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Nell’esortazione apostolica Dilexi te, che papa Leone XIV ha ereditato da papa Francesco, proponendola alla cattolicità con l’aggiunta di alcune riflessioni proprie, il Pontefice ribadisce il forte nesso che esiste tra l’amore di Cristo e la sua chiamata a farci vicini ai poveri. Il Papa insiste su questo cammino di santificazione, perché nel «richiamo a riconoscerlo nei poveri e nei sofferenti si rivela il cuore stesso di Cristo, i suoi sentimenti e le sue scelte più profonde, alle quali ogni santo cerca di conformarsi».
Tra questi santi annoveriamo, certamente, san Giuseppe Allamano che indicava nella santità l’aspirazione principale nella vita del missionario: «Nulla è più efficace della carità – scriveva ai suoi missionari -. Nella carità consiste essenzialmente la santità. Amare e farsi santi è la stessa cosa. Non basta che amiamo in un modo qualsiasi, ci vuole un amore superlativo».
Papa Leone parla di tutte le povertà, da quella economica a quella educativa, dai malati ai carcerati, percorrendo tutte le categorie più fragili della società. Leone vuole una Chiesa per i poveri e con i poveri. Per questo critica con forza un sistema economico oppressivo, capace solo di generare disuguaglianze e povertà, ed esorta a riconoscere e distruggere le strutture d’ingiustizia «con la forza del bene, attraverso il cambiamento della mentalità, ma anche con l’aiuto delle scienze e della tecnica, attraverso lo sviluppo di politiche efficaci nella trasformazione della società».
San Giuseppe Allamano insegnava a raggiungere questo obiettivo innanzitutto con la visita quotidiana alla gente nelle case e nei villaggi; visite che non dovevano «ridursi a semplici passeggiate, ma a degli autentici incontri», dove avevano la precedenza i poveri, gli ammalati e i villaggi più bisognosi.
Una delle più belle pagine della storia dell’Istituto dei Missionari della Consolata l’ha scritta la Santa Sede, nel decreto di approvazione, che risale al 28 dicembre 1909: «Caratteristica di queste missioni è che i missionari non si limitano a introdurre la religione, amministrare i sacramenti, raccogliere bambini abbandonati nelle selve, ma con lo splendore della fede portano a quei popoli la luce della civiltà, ammaestrandoli nell’agricoltura, allevamento del bestiame, esercizio delle arti più usuali». Allamano commentava: «Il decreto della Santa Sede nell’approvazione del nostro Istituto, le attestazioni di Propaganda fide, le stesse parole del Papa dichiarano il metodo del nostro apostolato: “Bisogna degli indigeni farne tanti uomini laboriosi, per poi poterli fare cristiani”».
Allamano ricordava che Gesù, prima di redimerci, «si era ridotto a piallare assi, alla scuola di Giuseppe, e quando cominciò a predicare il Regno di Dio era un provetto falegname che sapeva usare gli arnesi del mestiere». Per questo il fondatore indirizzò i suoi missionari a uno sviluppo basato su una elaborazione della tecnica di Cristo. I suoi missionari furono, e sono tutt’ora, bravi agricoltori, organizzatori di cooperative, di scuole agricole e tecniche, senza dimenticare di essere dei predicatori e dei battezzatori.
Sergio Frassetto

La trasformazione culturale, economica e sociale della città – caratterizzata da una parte dall’industrializzazione e urbanizzazione e dall’altra dalla migrazione dalle campagne – generò nuove forme di povertà e marginalizzazione. Migliaia di giovani arrivavano a Torino in cerca di lavoro, spesso privi di istruzione e di sostegno familiare. La risposta della Chiesa torinese non fu soltanto difensiva nei confronti della modernità, ma propositiva, creativa e pastorale: sacerdoti, religiosi e laici diedero vita a una vasta rete di opere educative, assistenziali e missionarie.
