Un bicchiere d’acqua fresca

Un bicchiere d’acqua fresca offerto. In apparenza una cosa da nulla.

In queste settimane di sole cocente, però, anche noi, così abituati ad avere sempre l’acqua disponibile da non renderci neppure conto di quanta ne sprechiamo, possiamo intuire quanto sia prezioso il gesto di chi ce ne offre un po’.

La domenica in cui ho celebrato il mio 50° di sacerdozio, a fine giugno scorso, il Vangelo del giorno mi ha colpito per un dettaglio nelle parole di Gesù, che dice: «Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca […]» (Mt 10,42).

Non so se sia stato per il caldo torrido, o per i ricordi d’infanzia e di missione, ma ho apprezzato quelle parole in modo più profondo del solito.

Ho ricordato, ad esempio, quando nell’età delle elementari aiutavo mio padre a pompare l’acqua per riempire l’abbeveratoio delle manze nella stalla. Cento, duecento, mille, duemila pompate per riempirlo. Ogni secchio d’acqua era sudato, come lo era per il nostro vicino che tirava su l’acqua dal pozzo alla vecchia maniera, con la corda.

Indimenticabile è il mese estivo che ogni anno passavo sulle Prealpi di Serle, alle spalle di Brescia, dalla terza elementare in su. Là andavo nei prati sul monte con mio zio. Lo aiutavo quando falciava, maneggiando il rastrello per togliere l’erba tagliata dall’ombra dei castagni. Non c’erano sorgenti e ci portavamo l’acqua da casa, che veniva accuratamente calata nei buchi profondi del terreno carsico per mantenerla fresca per quando avessimo avuto sete.

Più tardi, a Maralal, in Kenya, ho capito qualcosa di più sull’importanza dell’acqua. A causa di otto mesi di siccità, tra fine 1991 e inizio 1992, avevamo lunghe file di donne e bambini che venivano al pozzo della missione per riempire una tanica di acqua al giorno per tutte le necessità delle loro famiglie: bere, cucinare e lavare. Negli stessi anni, nel Meru, le donne di Mutuati e dintorni andavano, camminando per ore, alla pozza del Tamani per raccogliere l’acqua gocciolante dalla parete franosa della collina, quasi un giorno per venti litri prima che arrivasse l’acquedotto di fratel Giuseppe Argese. Altre donne, in tanti villaggi del Samburu, dopo la pioggia, riempivano i loro contenitori con l’acqua delle pozzanghere su strade e sentieri.

«Un solo bicchiere di acqua fresca», dice Gesù. Non una bottiglia, un secchio, no: «un solo bicchiere». Roba da niente, che però fa la differenza. E non acqua qualsiasi, ma acqua fresca: un dettaglio, in quei tempi senza frigorifero, che indica il dono di qualcosa di buono, che hai messo da parte per la tua necessità, non la prima cosa che trovi in giro. Apparentemente una cosa da nulla, in realtà uno squisito gesto di amore e di condivisione, una partecipazione alla fatica e al sudore dell’altro, un dare dal cuore qualcosa che è tuo, che tu hai curato, che è prezioso per te.

Oggi, in questi tempi di grande sete, e non solo di sete di acqua, ma anche di giustizia, di pace, di rispetto, di cura, di valorizzazione di ogni persona, donare un «solo bicchiere di acqua fresca» diventa un gesto rivoluzionario. Niente di eclatante, da far notizia. Una cosa povera, semplice, quasi invisibile. Una piccola cosa che però fa la differenza per chi dà e chi riceve.

Dare «acqua fresca» diventa il rifiuto della logica dell’io per scegliere il noi. È accorgersi dei problemi degli altri e sentirli fratelli, vicini e non invasori o competitori. È combattere la «remigrazione» con l’attenzione, il rispetto, l’accoglienza vera. È la gratuità che vince l’interesse. È sentire il bisogno dell’altro come senti il tuo e avere a cuore il suo benessere.

«Un solo bicchiere» è anche reazione all’impotenza, al sentirsi inutili di fronte all’enormità dei problemi, alla tracotanza dei potenti, alla tentazione di dire «non serve a niente» e al chiudere gli occhi per non vedere.

Quello che davvero ci salva e ci mantiene umani sono i piccoli gesti quotidiani di amore.

Gigi Anataloni, direttore responsabile

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