Iscriviti alla newsletter
Inserisci la tua email e iscriviti alla nostra newsletter

In questi ultimi 16 anni vissuti a Torino, nella Casa madre dei Missionari della Consolata, più di una volta mi sono sentito incuriosito e attratto dai vari gruppi di miei confratelli che celebravano i loro giubilei sacerdotali o di vita missionaria, quelli che, tra noi, chiamiamo gruppi G25 e G50.
Durante il loro mese di formazione a Roma passavano regolarmente alcuni giorni a Torino e dintorni per abbeverarsi alle fonti della vita dell’Istituto.
Era bello rivedere vecchi amici, conoscere confratelli che non avevo mai incontrato prima. Poi è arrivato il 2026, e sono finito io stesso dentro uno di quei gruppi.
Un giorno mi arriva un’e-mail dai superiori: sono invitato al corso di formazione permanente per quei missionari, sacerdoti e fratelli, che nell’arco degli anni 2024-2028 celebrano 50 anni di ordinazione o di professione religiosa. Il mio anno di ordinazione è il 1976: sono in lista per settembre.
Preso come sono dal lavoro in questa rivista e dagli altri incarichi, tentenno. E, dopo negoziazioni varie, partecipo al corso di maggio.
Nel documento guida al corso, ci viene ricordato che «avvicinandosi i 25 o addirittura i 50 anni della professione perpetua o dell’ordinazione sacerdotale […] c’è l’assoluto bisogno di stabilire un periodo prolungato in cui si prendono le proprie distanze in rapporto alla vita ordinaria per “rileggerla” alla luce del Vangelo e del pensiero del Fondatore».
Ecco allora che l’Istituto organizza per noi della terza età questo periodo prolungato di ritiro per: «Promuovere e aggiornare i missionari fornendo loro elementi di conoscenza, di crescita umana, spirituale, pastorale ed esperienziale per poter vivere meglio la vocazione religiosa e migliorare la capacità di discernere e sviluppare le competenze specifiche nella terza età per servire adeguatamente secondo lo stile e il carisma dell’Istituto».

Il 4 maggio, nella Casa generalizia dei Missionari della Consolata, a Roma, ci ritroviamo undici missionari, tutti sacerdoti, nativi di nazioni diverse e testimoni del Vangelo in vari paesi dell’Africa, America Latina ed Europa. Insieme assommiamo circa 700 anni di professione religiosa, 600 di vita sacerdotale e circa 500 anni di attività missionaria.
Ogni settimana ha un suo tema: la Parola di Dio e la Vita consacrata, le stagioni della vita, la missione oggi e dialogo informativo con la Direzione generale. La metodologia prevede studi guidati da esperti, riflessione personale, condivisione in gruppi, ritiro, meditazione, preghiera e celebrazione.
Nella santa messa di apertura padre Mathews Odhiambo Owuor, consigliere generale, ricorda l’importanza della «teologia del riposo» secondo il Fondatore. «Il riposo è visto come un mezzo per servire meglio Dio, non come una fuga dagli impegni. In sintesi, per sant’Allamano, la missione richiede un equilibrio dinamico: il missionario deve lavorare con impegno, ma sa fermarsi per riposare il corpo e nutrire lo spirito».
La prima tappa è con padre Fabio Ciardi che ci aiuta a «mangiare la Parola» per un incontro profondo con Gesù, radice e scopo della nostra vita missionaria. Il punto fondamentale è che l’unica vera regola di ogni forma di vita religiosa è soltanto il Vangelo.
Mercoledì mattina affrontiamo il traffico di Roma e andiamo a san Paolo fuori le mura, nell’antichissima abbazia costruita sulla tomba dell’apostolo delle genti. Lì ci accoglie come fratelli lo stesso abate, dom Donato Ogliari. Dopo una breve guida alla storia e alle bellezze della basilica, ci chiudiamo con lui nella cappella dedicata a san Benedetto e lo ascoltiamo a cuore aperto mentre ci guida a incontrare quel primo grande missionario che fu san Paolo, per riscoprire la centralità di Gesù nella nostra vita: a lui siamo chiamati a conformarci, lui è il centro del nostro annuncio missionario.