In questo contesto si collocò l’opera di figure straordinarie che contribuirono a delineare un modello di cattolicesimo sociale, capace di coniugare spiritualità, carità e impegno nella trasformazione della società.

Furono diversi i protagonisti e testimoni della rinascita cattolica torinese ottocentesca. Una delle figure più emblematiche fu Giuseppe Benedetto Cottolengo, che nel 1832 fondò la Piccola Casa della Divina Provvidenza, conosciuta da tutti come «Cottolengo». Quest’opera nacque per accogliere coloro che non trovavano posto negli ospedali pubblici: malati cronici, disabili, poveri e persone abbandonate. Il Cottolengo rappresentò una risposta concreta alla crescente marginalizzazione sociale prodotta dalla modernizzazione urbana.
Accanto a Cottolengo ricordiamo anche due figure laiche di nobili origini, i venerabili Giulia e Tancredi Falletti di Barolo fondatori dell’Opera Pia Barolo e organizzatori di scuole e opere caritative per le donne carcerate.
Tra le figure più influenti emerge Giovanni Bosco, noto come Don Bosco. Nel quartiere torinese di Valdocco ideò l’oratorio come un ambiente educativo che offriva ai ragazzi formazione religiosa, istruzione di base, formazione professionale, accompagnamento umano e spirituale.
Nel 1859 Don Bosco fondò la Società di San Francesco di Sales, più comunemente conosciuta come Salesiani di Don Bosco, destinata a diffondere il suo metodo educativo in Italia e nel mondo.
Un’altra personalità che ebbe un ruolo decisivo nella vita religiosa torinese fu Giuseppe Cafasso, sacerdote e docente presso il Convitto ecclesiastico di San Francesco d’Assisi, istituzione destinata alla formazione dei giovani sacerdoti. La sua azione, specie a favore dei carcerati, contribuì a formare un clero sensibile ai problemi sociali e capace di una pastorale vicina alla gente.
Un’ulteriore figura di rilievo è stata Leonardo Murialdo, sacerdote impegnato nell’educazione dei giovani lavoratori. Egli fondò la Congregazione di San Giuseppe (Giuseppini del Murialdo), dedicata alla formazione professionale e cristiana dei giovani.
Accanto alle opere sociali ed educative sviluppate nel contesto urbano, Torino diede origine anche a un importante impulso missionario. Figura centrale in questo ambito fu Giuseppe Allamano, sacerdote torinese e fondatore dei Missionari e Missionarie della Consolata. Il Canonico Allamano fu, per 46 anni, rettore del Santuario della Consolata, uno dei luoghi più significativi della spiritualità torinese. Ispirato da questo centro di spiritualità e di formazione, Allamano maturò il progetto missionario che lo portò alla fondazione, nel 1901, dell’istituto missionario destinato all’evangelizzazione e promozione umana dei popoli. I primi missionari furono inviati in Africa orientale nel 1902, avviando una presenza ecclesiale che univa evangelizzazione, promozione umana ed educazione.
L’opera di Giuseppe Allamano esprime una dimensione nuova della spiritualità torinese: una visione missionaria aperta all’universalità e alla multiculturalità. La sua prospettiva può essere sintetizzata nell’idea di «agire localmente pensando universalmente»: la vita spirituale, la formazione e la carità sviluppate a Torino diventarono la base per una missione che superava i confini nazionali.
Tutti questi interpreti della carità cristiana furono testimoni di una fede viva, che trasformava la contemplazione in gesti concreti di compassione e solidarietà per diverse categorie di svantaggiati, fragili ed emarginati, all’interno di un’area di Torino che, proprio per questo, possiamo benissimo denominare il «Chilometro quadrato della carità». In esso, dall’Ottocento a oggi, hanno preso forma opere di bene – congregazioni religiose e apostolato sociale – e hanno visto la luce numerosi carismi. Per queste e altre ragioni storiche e religiose, il cardinale Roberto Repole, arcivescovo metropolita di Torino e vescovo di Susa, ha lanciato a gennaio 2026 l’idea di una candidatura internazionale per far conoscere al mondo la «città della carità» iscrivendo questo luogo nel Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco. Il progetto mira a garantirne riconoscimento, tutela e valorizzazione come spazio di eccezionale valore umano universale.
