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Libano. Senza pietà

Uccisioni, distruzioni e occupazioni: nessuno ferma Israele

È passato quasi un mese dalla dichiarazione del «cessate il fuoco» tra Israele ed Hezbollah, entrata in vigore ufficialmente lo scorso 17 aprile. Nonostante questo, secondo i dati riportati da Al Jazeera, ci sono state oltre 300 violazioni da parte di Israele nel Sud del Libano.

Nelle ultime 48 ore, l’esercito israeliano (tristemente famoso con l’acronimo di Idf) ha esteso l’ordine di evacuazione fino a Nabatiyeh, superando – quindi – anche la linea a Nord del Litani. Intanto, nell’area a Sud del fiume, tra il 9 e il 10 maggio, i soldati israeliani hanno ucciso 87 persone. Nelle ultime 24 ore, sono stati più di cento gli attacchi, tutti concentrati nel Sud del Paese.

Secondo i dati delle Nazioni Unite, dal 2 marzo 2026 sono più di un milione e 600mila i libanesi che hanno dovuto abbandonare le proprie case. Oltre 2.800 sono i morti, ma il numero delle vittime continua a crescere giorno dopo giorno.

La giornalista anglo-libanese Hala Jaber, oggi corrispondente per Middle East Eye, ha scritto sul suo profilo su X: «Sta diventando sempre più difficile raccontare la guerra di Israele in Libano, quando la cronologia degli eventi inizia a sembrare meno un reportage giornalistico e più un necrologio quotidiano per la propria gente. Bambini, donne, padri, intere famiglie, medici, villaggi e città rase al suolo: le uccisioni sono incessanti».

Tel Aviv, pur avendo ridotto gli attacchi verso la città di Beirut, non ha mai smesso di attaccare il Sud, soprattutto lungo la linea di confine stabilita dall’Onu nel 2000, ma mai riconosciuta dal governo Netanyahu. Oggi, Israele giustifica le proprie azioni appellandosi a una clausola, avallata da Donald Trump, menzionata nell’accordo sul cessate il fuoco: Israele può decidere di attaccare a propria discrezione, nel caso si senta minacciata da azioni di Hezbollah. Nonostante i villaggi e le città lungo la linea di confine siano stati completamente evacuati, l’esercito israeliano continua a distruggere e, in seguito, a occupare sempre più territori al di là della propria linea di competenza.

Ancora un’immagine di Yaroun: quello che rimane di un quartiere a poche centinaia di metri dal confine Israeliano. Foto Angelo Calianno.

Abbiamo raggiunto una delle tante famiglie (che avevamo già seguito e intervistato per Missioni Consolata) nella città di Yaroun, ora completamente distrutta. Ci raccontano: «Appena entrato in vigore il cessate il fuoco, abbiamo provato a entrare nel nostro villaggio, non per viverci – questo non ci è più permesso –, ma solo per recuperare alcuni oggetti, ricordi, fotografie. Quando siamo arrivati, ci hanno sparato addosso; abbiamo dovuto fuggire. Il rischio di tornare, anche per raccogliere poche cose, è troppo grande».

Secondo le ultime stime dell’Onu, Israele ha esteso il suo confine di oltre 10 km, occupando 66 tra villaggi e città, e instituendo quella che ha definito una zona di sicurezza: la «yellow line» (linea gialla).

L’Idf spara ai giornalisti: la storia di Amal Khalil
Ogni giorno, i giornalisti libanesi denunciano che questa nuova linea di demarcazione sia semplicemente il primo passo verso l’istituzione di nuove colonie (come in Cisgiordania). Una di queste giornaliste era Amal Khalil, rimasta uccisa durante un attacco israeliano. In ordine cronologico, soltanto l’ultima vittima tra i reporter: la nona dal marzo 2026.

Il 22 aprile, alle 14:30, sulla strada verso la cittadina di Bint Jbeil, un drone israeliano sorvolava le uniche due auto visibili nel raggio di chilometri.

Nella prima vettura c’erano due uomini di ritorno verso la propria casa: Mukhtar Nabil Bazzi e Mohammed Hourani. Sulla seconda, la giornalista libanese Amal Khalil e la fotografa Zeinab Farraj.
All’altezza del villaggio di Al-Tayru, un drone israeliano colpiva la prima macchina: Mukhtar e Mohammed morivano sul colpo. L’onda d’urto dell’esplosione e le schegge investivano il veicolo delle due reporter, che riuscivano a rifugiarsi in una casa poco distante. I bombardamenti continuavano; le due donne rimanevano bloccate per oltre due ore. Amal telefonava per cercare soccorso, chiamava il rappresentante locale dell’esercito libanese e i propri parenti.

Dopo circa mezz’ora, un’ambulanza della Croce Rossa raggiungeva il luogo dell’attacco, ma l’intervento dei soccorsi era bloccato dal fuoco di sbarramento e dai razzi dell’Idf.
Alle 16:00, dopo vari tentativi e sotto il fuoco dei militari israeliani, gli uomini della Croce Rossa riuscivano a raggiungere le giornaliste. Zeinab veniva portata in salvo, ferita; per Amal Khalil era troppo tardi. Il suo corpo veniva recuperato solo molte ore dopo, alla fine dei bombardamenti.

Il giorno successivo, erano centinaia i post sui social media, soprattutto da parte dei colleghi giornalisti, che condannavano e denunciavano l’ennesimo attacco di Israele ai danni di una reporter.
Sui propri canali, l’Idf negava prima di aver attaccato le giornaliste di proposito, affermando di aver notato due auto ritenute sospette uscire da un magazzino di Hezbollah. Poco dopo, sempre sul proprio canale ufficiale, l’Idf pubblicava una foto che mostrava Amal Khalil con esponenti di Hezbollah. Il giorno dopo, Israele dichiarava che la foto in questione era stata generata, «a loro insaputa», dall’intelligenza artificiale.

Amal Khalil aveva 42 anni, era cronista da 26 anni e, dal 2006, lavorava per Al-Akhbar.
Soprattutto negli ultimi tre anni, il giornale focalizzava il proprio lavoro denunciando le violazioni di Israele in Libano e, per questo, era considerata dall’Idf un’organizzazione di propaganda di Hezbollah.
Amal Khalil riceveva intimidazioni da Israele già da due anni. Nel 2024, durante un’intervista, dichiarò di aver ricevuto minacce di morte attraverso telefonate provenienti da numeri israeliani. Le intimidazioni l’avvisavano di lasciare il Sud, altrimenti le avrebbero distrutto la casa e l’avrebbero decapitata. Nella maggior parte delle telefonate, una voce maschile ripeteva: «Sappiamo dove sei. Quando sarà il momento, arriveremo a te».
Durante uno dei suoi ultimi reportage, Amal Khalil scriveva: «Voglio sfatare questa narrativa del nemico che dice di colpire solo siti militari. Lo faccio mostrando le prove dei bombardamenti contro le case, le fattorie, l’uccisione dei civili e dei bambini. Attraverso il mio lavoro, cerco di essere solidale con questa gente, la gente della nostra terra».

Angelo Calianno

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