El Salvador. Maxi processo alle «pandillas»

La strategia del presidente Nayib Bukele ha riempito le carceri, e violato diritti

San Salvador. Il 21 aprile è iniziato, nella capitale salvadoregna, un processo collettivo senza precedenti contro 486 presunti leader storici, fondatori e membri di alto livello della pandilla (detta anche mara) Mara Salvatrucha, anche conosciuta per la sua sigla MS-13.

A partire dalla fine degli anni Novanta fino al 2022, questa organizzazione criminale ha tenuto sotto scacco il paese, contendendosi il controllo del territorio con la pandilla Barrio 18, in una guerra fratricida che ha fatto migliaia di vittime. Agli omicidi si aggiungono le estorsioni ai danni dei piccoli e medi commercianti, le affiliazioni forzate di minori e giovani e il controllo territoriale di intere zone della città. Tra queste, il quartiere di Zacamil, storicamente sotto l’influenza della frangia Revolucionarios di Barrio 18, dove non era possibile accedere alle persone che vivevano in zone controllate invece da MS-13. Chi disubbidiva veniva giustiziato nel momento in cui metteva piede sul territorio opposto.

Il procedimento penale collettivo e simultaneo, conosciuto internazionalmente come «maxi juicio», presenta caratteristiche inedite, severamente criticate da alcune organizzazioni per i diritti umani, tra cui Human rights watch, che ne ha evidenziato l’illegittimità per l’assenza di un’adeguata fase di indagini preliminari a carico di ogni singolo. In pratica, 486 persone sono chiamate a rispondere di 47mila delitti, di cui 29mila omicidi, avvenuti durante il decennio compresa tra il 2012 e il 2022, cancellando di fatto la responsabilità individuale. È sufficiente essere affiliati (o essere stati forzatamente affiliati) a una pandilla per rischiare l’ergastolo, senza alcuna distinzione, per esempio, tra un sicario e chi collaborava con la Mara Salvatrucha senza aver mai ucciso nessuno.

A questo si aggiunge, per tutti gli imputati, l’accusa di terrorismo, a seguito della classificazione delle pandillas come organizzazioni di narcoterrorismo da parte del presidente Nayib Bukele, sulla scia del presidente statunitense Donald Trump, che ha etichettato come «narcoterroristi» numerosi cartelli di narcotraffico, bande criminali, oltre ad alcuni governi come quello venezuelano guidato da Nicolás Maduro.


La guerra alle pandillas e il terrore dello Stato

I 486 imputati sono anche accusati del massacro di 87 persone durante un unico fine settimana del marzo 2022, evento che ha portato il presidente Nayib Bukele a indire «el estado de excepción» (lo stato di emergenza), in vigore da oltre quattro anni, e la guerra indiscriminata alle pandillas, che ha portato all’incarcerazione di 91mila persone senza mandato di arresto e, in molti casi, senza nessuna prova indiziaria a carico delle persone incriminate.

El Salvador è passato dall’essere il Paese con il maggior numero di omicidi al mondo a quello con il maggior numero di persone incarcerate in relazione alla sua popolazione, con oltre l’1% di cittadini dietro le sbarre. Tutti con lo stesso delitto: «agrupaciones ilícitas» (raggruppamenti illeciti) .

La grande domanda è: ma sono tutti pandilleros le decine di migliaia di persone finite in carcere negli ultimi 10 anni?

Lo stesso Bukele ha ammesso che circa 8mila persone sono state incarcerate ingiustamente e liberate e più volte ha commentato che le persone colluse con le pandillas MS-13 e Barrio 18 si trovano in carceri di alta sicurezza, come il Cecot (Centro de confinamiento del terrorismo), dove si trovano le 486 persone sotto giudizio in questi giorni.

Nelle altre carceri invece dovrebbero esserci persone con reati diversi, ma il movimento salvadoregno Movir, che rappresenta le vittime del Régimen de excepción de El Salvador, assicura che molte persone incarcerate in centri penitenziari non dedicati ai pandilleros includono persone detenute per «gruppi illeciti» prive però di precedenti penali e soprattutto di collusione con le pandillas. Si tratterebbe quindi di persone innocenti, o comunque avulse da organizzazioni criminali e terroristiche.

Di queste persone non si hanno informazioni perché, sebbene siano divenute virali le immagini dei detenuti del Cecot con i loro tatuaggi e i simboli che li riconducono immediatamente alle bande criminali, degli altri detenuti non si sa nulla da oltre quattro anni. Quando, tra marzo e maggio 2022, il governo di Nayib Bukele ha arrestato senza ordini di cattura migliaia di persone durante operazioni militari mirate e vere e proprie retate sul territorio.

Molte famiglie di persone che ritengono innocenti stanno cominciando a manifestare contro il regime di Bukele per chiedere giustizia e la liberazione dei propri cari, o per lo meno un contatto diretto in presenza o telefonico. Ma al momento rimangono inascoltate. Intanto sempre più persone escono dalle carceri in una cassa da morto o in gravi condizioni di salute o con segni di percosse. Tuttavia, nonostante le denunce di tortura, non sono mai iniziate delle indagini sui casi.

Simona Carnino

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