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San Salvador. In Salvador è possibile essere condannati all’ergastolo a partire dai 12 anni di età per delitti di omicidio, femminicidio, terrorismo e violenza sessuale. Una misura messa in campo dal governo di Bukele a partire dal 26 aprile scorso, resa possibile dalla recente riforma della Costituzione che ha portato alla modifica di leggi speciali contro il terrorismo e la violenza di genere, dando di fatto anche un giro di vite alla Legge penale minorile.
Non si sono fatte attendere le reazioni degli organismi internazionali per i diritti umani, che hanno evidenziato come la nuova legge violi le norme internazionali e in particolare la Convenzione sui diritti del fanciullo. La riforma del sistema di giustizia sdogana l’incarcerazione a tempo indeterminato di persone nei primi anni dell’adolescenza, annullando la loro possibilità di cambiamento, di riabilitarsi e reintegrarsi nella comunità.
Da parte sua, il Governo salvadoregno ha risposto picche alle critiche, accusando le Nazioni Unite di difendere quelli che egli considera criminali irredimibili.
Se è vero che il Paese delle pandillas – che fino a pochi anni fa aveva il tasso di omicidi più alto del mondo, con 103 morti violente ogni 100mila abitanti -, oggi ha ridotto in maniera esponenziale questo tipo di delitti, è anche vero che il metodo principale per ottenere questo risultato è stata la sospensione dei diritti delle persone arrestate e detenute.
Con 91mila persone detenute, El Salvador ha circa l’1,5% della popolazione in carcere. Si tratta del Paese con il tasso di incarcerazione più alto del mondo: gli Stati Uniti, che sono il Paese con il maggior numero detenuti in termini assoluti, hanno una quota di persone incarcerate pari allo 0,57% della popolazione totale, mentre l’Italia è lo 0,1%.
Oggi, il timore delle famiglie salvadoregne che hanno figli, parenti o conoscenti in carcere è che la condanna all’ergastolo venga abusata dal sistema giudiziario, soprattutto nel caso di persone accusate di «agrupaciones ilícitas» (associazioni illecite) senza alcun tipo di prova a loro carico.
In particolare, si teme che un minore considerato affiliato alle pandillas possa essere condannato all’ergastolo anche con l’accusa di terrorismo, reato che può essere imputato a qualsiasi minorenne vicino, in maniera reale o presunta, a una delle deu pandillas – la Mara Salvatrucha (MS-13) o la Barrio 18 -, considerate dallo Stato organizzazioni di narcoterrorismo dal 2025.
Queste misure sono state introdotte a partire dal «régimen de excepción» (stato di emergenza), dichiarato da Bukele nel maggio 2022, che ha sospeso di fatto numerose garanzie costituzionali e diritti individuali, permettendo il fermo e l’incarcerazione di persone anche senza mandato di cattura.
A rendere ancora più evidente la deriva autoritaria salvadoregna contribuisce anche la riforma costituzionale dello scorso anno, che permette a Bukele di essere rieletto in maniera indefinita, contrariamente al limite di un unico mandato presidenziale in vigore fino ad allora.
Nayib Bukele è il presidente de El Salvador dal 2019. Amato, apprezzato e, in parte, anche venerato dalla grande maggioranza dei suoi concittadini, egli ha fatto della guerra alle pandillas il suo cavallo di battaglia, che lo ha reso famoso a livello internazionale.
A questo si aggiungono alcune riforme populiste che gli hanno garantito un appoggio quasi incondizionato da parte della popolazione, tra cui gli «Agromercados», piccoli mercati di frutta e verdura a prezzi calmierati, e l’App «DoctorSV», che permette di prenotare una visita online e ricevere via messaggio la ricetta medica per medicine gratuite.
Per concludere, fiore all’occhiello del presidente è il restauro del centro storico della capitale con la costruzione di un’enorme biblioteca aperta 7 giorni su 7 e 24 ore su 24, un’opera di ingegneria realizzata con il contributo della Cina, più simile a una ludoteca che a un luogo di cultura e lettura, considerata la scarsa presenza di libri.
Intorno, una massiccia presenza di grandi fast food come Wendy’s, Burger King, McDonald’s e Starbucks che la rendono simile a un mall statunitense e ai grandi centri commerciali a cielo aperto che si vedono nei quartieri commerciali delle capitali latinoamericane.
Tuttavia, alla maggior parte della popolazione questo cambio piace e, in parte, inorgoglisce, soprattutto se la zona viene comparata con la versione precedente, costellata di piccoli mercatini coperti tradizionali, dove a volte i pandilleros regolavano i conti nell’oscurità di qualche passaggio stretto tra un banco e l’altro di verdura e frutta.
La piazza centrale, su cui si affacciano la cattedrale del Salvador del Mundo, il Palazzo Nazionale e la biblioteca, è perennemente pattugliata da decine e decine di poliziotti, guardie municipali e membri dell’esercito. La sicurezza è garantita, ma come risultato di una strettissima forma di controllo più che di un cambiamento culturale.
A questo si aggiunge che la pace relativa nasce non tanto dall’incarcerazione dei leader delle pandillas, quanto da un accordo con i vertici delle organizzazioni, che avrebbero tradito la base stipulando un’intesa con lo Stato che ha garantito loro la libertà, come ha riportato «El Faro», media salvadoregno e punto di riferimento dell’informazione centroamericana, che alla fine ne ha pagato le spese.
Perché nel regime «sbiancato», cosmopolita e controllato di Bukele non è previsto il diritto di critica e tanto meno d’opinione. E oggi tutti i giornalisti de «El Faro» e di altri media critici verso il governo continuano il proprio lavoro fuori dal Paese per timore di essere incarcerati anche loro, senza né accusa formale, né mandato, finendo a far parte del grande gruppo di chi sparisce nelle carceri, i luoghi dove si concentra il lato oscuro di Bukele.
Simona Carnino