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Chaqra (Libano del Sud). Lo scorso 2 marzo, dopo una breve tregua (mai del tutto rispettata), sono ripresi i raid israeliani sul Libano meridionale. L’escalation degli attacchi ha portato all’occupazione e alla distruzione di 80 villaggi nel Sud del Paese, oltre un milione di sfollati e un territorio occupato di circa 600 chilometri quadrati. Il tutto è culminato con l’offensiva di maggio, mese in cui Israele si è spinto oltre il fiume Litani, arrivando a controllare anche parte del distretto di Nabatye.
Approfittando del fragilissimo cessate il fuoco entrato in vigore il 26 giugno, proviamo a tornare vicino al confine o – perlomeno – ad avvicinarci il più possibile al territorio controllato da Israele. L’ultimo luogo dove ci è consentito arrivare è il villaggio di Chaqra, dove incontriamo Naiima. Lei e la sua famiglia sono stati costretti a lasciare Houla, il paesino a poche centinaia di metri dal confine israeliano, ora sotto il controllo dell’Idf. Oggi la donna vive tra Chaqra e Beirut, ospitata dai figli.
Naiima era proprietaria di molti terreni coltivati a tabacco, ceci e grano. Adesso, lei e suo marito possono solo guardare a distanza quello che rimane della loro casa distrutta e dei loro terreni calpestati dai militari Israeliani.
Gli israeliani vietano (anche) i soccorsi
Ad Houla, il 26 febbraio, Naiima ha perso anche suo figlio Ali. Ali, insieme a due amici, approfittava di una pausa dai bombardamenti per tornare nella sua cittadina, a cui era molto legato, e raccogliere qualche ricordo. Un proiettile israeliano lo ha raggiunto al fianco. Gli amici lo hanno riparato dentro un cratere nell’asfalto, risultato dei tanti bombardamenti precedenti. Come spesso accade, i paramedici sono stati bloccati dalle truppe israeliane che ne hanno impedito l’intervento. L’Idf ha tenuto in stallo l’ambulanza per due ore, così Ali è morto dissanguato davanti all’ospedale. I medici hanno dichiarato che, se i soccorsi fossero stati autorizzati per tempo, il ragazzo si sarebbe salvato.
Naiima ci dice: «Il governo ha abbandonato il Sud e lo ha consegnato nelle mani di Israele. Ai politici interessa solo Beirut e il turismo. Non sono mai venuti qui, nemmeno per una visita. Se gli importasse qualcosa, allora combatterebbero per noi. Nemmeno ai libanesi del Nord importa di questa situazione. Per questo parlo con voi: magari, raccontando la nostra storia all’estero, anche i nostri connazionali capiranno cosa ci stanno facendo Israele e gli Usa».
Quello che Naiima e molti suoi concittadini ci hanno raccontato è che, oltre all’occupazione, è in atto anche una continua distruzione delle zone presidiate. Ogni notte si odono detonazioni che fanno esplodere case, scuole e ospedali.

L’arma chimica per cancellare il futuro
Tante sono anche le testimonianze, da noi raccolte, sull’uso del fosforo bianco, impiegato soprattutto per devastare i terreni coltivati.
A questo proposito incontriamo Nemer, professore di agraria in pensione. Ad Houla aveva casa e riserve per l’agricoltura. Anche lui si è trasferito dall’altra parte della collina, a Chaqra. Nemer ha portato con sé quello che poteva e ha sistemato il resto in un vecchio magazzino preso in affitto. Quando arriviamo da lui, il suono dei droni israeliani si fa più intenso, li osserviamo scendere di quota.
Ci racconta: «Siamo tutti preoccupati; viviamo in costante tensione. Israele non ha occupato solo Houla e gli altri villaggi: anche metà di Chaqra è stata distrutta. Voi ora siete qui ed io ho paura per voi, anche i giornalisti sono diventati ormai un bersaglio».
Nemer ci spiega dei danni che il fosforo bianco provoca ai terreni: «Il problema è che, in grande quantità, il fosforo distrugge tutto. Ci vogliono oltre dieci anni perché si possa tornare a piantare qualcosa e, inoltre, servono trattamenti fertilizzanti molto costosi, costi che nessun libanese può sostenere».
La regolamentazione internazionale dell’uso del fosforo bianco è molto lacunosa. Secondo il Protocollo III stilato dalle Nazioni Unite nel 1980, il fosforo bianco rientra nelle categorie delle armi incendiarie. In quanto tale, il suo impiego non è vietato, ma è ristretto: non può essere usato direttamente su civili o su aree densamente popolate. Questa limitazione consente, comunque, a Israele di impiegarlo liberamente nelle zone occupate o nelle valli confinanti per distruggere le coltivazioni. Israele non si è mai preoccupato troppo del coinvolgimento della popolazione civile, anche perché le aree in questione sono considerate «non densamente popolate».
Mentre torniamo verso la capitale, il presidente libanese Aoun si trova in visita alla Casa Bianca per presentare un piano di disarmo di Hezbollah; in cambio si chiede un graduale ritiro delle truppe israeliane dal Paese. Per chi vive qui, però, questi accordi sono sempre e solo a beneficio di Beirut e delle città del Nord. Ad oggi, nel Sud, nessuna truppa israeliana ha lasciato le zone occupate.
Dal 2 marzo 2026, in Libano, sono rimaste uccise 4.328 persone.
Angelo Calianno