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La Conferenza nazionale della cooperazione allo sviluppo, in breve Coopera, è un evento previsto dalla legge 125/2014. Deve essere organizzata ogni tre anni dal Maeci, il ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale. Lo scopo è «favorire la partecipazione dei cittadini nella definizione delle politiche di cooperazione allo sviluppo»@.
Uno degli eventi di maggior rilievo di questa terza edizione è stato la presentazione della più recente Revisione fra pari (Peer review), condotta dall’Ocse. Uno studio che l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, conduce ogni 6-7 anni sui risultati raggiunti dai membri del proprio Comitato di assistenza allo sviluppo (Dac, nell’acronimo inglese), di cui anche l’Italia fa parte.
Il presidente del Comitato, Carsten Staur, ha presentato i risultati chiarendo che le revisioni «non sono classifiche, né audit, ma un’occasione per imparare insieme, tra amici».
Con questo spirito, Staur ha citato i punti di forza della cooperazione italiana, ma anche@ alcuni dei suoi limiti (vedi box).
L’Italia, evidenzia la Peer review, ha delle ambizioni dichiarate che riguardano l’aumento del numero di Paesi con cui è prioritario cooperare. Allo stesso tempo, ha la volontà di mettere in piedi programmi di sviluppo complessi che siano il frutto di decisioni politiche ad alto livello, da affiancare agli interventi ideati con i partner di progetto nei Paesi in cui si opera, cioè l’approccio «dal basso» finora prevalente nella cooperazione italiana. Staur ha sintetizzato: occorre assicurarsi che «le risorse siano all’altezza delle ambizioni e le ambizioni siano all’altezza delle risorse». Stefano Gatti, a capo della direzione generale per la cooperazione allo sviluppo del Maeci, ha risposto@ a Staur che dal suo punto di vista ciò che conta, prima ancora delle risorse, è che la qualità dei progetti sia all’altezza delle ambizioni.
I buoni progetti, ha argomentato Gatti, attirano più facilmente le risorse ed evitano di sprecarle in interventi inefficaci. Inoltre, solo i risultati di qualità sono una leva efficace, sia per incoraggiare il coinvolgimento del settore privato che per giustificare ulteriori richieste di risorse al Parlamento. «Quello che stiamo facendo oggi – ha aggiunto – è un primo passo per organizzare il sistema della cooperazione italiana come una comunità che sviluppa insieme i progetti», unendo le istituzioni pubbliche, il settore privato e la società civile con la sua lunga esperienza e grande professionalità.

Un’altra sessione che ha suscitato interesse è stata quella sulla finanza per lo sviluppo@, anche perché andava al cuore proprio della questione delle risorse. I dati forniti in apertura di sessione dal vicedirettore generale per la cooperazione allo sviluppo del ministero degli Esteri, Carlo Batori, aiutano a farsi un’idea delle dimensioni dell’aiuto allo sviluppo e dei bisogni a cui risponde.
Il primo dato riguarda le risorse che mancano per raggiungere a livello mondiale gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 dell’Onu: un deficit pari a 4mila miliardi di dollari all’anno. L’aiuto pubblico allo sviluppo nel mondo nel 2025 è stato poco più di 170 miliardi di dollari, una cifra che rappresenta circa il 4% del fabbisogno e che l’anno scorso ha registrato una riduzione di circa il 23%: 50 miliardi in valore assoluto, di cui tre quarti dovuti al calo degli aiuti da parte degli Stati Uniti. C’è poi un «terzo numero che illustra il paradosso della finanza per lo sviluppo», ha detto Batori, e cioè l’aumento della ricchezza globale: secondo il rapporto 2025 del Comitato di esperti indipendenti del G20 sulla disuguaglianza globale, guidato dallo studioso premio Nobel per l’economia 2001, Joseph E. Stiglitz, la ricchezza globale è passata da 200mila miliardi di dollari nel 2000 a 480mila miliardi di dollari nel 2024@. Basterebbe l’1% di questa ricchezza globale, ha detto Batori, per sanare il deficit, ma una serie di ostacoli strutturali impediscono che essa raggiunga proprio i Paesi che hanno bisogno di maggior sostegno per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030, cioè quelli in via di sviluppo.
Batori ha, poi, descritto la finanza per lo sviluppo usando una metafora alpinistica: per scalare la montagna del deficit da colmare ci vuole un team composto innanzitutto dai finanziatori della scalata, che devono mettere a disposizione l’attrezzatura adatta: queste sono le sono le istituzioni finanziarie. Ci sono poi le organizzazioni internazionali, che costruiscono il campo base, cioè fissano regole e i processi. Gli alpinisti veri e propri sono elementi del settore privato, cioè gli imprenditori, che devono portare le proprie competenze per rendere possibile l’ascesa, con l’aiuto fondamentale degli sherpa, ovvero le organizzazioni della società civile, che «sanno come evitare le valanghe e i crepacci».
I soccorsi in caso di emergenza sono poi i governi dei Paesi donatori, mentre il capo della spedizione è il governo del Paese partner, le cui richieste, necessità e aspettative sono il punto di partenza della spedizione.
All’introduzione di Batori è seguito un dibattito che ha coinvolto rappresentati del ministero delle Finanze, di Cassa depositi e prestiti, della Banca mondiale e del programma Onu per lo sviluppo (Undp). Una delle espressioni più ricorrenti è stata «bancabilità», cioè la capacità di un’iniziativa di sviluppo di risultare abbastanza solida e sicura da attirare gli investitori privati e le banche.
Questo ruolo del settore privato e il peso delle valutazioni di tipo finanziario, si è fatto negli anni via via più evidente nella cooperazione e, di conseguenza, negli eventi che la trattano: se ne era già parlato nel Forum sulla cooperazione internazionale del 2012, precursore delle conferenze Coopera@, e ha acquistato uno spazio che, da una Coopera all’altra, continua a consolidarsi.
A voler rintracciare un momento ufficiale di svolta nella visione del rapporto fra sviluppo e settore privato, si può riprendere la comunicazione della Commissione europea dal titolo A stronger role of the private sector in achieving inclusive and sustainable growth in developing countries@. Nel documento del 2014 in cui la Commissione chiariva che il «settore privato fornisce circa il 90% dei posti di lavoro nei Paesi in via di sviluppo ed è quindi un partner essenziale nella lotta contro la povertà. È anche indispensabile come investitore nella produzione agricola sostenibile se il mondo vuole affrontare la sfida di sfamare 9 miliardi di persone entro il 2050». Riconosceva, inoltre, al settore privato importanza nella transizione «verso un’economia verde inclusiva» e il suo ruolo sempre più attivo sia come fonte di finanziamento sia come partner di governi, organizzazioni non governative e donatori.



