I danni del «fast fashion»

Che la moda veloce e ultra veloce avesse un costo ambientale e sociale nei Paesi di produzione era già noto. Ma ora sta contribuendo a danneggiare anche la solidarietà e il riuso nei Paesi d’arrivo.

I vestiti a basso costo venduti da piattaforme online come Shein e Temu stanno creando grandi difficoltà sia al mercato dei vestiti di seconda mano, sia alla raccolta di indumenti da distribuire a persone in condizioni di disagio. Fra le prime fonti a segnalarlo è stata Wrap – Waste and resources action programme, organizzazione britannica fondata nel 2000 per promuovere l’economia circolare. Già nel 2024, avvertiva@ dell’arrivo di una «tempesta perfetta» che avrebbe visto l’aumento dei capi di abbigliamento sul mercato dell’usato e la presenza crescente di articoli di fast fashion (o moda veloce, vedi box) e di bassa qualità.

Si tratta di prodotti di materiali talmente scadenti che è impossibile riutilizzarli: questo riduce i margini di guadagno per chi ne tenta il recupero e, anzi, spesso genera costi di smaltimento.

Per questo l’esperta del settore tessile di Wrap, Cristina Sabaiduc, intervistata dal The Guardian nell’aprile dello scorso anno@, prevedeva la chiusura dei punti per il conferimento dei tessuti nel Regno Unito e un’interruzione delle attività di raccolta da parte degli enti non profit, non più in grado di immagazzinare quelle quantità di vestiti.

La previsione si è rivelata corretta per il Regno Unito, dove, ad esempio, l’Esercito della salvezza ha dovuto chiudere 27 punti di raccolta nel Devon@, ma anche per altri Paesi.

In Francia, riportava il quotidiano Libération lo scorso giugno, Le Relais, uno dei principali operatori nel settore della raccolta e della cernita dei tessuti, membro del movimento di solidarietà Emmaüs France, ha annunciato di dover ridurre drasticamente le proprie raccolte e sopprimere sessanta posti di lavoro.

Nel comunicato citato da Libération, Le Relais lamentava che l’esplosione del fast fashion aveva portato a un massiccio aumento dei volumi immessi sul mercato, accompagnato da un calo costante della qualità dei tessuti, riducendo così le possibilità di riutilizzo, e facendo lievitare i costi della cernita dei capi.

Inquinamento da vestiti usati e tanto altro a Kibera, Nairobi, Kenya. (© Purity Mwenda, AfMC)

I danni alla filiera

L’equilibrio economico della filiera sembra essere messo in discussione da diversi fenomeni: alla saturazione della raccolta causata dai prodotti di fast fashion, vanno aggiunti la concorrenza delle piattaforme dell’usato e l’aumento del costo del carburante che ha fatto lievitare il costo dei trasporti.

Come spiegava lo scorso giungo il giornalista francese Martial You in una puntata del suo podcast L’éco and you, sull’emittente Rtl, Le Relais è responsabile del 40% del riuso e riciclo di abiti usati in Francia; ma di fronte a magliette di poliestere a 3 euro impossibili da riciclare, e a un giro di raccolta che ha costi maggiori rispetto al materiale recuperato, non vale più la pena continuare l’attività.

Nel 2024, in Francia, prosegue il giornalista, sono stati comprati 3,2 miliardi di capi d’abbigliamento, dalle calze ai vestiti, circa 10 milioni di pezzi al giorno, in larga parte di qualità scadente. Per quelli di buona qualità, che possono essere riutilizzati, le persone interessate si rivolgono sempre più spesso a piattaforme come Vinted, eBay e Leboncoin, dove possono rivenderli. Si potrebbe aggiungere, che molti degli utenti lo fanno per rientrare almeno in parte di quello stesso aumento di costi di carburante e di energia che gravano anche sugli individui e sulle famiglie in Occidente.

«Questa storia di Le Relais», continua You, «rappresenta la fine della globalizzazione felice: i poveri stanno facendo impoverire altri poveri». Ci sono persone che lavorano in condizioni disumane dall’altra parte del pianeta, argomenta You, per vendere abiti in plastica a occidentali con redditi ridotti interessati al prezzo più basso possibile. «Sappiamo già che troveremo questi prodotti su una spiaggia in Africa o in Asia, aggiungendo una catastrofe ambientale al tracollo dal punto di vista umano»@.

Qualche speranza da politica e scienza?

