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Assistiamo in questi anni, a livello geopolitico globale, alla nascita di un nuovo bipolarismo tra la super potenza Stati Uniti e la crescente potenza Cina. A conferma possiamo citare l’eccezionale – mai accaduta prima – serie, e tenore, di incontri tra i due leader: Donald Trump e Xi Jinping. A maggio in Cina e a settembre negli Usa.
A questi si aggiungeranno questo mese un incontro al summit Apec (forum economico dell’Asia-Pacifico) a Shenzhen, e il mese prossimo un quarto al G20 di Miami.
La Cina ha in mano tecnologia, produzione di beni, espansione d’influenza in Africa e America Latina, oltre che in Asia. È avanti di due decenni rispetto al resto del mondo su risorse come le terre rare (cfr. MC luglio 2026) ed è pienamente in campo nella gara sull’Intelligenza artificiale (cfr. MC ottobre 2026).
Leggendo un articolo di Bill Kelly e Jan Krikke su Asia Times di metà agosto, mi trovo pienamente d’accordo con la tesi degli autori: «L’Occidente studia il potere della Cina ma non la sua civiltà».
In Occidente, e in Italia in particolare, tendiamo a identificare la Cina con il Partito comunista cinese, con la sua gestione del potere, magari con il presidente stesso.
Non abbiamo, dicono gli autori dell’articolo, una «consapevolezza culturale» della Cina, ovvero non ne conosciamo la cultura, la storia, la lingua, la filosofia, la spiritualità. Molto spesso ne ignoriamo la complessità sociale: «La società e la civiltà cinese non sono da ridurre a un’unica essenza, a una massa omogenea», scrivono.
Recentemente ho avuto l’opportunità di visitare la Cina, in città come in campagna. Ho potuto immergermi in una moltitudine di gente, arrivando a pensare: «In Cina non sei mai solo». Mi sono confrontato con l’uso della tecnologia, necessaria – per tutti e molto più che in Occidente – per spostarsi, prendere un treno, mangiare, fino anche a bere un caffè. Difficoltà quasi sempre superate grazie alla onnipresente gentilezza dei cinesi, e alla loro disponibilità ad aiutarti, quando ti vedono straniero e impacciato.
Ho toccato con mano l’efficiente organizzazione, la precisione negli orari, la pulizia delle strade nelle grandi città. Utile, mi sono detto, al funzionamento di una società con una popolazione così numerosa. Ho osservato anche i sistemi di sicurezza e controllo, le diffusissime telecamere, il riconoscimento biometrico. Da un lato ho riscontrato la questione della sorveglianza, dall’altro, l’assenza, almeno apparente, di una microcriminalità che ho incontrato, invece, nelle grandi città africane, latinoamericane e pure europee.
Più di tutto mi hanno colpito i giovani. Curiosi, dinamici, interessati al mondo. Eleganti, di un’eleganza molto «cinese», nonostante la presenza nel Paese di tutti i marchi di moda occidentali. La diffusione, tra loro, della conoscenza della lingua inglese. Ascoltano, e suonano, i grandi classici del rock, ma anche la musica moderna cinese. Amano abbigliarsi con i costumi tipici locali, ma anche con i moderni «Anime».
Mi è parso di cogliere, in certi aspetti, una cesura netta con la generazione dei loro genitori.
Sono entrato in librerie fornitissime, dove ho potuto riconoscere le edizioni in lingua originale dei romanzi di scrittori del calibro di Mo Yan (premio Nobel per la letteratura 2012) e dell’amatissimo, in patria, Yu Hua.
Per quanto riguarda la spiritualità mi sono stupito di constatare, in un Paese comunista, la frequentazione dei templi buddhisti, taoisti e confuciani.
Kelly e Krikke, ci spiegano che: «La Cina è stata plasmata dalle tradizioni confuciana, taoista, buddhista e legalista, oltre che dalla religione popolare, dal marxismo, dal nazionalismo, dal capitalismo e dalla modernità globale. Queste eredità si sovrappongono e si contrappongono».
Sulla geopolitica, gli autori aggiungono: «La consapevolezza culturale non significa accettare le affermazioni del governo cinese. Significa riconoscere che le politiche e le dichiarazioni vengono interpretate [dai cinesi] attraverso memorie storiche e vocabolari morali diversi».
Nella mia piccola esperienza, ho potuto assaporare la vastità multidimensionale di una cultura e di una società che, in Occidente, tendiamo a ridurre a un unico nucleo e che, invece, dovremmo studiare di più.
Marco Bello

