunas (al posto di Vilnius) dal 1441 -, arrivò la «Grande guerra del Nord», un lungo conflitto (1700-1721) per l’egemonia sul Mar Baltico combattuto nei territori dell’Europa settentrionale e orientale. Il conflitto segnò la sconfitta della Svezia come nazione egemone nel Nord Europa e, all’opposto, l’affermazione della Russia come nuova grande potenza. Estonia e Lettonia entrarono a far parte della Russia zarista nel 1721, la Lituania nel 1795. Vi sarebbero rimaste fino al 1917, anno della «Rivoluzione d’ottobre» che avrebbe portato al disfacimento dell’Impero russo e alla formazione della Repubblica sovietica.

Nel marzo 1918, con la firma del trattato di Brest-Litovsk, la Russia bolscevica rinunciò ai tre Paesi baltici che, nel frattempo, erano stati occupati dall’esercito degli Imperi centrali (Germania e Austria-Ungheria). In quello stesso 1918, Estonia, Lettonia e Lituania dichiararono l’indipendenza. La loro condizione di Stati indipendenti venne riconosciuta formalmente nel settembre del 1921, con l’entrata nella «Società delle nazioni», l’organismo internazionale nato con il trattato di Versailles (l’accordo che chiuse ufficialmente la Prima guerra mondiale).
Nel periodo tra la Prima e la Seconda guerra mondiale, i tre Paesi furono caratterizzati da una grande instabilità politica che favorì l’ascesa di regimi autoritari. In Lituania, ci fu Antonas Smetona (dal 1926 al 1940); in Estonia, Konstantin Pǟts (dal 1934 al 1940); in Lettonia, Kārlis Ulmanis (dal 1936 al 1940).
Per le tre Repubbliche la svolta avvenne il 23 agosto 1939. In quella data fu firmato il patto Molotov-Ribbentrop (dal nome dei rispettivi ministri degli esteri) tra la Germania di Hitler e l’Unione Sovietica di Stalin.
Con il patto i due Paesi si impegnavano a non attaccarsi reciprocamente e si spartivano l’Europa orientale. Estonia, Lettonia e Lituania si ritrovarono così sotto il dominio di Mosca.
L’accordo tra Hitler e Stalin ebbe vita breve. Fu infranto il 22 giugno 1941 quando la Germania invase l’Unione Sovietica (Operazione Barbarossa). Da quel momento, i Paesi baltici passarono sotto il controllo tedesco per tre anni.

Tra il febbraio 1944 e l’inizio del 1945, l’esercito nazista si ritirò in seguito all’avanzata dell’Armata rossa. I Paesi baltici tornarono sotto il controllo di Mosca. Questa diede il via a un piano di sovietizzazione dei tre Stati indebolendo nel contempo le identità nazionali attraverso deportazioni e immigrazione di massa dal resto dell’Urss. La resistenza armata dei partigiani baltici – passati alla storia come «Fratelli della foresta» – durò dieci anni (1945-1956). Inglobati come Stati membri dell’Unione Sovietica, Estonia, Lettonia e Lituania sarebbe rimaste sovietiche per 45 anni, fino al 1991.
Il 23 agosto del 1989 – in occasione dei cinquant’anni del patto Molotov-Ribbentrop – cittadini di Estonia, Lettonia e Lituania formarono una catena umana che attraversava i tre Stati, collegando Tallinn, Riga e Vilnius, per chiedere l’indipendenza dall’Unione Sovietica. Alla manifestazione parteciparono circa due milioni di persone (un quarto della popolazione complessiva dei tre Paesi all’epoca) che si tennero per mano in una catena lunga circa 670 chilometri. Si trattò di un evento pacifico di straordinaria portata simbolica, avvenuto pochi mesi prima della caduta del muro di Berlino (novembre 1989).
Tra il 1990 e il 1991, approfittando della crisi e del dissolvimento dell’Unione Sovietica, le tre Repubbliche baltiche dichiararono in successione la propria indipendenza: Lituania (11 marzo 1990), Estonia (20 agosto 1991), Lettonia (21 agosto 1991).
In seguito, il 29 marzo 2004 i tre Paesi sarebbero entrati nella Nato, il 1° maggio 2004 nell’Unione europea e, tra il 2011 e il 2015, anche nell’Eurozona.
Paolo Moiola