Donna zulu in Sudafrica, sceglie tra vestiti usati al mercato. (© AfMC)

Per tentare di dare una prospettiva meno drammatica alle osservazioni di Martial You, facciamo notare alcune possibili reazioni.

La nuova legislazione europea, entrata in vigore lo scorso luglio, proibisce la distruzione dei capi invenduti, salvo nei casi in cui siano pericolosi, danneggiati, contraffatti, violino i diritti di proprietà intellettuale, o siano rifiutati dagli enti di beneficenza@. Si tratta di una delle prime misure previste dal Regolamento sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili (Espr) del 2024. Ha l’obiettivo di evitare la distruzione di una quantità fra le 264mila e 594mila tonnellate di prodotti tessili: è questa, infatti, secondo l’Agenzia europea per l’ambiente, la quantità di capi immessi sul mercato in Europa, ma distrutti prima dell’uso: una quota fra il 4 e il 9% del totale.

La Francia, inoltre, ha introdotto nel 2023 un bonus per le riparazioni, che permette agli utenti di ottenere fino a 25 euro di rimborso per capo riparato e che, allo scorso luglio, risultava aver sostenuto oltre un milione di interventi di riparazione@.

Anche dalla scienza, poi, potrebbero venire importanti contributi: nel 2024, la rivista Nature segnalava uno studio@ su una nuova tecnica capace di utilizzare il calore e un catalizzatore per spezzare le lunghe catene molecolari delle fibre sia naturali che sintetiche in unità chimiche più piccole e facilmente riutilizzabili.

Vestiti scaricati nel deserto di Atacama in Alto Hospicio, Iquique, in Cile. (Photo by MARTIN BERNETTI / AFP)

Lavoratori sfruttati e foreste distrutte

Anche nell’ipotesi di scelte politiche e di nuove scoperte scientifiche in grado di invertire la tendenza negli anni a venire, resta pressante il problema di che cosa succederà nel frattempo. A oggi, sappiamo da reportage di media come France24@ o BBC@che il fast fashion sta generando diseguaglianze e sfruttamento per i lavoratori.

France 24 ha documentato come a Guangzhou (Cina Sud orientale) Shein non gestisca direttamente nessuna delle fabbriche della zona, ma si appoggi, di fatto, su una rete informale di aziende. In queste ultime verificare le reali condizioni dei lavoratori e gli orari di lavoro, è molto complicato. Nel servizio, i reporter riferiscono di aver parlato con persone che lavorano fino a 75 ore a settimana, sette giorni su sette.

Secondo un rapporto della Ong China labour watch, inoltre, questi lavoratori vengono pagati a pezzo, con compensi fra i 7 e i 28 centesimi di dollaro per capo.

Vi sono poi le conseguenze ambientali della produzione di abbigliamento e accessori: un esempio è lo sfruttamento delle foreste del Chaco paraguaiano e la minaccia che rappresenta per i popoli originari che lo abitano. Lo scorso aprile, i due rappresentanti del popolo ayoreo Porai Picanerai e Darajidi Picanerai, accompagnati dalle rappresentanti di Survival Italia, hanno organizzato una protesta a Milano con lo scopo di denunciare la massiccia deforestazione del Chaco per far posto agli allevamenti di bestiame da cui ricavare pelle per i settori dell’abbigliamento, dell’arredamento e dell’automobile.

L’Italia, si legge nella cartella stampa della campagna Sulla pelle degli Ayoreo, è da anni la principale destinazione mondiale per le pelli paraguaiane.

Per questo i rappresentanti ayoreo hanno manifestato il 24 aprile, con Survival Italia, di fronte all’Unione delle concerie italiane (Unic). «Dopo il contatto forzato», denuncia Porai Picanerai, «siamo stati abbandonati dal governo, che ignora i nostri diritti mentre permette alle grandi aziende di distruggere la nostra foresta. I nostri parenti incontattati (cioè: gruppi indigeni che rifiutano il contatto@, ndr) dipendono dalla foresta. Anche noi dipendiamo dalla foresta, che viene distrutta con bulldozer e incendi. Mentre altri traggono profitto, a noi non resta nulla, e i nostri bisogni e diritti sono ignorati».

Chiara Giovetti

Contenitore per la raccolta di vestiti usati in corso Ferrucci angolo via Cialdini a Torino. (© Gigi Anataloni, AfMC)

Definizioni

«Fast fashion» o moda veloce

È un modello di business incentrato sulla rapida progettazione, produzione e promozione di capi di abbigliamento a basso costo che riflettono le ultime tendenze della moda. Il termine è probabilmente stato coniato dal New York Times nel 1989 per descrivere l’obiettivo della catena spagnola Zara di portare i capi dalla fase di progettazione agli scaffali dei negozi in soli 15 giorni.

