Iscriviti alla newsletter
Inserisci la tua email e iscriviti alla nostra newsletter

Bruxelles. Il 15 luglio, poco dopo le 15, uscivo da un appuntamento di lavoro insieme a tre colleghe. Eravamo a un paio di centinaia di metri dal Parlamento europeo. Camminando verso Place du Luxemburg, vedere un gruppo radunato con bandiere non mi ha stupita, essendo quello il luogo simbolo di Bruxelles per le manifestazioni, proprio davanti al cuore dell’Unione europea.
Arrivate abbastanza vicine da sentire, sono rabbrividita. «Send them back» (Rimandateli indietro), gridavano i manifestanti. È il coro più evocativo che avrei potuto sentire. Un mese prima, le stesse parole venivano urlate dagli eurodeputati che avevano votato a favore della riforma del Regolamento sui rimpatri (418 voti a favore, 218 contrari, 30 astensioni), già criticata dalla società civile e da esperti delle Nazioni Unite per le potenziali violazione dei diritti umani che comportano le nuove norme.
La manifestazione era organizzata dall’attivista di estrema destra olandese Eva Vlaardingerbroek, promotrice di un’iniziativa chiamata «Save Europe Act».

La teoria della sostituzione
Il «Save Europe Act» si presenta come una proposta di legge per «proteggere l’identità etnoculturale delle nazioni europee». Dietro questa formula c’è la cosiddetta teoria della sostituzione: la convinzione, priva di fondamento, che sia in atto una sostituzione demografica pianificata delle popolazioni europee «autoctone» a favore di persone migranti. Questa non viene presentata come ipotesi o teoria, ma ormai come un dato di fatto.
La campagna ha già raccolto oltre mezzo milione di firme e vede tra i suoi sostenitori l’ex primo ministro ungherese Viktor Orbán, esponenti del principale partito di estrema destra tedesca Alternative für Deutschland (AfD) e l’italiano Roberto Vannacci. Si fa appello persino alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione: l’articolo 22, che tutela la diversità culturale, viene piegato a sostegno di un presunto diritto delle nazioni europee a difendersi da un’«erosione demografica», un uso capovolto di un principio nato per proteggere le minoranze, non per giustificarne l’esclusione (o – addirittura – l’espulsione).
Il loro manifesto sostiene che la migrazione, legale e irregolare indistintamente, danneggi coesione sociale, servizi pubblici e «continuità etnica e culturale» dei popoli europei. L’obiettivo non è più fermare l’irregolarità, ma bloccare anche ciò che è legale, fino al ripristino della suddetta «continuità». L’idea stessa di «popoli d’Europa», eternamente uguali a se stessi, ignora secoli di migrazioni e mescolanze, e si tratta di un’invenzione retorica utile a separare chi «appartiene» da chi no, su base etnica prima che giuridica.
Cos’è la remigrazione
Negli ultimi mesi la parola «remigrazione» è entrata anche nel lessico politico italiano e sembra destinata a diventare uno slogan in vista dell’incombente campagna elettorale.
Fino a poco tempo fa, il termine era usato quasi solo in ambito accademico, ad esempio per indicare il ritorno volontario di una persona nel proprio paese d’origine o una seconda migrazione dopo un primo spostamento. Un contribuito al salto semantico è avvenuto nel novembre 2023, quando un’inchiesta ha rivelato che, in un incontro interno di AfD, i partecipanti avrebbero discusso un piano di espulsioni di massa rivolto a richiedenti asilo, persone con regolare permesso di soggiorno e persino cittadini tedeschi di origine straniera. Quel piano fu chiamato «remigrazione» e, dopo un primo tentativo di prendere le distanze, il partito tedesco ha finito per rivendicarlo apertamente.
Oggi, nella retorica dell’estrema destra europea, il termine indica l’espulsione forzata di stranieri ritenuti «problematici», anche se risiedono legalmente in Europa. Un’idea che, applicata, violerebbe diverse norme nazionali e internazionali e che ha un fondamento razzista: gli stranieri «problematici», in questa narrazione, sono quasi sempre persone non bianche, che parlano un’altra lingua e credono in una religione diversa dal cristianesimo. Per i sostenitori della remigrazione, il criterio non è la condotta della persona, ma la sua origine.

Il capro espiatorio della propaganda populista
Ammetto che la mia riflessione, in quella piazza, non si è fermata all’indignazione. Se mezzo milione di persone ha firmato questa iniziativa, dei motivi ci saranno, e sarebbe un errore ignorarli. La propaganda populista funziona perché intercetta problemi reali – la crisi abitativa, i tagli a istruzione e ricerca, le liste d’attesa infinite nella sanità pubblica – e offre un bersaglio semplice su cui scaricarle: il migrante o chiunque sia diverso da noi. È il capro espiatorio per eccellenza, e per questo la propaganda funziona.
Ma capire perché un discorso attecchisce non significa legittimarlo. Il rispetto dei diritti fondamentali non è negoziabile, il razzismo non è mai giustificabile – a prescindere da qualunque disagio e problematica sociale lo alimenti – e l’odio non è mai accettabile, nemmeno travestito da difesa dell’identità.
«Anche voi dovrete portare il velo!»
Durante la manifestazione del 15 luglio, a un certo punto un partecipante si è avvicinato a noi. Vedendo quattro donne, ha scelto l’argomento che riteneva più efficace per iniziare il suo discorso: presto saremo costrette a indossare il velo, e rimpiangeremo di non esserci mobilitate prima. Ha poi spostato il discorso sull’identità etnico-culturale «da preservare», in pieno accordo con la teoria della remigrazione. Ho provato a seguire il suo ragionamento, a dire la mia, ma con chi non vuole ascoltare, il dialogo è impossibile.
Poco dopo, un altro manifestante ha afferrato per un braccio l’uomo con cui parlavamo e lo ha allontanato con la forza. Stavamo solo parlando, con toni relativamente accesi, ma niente di più. Mi aspettavo una reazione, invece si è lasciato portare via, mentre il compagno gli diceva: «Non si possono convincere, stai sprecando il tuo tempo».
Ho guardato le mie colleghe. Rappresentavano, ai miei occhi, la società civile che, davanti a un’Unione europea sempre più fortezza, continua a credere nella dignità umana. E nonostante la desolazione, dentro un po’ ho sorriso: non possiamo essere convinte, perché non saremo mai come chi fa dell’odio un valore.
Eva Castelletti, da Bruxelles