Nel pomeriggio, suor Simona Brambilla, nostra sorella missionaria della Consolata, ci fa figurativamente «sedere attorno al fuoco» e ci ricorda che san Giuseppe Allamano ci ha detto che «ci vuole fuoco per essere apostoli». Sceglie l’immagine del fuoco per aiutarci a ricordare, rivivere la nostra esperienza missionaria e per rileggerla, assaporando la presenza del fuoco dello Spirito in essa.
Dopo una giornata di «rilettura sapienziale della nostra vita», l’8 maggio incontriamo padre Paulin Bitairwa, che ci guida a capire meglio la realtà della Chiesa nell’oggi e cogliere le nuove sfide che i cambiamenti in atto pongono alla vita consacrata e alla missione.
Attraverso un «circolo di dialogo» (i G50 stanno al centro, mentre i giovani si alternano davanti a ciascuno di loro) narriamo alcune delle esperienze più significative della nostra vita missionaria, le sfide affrontate nei diversi contesti culturali e pastorali, ma soprattutto il modo in cui la vocazione missionaria ci ha arricchito nel profondo. Uno scambio intenso, che non riguarda solo i ricordi del passato, ma il modo in cui i G50, da missionari, hanno incontrato Dio nel servizio ai popoli.

«Cito le parole dette da padre Flavio Pante», scriverà poi il diacono Cristhian Alarcon: «“Noi non siamo i vostri fratelli maggiori, noi siamo piuttosto i vostri nonni, e come nonni il nostro attuale compito è volervi bene, più di quanto si vuole bene un figlio”. Grazie nonni, perché abbiamo sentito il vostro amore missionario».
Anche per noi, nonni, è bello dialogare con i nostri nipoti e condividere con loro la stessa passione missionaria che ci brucia dentro. A ciascuno di loro il nostro grazie sincero per questa opportunità e l’augurio che si lascino davvero bruciare dalla passione per la missione.
Lunedì 11 maggio cominciamo una settimana focalizzata sull’Istituto e su noi stessi.
La nostra direzione generale ci parla della «Realtà dell’Imc». Il superiore generale, impossibilitato anche a collegarsi in video perché nel pieno della foresta amazzonica in visita canonica, ha condiviso con noi un testo denso. In esso ci offre un «quadro generale» della realtà. Poi padre Mathews Odhiambo e padre Juan Pablo De Los Ríos, consiglieri generali e animatori del nostro corso, completano la panoramica.
Da una parte ci descrivono la realtà di un istituto vivo e dinamico, dove la missione fa ancora sognare. Dall’altra non ci nascondono le problematiche esistenti. Certamente l’istituto è molto cambiato da quando noi G50 abbiamo iniziato il nostro cammino.
Di fronte a realtà di gioia e a quelle di sofferenza, è per noi bello vedere come l’istituto sia un corpo vivo che cerca risposte concrete, che coglie l’opportunità della canonizzazione del nostro fondatore per rinnovarsi e consolidarsi nella sua chiamata alla santità e alla missione. È chiaro anche che il rinnovamento non è solo un’iniziativa dall’alto, ma coinvolge tutti di noi: non solo i giovani in formazione, ma anche noi «nonni», sfidati a vivere non solo di ricordi, ma a trarre dalle nostre esperienze l’energia per continuare a rinnovarci, a diventare disponibili e creativi per risposte nuove e significative alle sfide della missione oggi.

Su questo è bello l’intervento di padre Stefano Camerlengo, online da Dianra in Costa d’Avorio, il 12 maggio.
Dopo averci ricordato che lo scopo dell’istituto è quello di mostrare il vero volto di Cristo al mondo, ci sfida a rimettere Cristo Gesù al centro della nostra vita per rinnovare la qualità della vita personale, comunitaria e di missione. Occorre non annacquare lo Spirito e aiutarci, ciascuno nel suo ruolo, a mantenere l’amore originale senza cedere alla mondanità. Ritornare allo spirito originario, non è un tornare indietro, ma rifondarsi su basi solide per guardare in avanti nell’amore reciproco e in una vita fondata solo su Gesù Cristo.
Il 13 maggio andiamo all’udienza con papa Leone. Arriviamo prestissimo e ci sistemano in un angolino privilegiato proprio di fronte al Papa. Veniamo citati per primi quando annunciano la lista di tutti i presenti da ogni parte del mondo. Ascoltiamo le sue parole e lo seguiamo mentre passa salutando l’immensa folla da tutto il mondo. Un’esperienza che ci fa rivivere la bellezza della Pentecoste: tutti quegli annunci, saluti, messaggi e preghiere proclamati in tante lingue diverse. Bellissimo, toccante e coinvolgente.