Ivana Borsotto, presidente della Federazione degli organismi di volontariato internazionale di ispirazione cristiana (Focsiv) e portavoce della Campagna 070@, non smentisce la sua propensione a cercare innanzitutto gli elementi costruttivi in ogni discussione sulla cooperazione: «La conferenza Coopera 2026», scrive in risposta a una nostra richiesta di commento, «non si è limitata a essere una passerella di visibilità: ha confermato l’impegno del governo italiano a rafforzare la cooperazione allo sviluppo, soprattutto con i Paesi africani, attraverso il Piano Mattei, considerato uno strumento strategico per promuovere partenariati paritari, sviluppo sostenibile e collaborazione multilaterale».
È emerso con forza, scrive la presidente Focsiv, il tema dell’impatto reale della cooperazione: occorre verificare chi beneficia degli interventi e quanto contribuiscono alla riduzione della povertà e delle disuguaglianze e alla resilienza climatica.
Tuttavia, continua Borsotto, «non possiamo non rilevare una mancanza nel dibattito della Conferenza: si è parlato poco delle grandi questioni politiche globali. In un contesto segnato da guerre, crisi climatiche, disuguaglianze e aumento delle spese militari, la cooperazione rischia di restare marginale rispetto ad altre politiche che influenzano maggiormente gli equilibri internazionali».
Serve una «maggiore coerenza delle politiche per lo sviluppo sostenibile: la cooperazione può produrre risultati importanti in settori come istruzione, salute e aiuti umanitari, ma senza cambiamenti profondi nelle politiche economiche, climatiche e di sicurezza non sarà possibile affrontare le cause profonde delle disuguaglianze e delle crisi globali. Per questo riteniamo urgente l’attuazione del Piano nazionale per la coerenza delle politiche»@.
Chiara Giovetti

Il documento completo è disponibile online@

L’Italia non realizzerà gran parte degli obiettivi di sviluppo sostenibile entro il 2030. La strategia nazionale italiana di sviluppo sostenibile derivata dall’Agenda 2030 dell’Onu prevede 38 obiettivi quantitativi da raggiungere. Oggi ne risultano ancora raggiungibili soltanto 11, mentre 22 sono ormai fuori portata e 5 mostrano progressi dall’andamento troppo fluttuante per permettere una previsione.
Lo ha detto lo scorso 22 maggio Enrico Giovannini, direttore scientifico dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, Asvis, durante l’evento conclusivo del decimo Festival dello sviluppo sostenibile tenutosi nella Sala della Regina della Camera dei deputati@.
Utilizzando dati messi a disposizione da fonti ufficiali fra cui Eurostat, Istat, Banca d’Italia e Ispra, l’Asvis monitora i progressi dell’Italia in quattro dimensioni, «misurandoli» appunto attraverso questi 38 obiettivi. Essi includono l’aumento dei posti negli asili nido, la riduzione delle diseguaglianze di reddito, l’aumento del tasso di occupazione, la diminuzione della dispersione idrica e delle polveri sottili, l’azzeramento del sovraffollamento nelle carceri e il raggiungimento dello 0,7% del Pil destinato alla cooperazione.
Il rapporto più recente, quello della primavera 2026, mostra peggioramenti sugli obiettivi che riguardano, fra gli altri, la povertà, la condizione dei sistemi idrici e sociosanitari, le disuguaglianze e la condizione degli ecosistemi terrestri. Il biennio 2026 – 2027, ha ricordato Giovannini, rappresenta comunque un’occasione unica per migliorare la situazione, a patto di non mancare alcuni appuntamenti: entro la seconda metà di quest’anno, ad esempio, è prevista la revisione della Strategia nazionale di sviluppo sostenibile, mentre nella prima parte del 2027, l’Italia dovrebbe definire il Piano di accelerazione trasformativa per recuperare i ritardi nell’avanzamento verso gli obiettivi dell’Agenda 2030, onorando così l’impegno che i capi di Stato e di Governo hanno preso al summit Onu del 2023@.
L’evento Asvis ha visto anche una conversazione fra la biologa e divulgatrice scientifica Barbara Gallavotti e lo studioso premio Nobel per la fisica 2021, Giorgio Parisi. Rispondendo a una domanda di Gallavotti sui due passaggi chiave – transizione energetica e transizione ecologica – necessari a garantire all’umanità la vita su un pianeta che possa ancora sostenerla, Parisi ha precisato: «Direi che i passaggi chiave sono quattro, intrecciati fra di loro: a energia ed ecologia bisogna aggiungere giustizia sociale e pace». Se non si va in queste quattro direzioni contemporaneamente, ha concluso Parisi, non sarà possibile andare nemmeno nelle prime due.
Chi.Gio.