Altri marchi di fast fashion includono Uniqlo, H&M, Primark, Mango e Asos.

«Ultra fast fashion»: o moda ultraveloce

Le principali aziende, che utilizzano in via esclusiva l’e-commerce, sono Shein (pronuncia: sci-in) e Temu. Attuano un modello di business che, utilizzando le tecnologie digitali, rende ancora più rapida la progettazione, produzione e promozione dei capi.

La produzione per Shein è guidata dalla domanda in tempo reale e da algoritmi predittivi che adeguano di continuo la produzione al comportamento dei consumatori, imponendo così ritmi di lavoro estremamente duri ai lavoratori nelle fabbriche. Le tendenze vengono individuate anche con un monitoraggio costante delle informazioni online (sfilate, contenuti social, ecc.) e la promozione si avvale della collaborazione attiva di diversi influencer.

La Rete di cooperazione per la tutela dei consumatori dell’Ue ha ammonito Shein per una serie di pratiche che violano i diritti dei consumatori europei, come l’utilizzo sul portale di timer di conto alla rovescia, messaggi di scorte in esaurimento e altre pratiche di sollecito insistente, oltre allo sforzo di creare nell’utente il timore di perdersi qualcosa (fear of missing out, Fomo) e alla registrazione forzata sul sito o sull’app.

In termini di produzione, mentre Zara offriva circa 20mila nuovi modelli l’anno (circa 60 al giorno, in media), Shein ne propone circa 4.700 al giorno (secondo alcune fonti, fino a 6.000).

Oujda, Marocco, selezione di vestiti usati per i migranti. (© Alice Torrengo, AfMC)

Economia circolare

Definizione dal sito del Parlamento europeo:

L’economia circolare è un modello di produzione e consumo che implica condivisione, prestito, riutilizzo, riparazione, ricondizionamento e riciclo dei materiali e prodotti per renderli utilizzabili il più a lungo possibile. In questo modo si estende il ciclo di vita dei prodotti, contribuendo a ridurre i rifiuti. Una volta che il prodotto ha terminato la sua funzione, i materiali di cui è composto vengono reintrodotti, laddove possibile con il riciclo. In questo modo si possono continuamente riutilizzare all’interno del ciclo produttivo generando ulteriore valore.

I principi dell’economia circolare contrastano con il tradizionale modello economico lineare, fondato invece sullo schema «estrarre, produrre, utilizzare e gettare».@ 

Fonti: Encyclopedia Britannica, Ocse, The Guardian, Commissione europea, Parlamento europeo, New York Times

I numeri del settore

Principali voci nelle esportazioni di abbigliamento e calzature, in dollari americani:

  • articoli e accessori di abbigliamento a maglia o all’uncinetto: 288 miliardi (Cina: 81 mld; Italia: 12 mld)
  • articoli e accessori di abbigliamento non a maglia o all’uncinetto: 257 miliardi (Cina 64 mld; Italia: 17 mld)
  • pelle per abbigliamento: 7,6 miliardi (Cina: 0,8 mld; Italia: 1,4 mld)
  • calzature: 181 miliardi (Cina: 46 mld; Italia: 14 mld)
  • totale: 734 miliardi, cioè il 2,87% delle esportazioni mondiali di beni, pari a 26mila miliardi
    (fonte: Trade Map@, indicatori selezionati a cura di MC Ets)
  • indumenti smaltiti ogni anno: 120 milioni di tonnellate (circa 200 stadi olimpici), di cui l’80% finisce in un inceneritore o in una discarica
  • valore stimato dei rifiuti tessili: 150 miliardi di dollari
    (fonte: Boston consulting group@)
  • lavoratori nei settori tessile, dell’abbigliamento, della pelletteria e dei prodotti correlati: 99,5 milioni (2023, Organizzazione internazionale del lavoro@)
Etichette vestiti Decatlon fatti in diversi paesi (© Gigi Anataloni, AfMC)

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Archivio MC

Eva Castelletti, Quanto puzza quel commercio. I rifiuti e un nuovo tipo di colonialismo, MC 07/2026

Aurora Guainazzi, Dodici chili di vestiti. Le pesanti conseguenze del «fast fashion», MC 08/2025

Chiara Giovetti, Nei panni degli altri: la moda insostenibile, MC 03/2022

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