Il 14 maggio è un giorno dedicato a noi stessi, per aiutarci nella «gestione della nostra salute fisica e mentale e nello sviluppo di nuove competenze». Ci guida don Gian Franco Poli, medico e professore, sacerdote diocesano e nostro coetaneo. È un dialogo interessante e intenso, tenendo conto che alla nostra età gli acciacchi sono normali e che ciascuno di noi viaggia con una bella scorta di medicinali.
L’intervento ci aiuta a rileggere positivamente la nostra situazione e ci dà suggerimenti concreti sul come gestire la nostra salute, migliorando l’impegno nella cura reciproca e stimolandoci a una nuova creatività a servizio della missione.
Il 18 e 19 maggio ci raccontiamo. Due giorni profondi nei quali si crea un clima che aiuta ad andare oltre gli aneddoti o la cronologia delle nostre vite missionarie. Ci scaviamo dentro e condividiamo le nostre gioie e dolori, le paure e le lotte, le fatiche e i sogni.
Siamo sette italiani, un colombiano, un portoghese, due spagnoli, e abbiamo fatto il nostro servizio missionario in Kenya, Zaire ora Rd Congo, Costa d’Avorio, Tanzania, Sud Africa, Venezuela, Argentina, Messico e Italia. Abbiamo fondato nuove missioni, costruito chiese e scuole, pubblicato libri e riviste, battezzato, formato, animato, giocato, danzato, pregato, consolato, riso e pianto. Abbiamo avuto momenti duri di malattia e solitudine, rischiato la vita in incidenti, rapine, violenze politiche e tribali, minacce da guerriglieri e narcotrafficanti. Abbiamo imparato tante lingue diverse, incontrato tante persone, goduto al sentirci accolti e accettati da popoli e culture diverse. Abbiamo gioito nel contemplare il volto di Dio nelle persone più diverse e nella bellezza della natura. Abbiamo pianto nel perdere confratelli e persone amate, e abbiamo ringraziato di averli avuti. Abbiamo anche ringraziato per essere ancora vivi e attivi, spesso anche iperattivi.
Dalla condivisione emerge come la famiglia e l’ambiente parrocchiale di origine siano stati determinanti per maturare la voglia di missione e come spesso sia stato l’incontro con un missionario a determinare la scelta. Ciascuno di noi ha risposto alla sua chiamata in modi diversi, ma con il passare degli anni è diventato sempre più chiaro per ciascuno che il cuore di tutto è l’amore per Gesù Cristo, un amore che va rinnovato ogni giorno e che è l’unica forza che permette di superare difficoltà, innamoramenti, contese, scoraggiamenti, tentazioni, momenti di orgoglio e autosufficienza.
Solo con il cuore pieno di Gesù, un missionario riesce ad essere «tutto a tutti», ad amare fino in fondo, in ogni realtà e situazione.

Ci sarebbe poi ancora tanto da dire: sul nostro giro a Torino dal 20 al 24 maggio, alle radici dell’istituto; circa la profonda condivisione con padre Pietro Trabucco sul tema di come mantener viva la passione missionaria nella vecchiaia; poi l’incontro con i confratelli nella casa per anziani di Alpignano (tra i quali ci sono anche dei nostri coetanei); la bella visita con celebrazione al santuario della Consolata, la nostra «fondatrice»; la celebrazione della messa sulla tomba del nostro fondatore, san Giuseppe Allamano.
Intensa è anche l’ultima settimana, dal 25 al 30 maggio, dedicata dapprima a due incontri con due medici sulla cura dell’anzianità dal punto di vista medico e psico-spirituale, per viverla come momento di grazia.
I partecipanti al corso sintetizzano poi quanto vissuto e condiviso in queste settimane, componendo una lettera indirizzata al nostro fondatore, sullo stile dei diari dei primi missionari. Così concludono: «Guardiamo avanti con speranza e fiducia per vivere questi ultimi anni della nostra vita offrendo tutto quello di cui siamo capaci, pur coscienti della nostra progressiva fragilità: lavoro, servizio, preghiera, passione missionaria, conoscenze acquisite, sostegno e incoraggiamento ai giovani, nell’attesa dell’incontro con quel Signore e quella Madre, Maria Consolata per i quali abbiamo speso la vita per farli conoscere e amare a molti».
Il corso termina poi il 30 maggio con una Eucarestia presieduta dal superiore generale, padre James Lengarin, di ritorno dalla visita canonica in Brasile.
Non è facile sintetizzare un mese condiviso con tanta intensità insieme ad altri G50. Per me, e probabilmente non solo per me, non è stato facile lasciare penetrare nel mio intimo l’idea che ormai sono «anziano». Non che uno si illuda di essere perennemente giovane, ma con il tempo si scopre davvero che la radice della vera gioventù di cuore, non è un fatto fisico, ma la forza dell’amore per Gesù Cristo e per la Consolata, che sono i veri motori della passione missionaria.
Il corpo certamente invecchia e diventa più fragile, ma l’amore per Gesù, Maria e la missione sono la vera energia di vita che ti mantengono sempre giovane dentro.
Gigi Anataloni
