Israele. Odio chiama odio

La bandiera del Paese e la guerra infinita di Netanyahu

La Festa della liberazione dello scorso 25 aprile è stata macchiata da atti d’intolleranza, a conferma dei tempi di guerra e odio che il mondo sta vivendo. In particolare, a Milano, la Brigata ebraica – nome di un reparto di combattenti ebrei che lottò contro il nazifascismo – è stata costretta ad abbandonare il corteo dei manifestanti a causa delle forti contestazioni subite.

Un evento anti democratico, ma certamente favorito dalla scelta della stessa Brigata di sfilare con bandiere dello Stato d’Israele (e degli Stati Uniti). «Un grave errore portare quelle bandiere» hanno dichiarato sia la storica Anna Foa che la scrittrice Edith Bruck, entrambe ebree.

L’accaduto ha evidenziato – una volta di più – quanto la questione mediorientale si sia incancrenita, soprattutto a causa del governo israeliano. Mentre continua l’offensiva dell’esercito d’Israele (Idf, in sigla) contro il Libano e l’Iran e quella dei coloni in Cisgiordania, Netanyahu e i suoi ministri (in particolare, Itamar Ben-Gvir, leader del partito estremista Otzma Yehudit, «Potere ebraico») stringono la propria morsa sui palestinesi, anche a livello legislativo.

Lo scorso 30 marzo, i rappresentanti della Knesset, il parlamento israeliano, con 62 voti a favore e 48 contrari hanno approvato una legge che prevede la pena di morte per le persone accusate di terrorismo. La morte sarà data per impiccagione. La nuova legge dispone – inoltre – che le sentenze debbano essere eseguite entro 90 giorni dalla pronuncia della sentenza definitiva.

Il logo della Brigata ebraica, la bandiera d’Israele e la bandiera della Palestina.

A detta degli esperti di diritto, la norma è stata formulata in modo tale che essa si applicherà esclusivamente ai palestinesi. In altri termini, non verrà applicata ai cittadini israeliani di origine ebraica. Il ministro Ben-Gvir – sempre lui – si è presentato in aula indossando una spilla a forma di cappio sul risvolto della giacca per evidenziare il suo sostegno al disegno di legge e, dopo la sua approvazione, ha brindato in favore di fotografi e telecamere.

Nei giorni successivi, otto paesi a maggioranza islamica – Pakistan, Turchia, Egitto, Indonesia, Giordania, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati arabi uniti – hanno diramato una nota congiunta per condannare la legge e le pratiche israeliane sempre più discriminatorie. La legge è stata contestata anche dalle Nazioni Unite e dall’Unione europea, mentre gli Stati Uniti di Trump si sono detti solidali con lo storico alleato.

Nonostante le ripetute violazioni del diritto internazionale da parte di Tel Aviv, l’Unione europea non è andata oltre una condanna formale, avendo – al momento (21 aprile) – rigettato la sospensione dell’Accordo di associazione commerciale con Israele come richiesto da vari paesi (Spagna, Irlanda e Slovenia) ed organizzazioni internazionali. Amnesty International ha accusato Germania e Italia di aver avuto un ruolo chiave nel bloccare la sospensione, nonostante il trattato in questione preveda il rispetto di clausole sui diritti umani.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha spiegato che bloccare l’accordo commerciale non è utile.

Senza sanzioni internazionali e con Netanyahu (sono 19 i suoi anni al potere) e i suoi ministri che alimentano di continuo odio e vendetta, è facile prevedere che, nelle piazze del mondo, le bandiere d’Israele andranno incontro ad altre contestazioni.

Paolo Moiola

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