padre Ashenafi Yonas Abebe, Imc

Canti, colori e parole di speranza. Con questa atmosfera sono stati accolti i circa 6mila partecipanti al 36° Pellegrinaggio della famiglia missionaria della Consolata a Fatima, sabato 21 febbraio 2026. Le carovane sono arrivate da tutto il Portogallo, Paese in cui i Missionari della Consolata operano dal 1943.
Si tratta di un appuntamento ormai consolidato nel cammino della famiglia Consolata in Portogallo. L’incontro di quest’anno ha assunto un significato particolare, perché vissuto nel contesto del centenario della morte di san Giuseppe Allamano, come occasione di memoria grata, rinnovamento spirituale e rilancio del carisma missionario.
La partecipazione molto numerosa di pellegrini ha reso questo appuntamento particolarmente significativo e incoraggiante. La giornata, scandita dal motto «Allamano, pellegrino di consolazione», è stata vissuta come un tempo intenso di preghiera, condivisione e celebrazione, nel quale si è manifestato ancora una volta l’affetto di tante persone verso la famiglia missionaria della Consolata e il legame vivo con il carisma del fondatore.
L’incontro è stato preceduto da una veglia di preghiera, riflessione e condivisione che si è svolta venerdì sera, 20 febbraio, a cui hanno partecipato circa 200 giovani. La band musicale Discípulos de Fátima, un progetto con l’obiettivo di far conoscere la Parola di Dio attraverso la musica, ha animato la serata.
Momento culminante del pellegrinaggio è stato la Via Crucis missionaria realizzata nel «Valinhos de Fátima». Le meditazioni in ogni stazione, oltre a ricordare gli ultimi passi di Cristo, commentati anche dalle parole di san Giuseppe Allamano, hanno fatto riferimento ai più poveri, a coloro che subiscono ingiustizie e anche a chi commette tali atti. Insieme, i pellegrini hanno chiesto a Dio la capacità di alleggerire il peso di coloro che portano la croce della malattia, della solitudine e dell’emarginazione e anche il coraggio di denunciare il male.
Ogni stazione è stata caratterizzata dalla consueta scenografia dei giovani di Ribeirão (Vila Nova de Gaia), che hanno indossato costumi del tempo per rappresentare gli ultimi momenti della vita di Cristo sulla terra. La celebrazione si è conclusa con un momento scenico presso il Calvario ungherese. È stata l’occasione per parlare ai pellegrini di san Giuseppe Allamano mentre erano esposti pannelli e striscioni che ne illustravano il carisma e l’opera sempre attuali.
Eucaristia nella Basilica della Santissima Trinità
L’opera di sant’Allamano è stata evidenziata anche nell’eucaristia celebrata nella basilica della Santissima Trinità, presieduta da padre James Lengarin, superiore generale dei missionari della Consolata. Nell’omelia, ha detto che i «missionari sono attualmente in viaggio attraverso l’Africa, le Americhe, l’Asia e l’Europa, portando consolazione, giustizia, speranza e umanità», ma ha pure sottolineato che non è necessario viaggiare per essere missionari: «La missione si realizza quando si sceglie il bene invece dell’indifferenza. Quando si ascolta invece di giudicare. Quando si costruisce invece di distruggere».
La conclusione del pellegrinaggio è avvenuta presso la Cappellina delle apparizioni con la consacrazione alla Madonna di Fatima e l’invito a essere costruttori di pace, seguendo l’esempio di san Giuseppe Allamano. «La santità di Allamano ci spinge a essere anche noi santi attraverso una vita di preghiera, servizio e dono di sé senza misura e a lavorare per la giustizia e la pace», ha detto padre Lengarin.
a cura di Sergio Frassetto