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India. Cresce il nazionalismo indù

Con le ultime elezioni regionali, minoranze sempre più a rischio

Non è stata una gran bella notizia per le minoranze religiose in India (soprattutto per musulmani e cristiani) il consolidamento del partito nazionalista indù Bharatiya Janata Party (Bjp) alle elezioni legislative che, nei mesi di aprile e maggio, hanno interessato quattro Stati della federazione indiana e un territorio amministrato dal governo federale.

Il voto ha visto una generale affermazione del partito guidato dal leader indiscusso Narendra Modi, il Primo ministro federale dell’India: il suo Bjp ha vinto e guiderà il governo negli Stati di Bengala occidentale e Assam e nel territorio di Poducherry.

Nel Sud invece, negli stati di Kerala e Tamil Nadu, il governo andrà a partiti di opposizione: nel primo, al tradizionale Partito del Congresso, la formazione che ha fatto la storia dell’India, con la dinastia Gandhi, ma da anni in declino; in Tamil Nadu, invece, ha vinto un partito nuovo, il  Tamilaga Vettri Kazhagam (Tvk), creato dall’ex attore e ora politico Chandrasekaran Joseph Vijay, homo novus che si avvia diventare Primo ministro statale.

Il dato che fa riflettere gli osservatori è quello un’India sempre più caratterizzata dal dominio del Bjp, il partito che, negli ultimi trent’anni, è stato protagonista di un’ascesa irresistibile nel panorama politico indiano, a livello locale e a livello centrale.

I numeri lo dicono con chiarezza: nel Governo ferale, il partito è, con il leader Narendra Modi, al terzo mandato di governo consecutivo; nello scacchiere della federazione, ora governa 22 stati su 28, con una maggioranza color «zafferano» (il colore del partito) che va consolidandosi e rafforzandosi costantemente.

La conquista del Bengala occidentale è particolarmente significativa: lo Stato è quello nel quale ebbe inizio la storia del colonialismo britannico in India. Lì si era sviluppato un fervido movimento anti coloniale che aveva generato figure come Shyama Prasad Mukherjee, leader di un movimento nazionalista indù considerato il precursore del Bjp di Modi. Proprio con un riferimento alla memoria storica e al compimento di un antico e importante disegno, Modi ha citato Mukherjee nel discorso rivolto al popolo dei suoi sostenitori dopo la vittoria.

La «ricetta» della vittoria sempre più estesa, in Bengala come altrove, è quella ormai collaudata: un sapiente mix di induismo e assistenzialismo. Da un lato un’azione politica intessuta di iniziative di welfare soprattutto verso le fasce sociali più basse; d’altro si cavalca una retorica intrisa di nazionalismo religioso induista, spesso in funzione anti musulmana e anti cristiana, con l’ideologia dell’hindutva («induità») che predica orgogliosamente l’omogeneità culturale e religiosa (a scapito del pluralismo) e dunque «l’India agli indù».

In questa cornice le minoranze come quelle musulmana e cristiana, che hanno comunque pezzi consistenti di popolazione (i musulmani sono circa il 15%, 200 milioni di fedeli; i cristiani il 2,3%, circa 33 milioni di battezzati, su una popolazione nazionale complessiva di 1,4 miliardi di abitanti), non hanno molto per cui gioire e hanno espresso tutte le loro riserve.

Per loro l’appiglio – come hanno sottolineato i vescovi indiani in una nota pubblica – è sempre quello della Costituzione indiana che, elaborata sul modello britannico, garantisce pluralismo, pari diritti e libertà religiosa. Ma, come spesso accade, si verifica una certa distanza tra la Costituzione formale e la Costituzione materiale (la divaricazione tra testo scritto e prassi sociali e politiche): così le comunità minoritarie si ritrovano vittime di discriminazioni, pressioni cultuali e sociali, violenze. 

Di fronte a consolidamento del voto induista attorno al Bjp, che rende molto difficile per l’opposizione riguadagnare terreno, gli analisti esprimono preoccupazione sul futuro del Paese e sul percorso verso le elezioni nazionali del 2029. «Questo voto solleva interrogativi cruciali sul piano del pluralismo, della dialettica e dell’alternanza tra forze politiche, che è il sale della democrazia», ha notato John Dayal, giornalista cattolico ed esponente della All India Catholic Union (Aicu). «Per le comunità religiose non indù – rileva – soprattutto musulmani e cristiani, non vediamo prospettive molto incoraggianti: bisognerà vedere quanto spazio i governi del Bjp daranno ai gruppi estremisti indù che usano violenza nella società, soprattutto verso le minoranze».

Paolo Affatato

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