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A inizio giugno, la Corte africana dei diritti dell’uomo e dei popoli – organo giudiziario sovranazionale, istituito nel 2004 dai Paesi dell’Unione africana – ha ordinato al governo tanzaniano di rimuovere dal proprio sistema penale la pena di morte automatica per i casi di omicidio.
La Corte – con sede proprio ad Arusha, nel nord della Tanzania, e competenza nei confronti dei Paesi africani che ne hanno accettato la giurisdizione – ha sottolineato che la pena capitale viola i diritti umani fondamentali, tutelati dalla Carta africana dei diritti dei popoli, ratificata anche dalla Tanzania nel 1984.
Quella di giugno non è la prima volta che la Corte ordina alla Tanzania di rimuovere la pena di morte dal proprio ordinamento (che la prevede per i casi di omicidio e tradimento). Negli ultimi anni, infatti, l’organo ha emesso numerose sentenze nei confronti di Dodoma, chiedendo l’abolizione della pena capitale.
Prima dello scorso giugno, l’ultima volta era stata a febbraio 2025, quando la Corte aveva dato, inutilmente, alla Tanzania un anno di tempo per modificare il Codice penale.
Nel 2023, invece, era stata una Commissione governativa interna – incaricata di sovrintendere le riforme giudiziarie nel Paese – a invitare il Governo a modificare l’ordinamento giuridico per consentire la comminazione di pene alternative. Oltre a ciò, la Commissione aveva anche chiesto di convertire le condanne a morte in ergastoli, a maggior ragione in quei casi in cui l’esecuzione era stata ritardata di almeno tre anni.
Considerato che la Tanzania non esegue una sentenza di condanna a morte dal 1995, si tratta di un numero importante di detenuti. Nel maggio 2023, nelle carceri di tutto il Paese, c’erano 691 prigionieri in attesa di esecuzione.
È in questa direzione che si inserisce l’ultima pronuncia della Corte. A portare lo Stato tanzaniano di fronte all’istituzione erano stati tre condannati a morte per omicidio, da lungo tempo in attesa di esecuzione. Oltre a richiamare la Tanzania per la detenzione prolungata dei ricorrenti nel braccio della morte, la Corte ha riaffermato la necessità di rivedere il Codice penale, a difesa dei diritti umani fondamentali.
I giudici hanno criticato duramente la disposizione per cui l’unica pena possibile, nei casi di omicidio, è la condanna a morte, perché «una volta accertato il reato, l’ufficiale giudiziario è privato della possibilità di comminare una pena alternativa, se ritenuta più adeguata». Mentre, dal canto suo, l’imputato viene «privato arbitrariamente del diritto alla vita», nonché della possibilità di beneficiare di un processo equo e proporzionato. Il tutto in violazione dell’articolo 4 della Carta africana dei diritti dei popoli, che garantisce il diritto alla vita e invita gli Stati firmatari ad abolire la pena capitale.
Oltre a ciò, la Corte ha anche stabilito che l’impiccagione – l’unico metodo previsto dal Codice penale tanzaniano per eseguire le condanne – e la permanenza prolungata nel braccio della morte all’interno delle carceri costituiscono trattamenti crudeli, inumani e degradanti. Violando, in questo caso, l’articolo 5 della Carta africana dei diritti dei popoli, che tutela la dignità umana.
Le condanne a morte, in quanto pena sistematica, sono state introdotte in Tanzania – così come in molti altri Paesi africani – durante l’epoca coloniale. Prima dell’arrivo degli europei, erano poco diffuse: venivano utilizzate solo per garantire l’equilibrio sociale in situazioni eccezionali. Con la colonizzazione, invece, entrarono a far parte della vita quotidiana: gli europei se ne servivano ampiamente per assicurarsi un controllo ferreo sulle popolazioni africane, soffocando sul nascere qualsiasi forma di dissenso.
Negli anni, però, l’opposizione della società civile africana nei confronti di un istituto estraneo alla tradizione locale è cresciuta sempre di più. Stretti tra le pressioni degli attivisti e le richieste dell’Unione africana, diversi Stati del continente hanno abolito la pena di morte.
Attualmente, secondo Amnesty International (Ong per la tutela dei diritti umani), sono ancora 27 i Paesi africani che continuano a mantenerla. Anche se 14 di questi – tra cui la Tanzania – sono considerati «abolizionisti in pratica»: emettono condanne a morte, ma negli ultimi dieci anni non le hanno mai eseguite.
Dall’inizio degli anni Duemila, dunque, l’Africa guida il trend mondiale nell’abolizione della pena di morte, guardando a un mondo più giusto e rispettoso dei diritti umani.
Aurora Guainazzi