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Il centenario della morte del nostro fondatore, san Giuseppe Allamano (16 febbraio 1926 – 16 febbraio 2026), è un momento favorevole per fermarsi, meditare e ringraziare il Signore per i numerosi favori che ha fatto ai nostri due istituti. È un’opportunità per rinnovarci spiritualmente e per essere fedeli al nostro carisma ad gentes, così come lui lo ha voluto.
Il centenario ci offre l’occasione di ripercorrere le tappe significative della vita e del ministero sacerdotale di san Giuseppe Allamano, meditando al tempo stesso sulle intuizioni carismatiche che lo hanno reso padre e fondatore delle nostre famiglie missionarie.
Questa felice ricorrenza sia un’occasione propizia per un profetico rilancio del nostro carisma e ci sproni a impegnarci con coraggio nell’annunciare e testimoniare in ogni realtà il Vangelo della consolazione e della speranza.
Allamano, con entusiasmo, diceva: «A ciascuno di voi il Signore ha rivolto la stessa chiamata dei Dodici: “Andate in tutto il mondo e proclamate la Buona Novella a tutta la creazione” (Mc 16,15), lui ha dato, per così dire, ai missionari tutta la terra, tutte le nazioni e popoli. Che cosa potrebbe esserci di più grande di questo? Considerate pure tutte le vocazioni, non ne troverete una più grande di questa… Per voi il Signore ha esaurito tutto il suo infinito amore in fatto di vocazione perché vi ha dato la sua stessa missione».
Con vero orgoglio di figli e figlie, vogliamo vivere l’anno del centenario per dire grazie al Signore per aver suscitato nella Chiesa san Giuseppe Allamano, per avercelo donato come padre e fondatore e per averci chiamati a diventare figli e figlie della Consolata, ed essere così, testimoni di consolazione nel mondo.
padre George Kibeu
e suor Generosa Iruma Ireri

Sedici febbraio 2026: sono trascorsi cento anni dalla nascita al cielo di san Giuseppe Allamano. Missionari, missionarie e laici amici delle missioni affollano la chiesa di Casa Madre e si stringono in preghiera attorno al sepolcro che contiene i suoi resti mortali. Padre James Lengarin, suo successore alla guida dell’Istituto, presiede l’eucaristia solenne e celebra il fondatore come presenza viva e paterna che continua a generare vita in ogni parte del mondo.
Carissimi fratelli e sorelle della grande famiglia allamaniana, oggi, 16 febbraio, siamo riuniti con il cuore colmo di gratitudine e di memoria viva. Sono trascorsi cento anni da quando san Giuseppe Allamano ha concluso il suo pellegrinaggio terreno per entrare nella pienezza della vita eterna. E, tuttavia, il suo spirito, la sua visione e il suo cuore continuano a guidare i nostri passi. Oggi non celebriamo soltanto un anniversario, celebriamo un’eredità luminosa, una missione feconda, una presenza paterna che continua a generare vita in ogni parte del mondo.
A cento anni dalla sua morte, Allamano continua a parlarci. Ci ricorda che la missione non è un’idea astratta, ma un incontro. Non è un progetto, ma una relazione. Non è un dovere, ma un atto d’amore. La sua vita ci insegna che non servono eroi per cambiare il mondo. Servono persone fedeli. Persone vere. Persone disponibili.
In questo centenario non guardiamo soltanto al passato, ma rivolgiamo lo sguardo al futuro, al mondo che ci attende, alle missioni che chiedono coraggio, creatività, compassione. Allamano non è mai partito per le missioni, ma ha fatto partire il mondo. Ha acceso un fuoco che arde ancora oggi in Africa, nelle Americhe, in Asia e in Europa. Ci ha insegnato che la missione non è solo un viaggio geografico, ma un movimento del cuore: uscire da sé per incontrare l’altro.
In questo centenario, la Parola di Dio ci offre tre immagini che illuminano la figura di san Giuseppe Allamano e la missione che ci ha affidato. Il profeta Isaia ci presenta il Servo del Signore, mite e perseverante, che porta la giustizia senza spezzare la canna incrinata e senza spegnere il lucignolo fumigante. È il ritratto di una missione che non si impone con la forza, ma che trasforma con la fedeltà e la compassione.
In questo servo riconosciamo l’Allamano: un uomo che ha guidato senza clamore, ha formato con pazienza, ha consolato con discrezione, ha creduto nella forza della bontà più che nella forza del rumore.
San Paolo ai Filippesi ci ricorda che l’opera iniziata da Dio in ciascuno sarà portata a compimento. È un invito a guardare alla vita di Allamano come a un’opera di Dio: un seme che continua a crescere nella Chiesa attraverso i suoi figli e le sue figlie missionarie. La gratitudine di Paolo diventa la nostra gratitudine: per il dono del fondatore, per la sua intuizione missionaria, per la sua capacità di generare comunione e di formare cuori maturi e generosi.
Infine, il Vangelo di Marco ci consegna il mandato missionario: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo». È il cuore pulsante della spiritualità allamaniana. Allamano, pur non avendo raggiunto terre lontane, ha messo in movimento il mondo. Non ha attraversato oceani, ma ha aperto vie nuove. Non ha predicato in molte lingue, ma ha insegnato a molti la lingua universale del Vangelo: la consolazione, la fraternità, la speranza.
Alla luce di queste letture comprendiamo che san Giuseppe Allamano non è solo un ricordo, ma una parola viva che Dio rivolge oggi alla Chiesa. È il servo che ha consolato. È il padre che ha generato. È il missionario che ha inviato. È il santo che continua a ispirare.
San Giuseppe Allamano e il canonico Giacomo Camisassa sono stati due uomini uniti da una stessa visione: servire la Chiesa nella comunione, nella corresponsabilità e nella dedizione totale alla missione. Allamano non ha mai pensato la missione come un’opera individuale: accanto a lui, Camisassa è stato mano destra, confidente, consigliere e compagno fedele. Erano un cuor solo e un’anima sola: uno più contemplativo, l’altro più operativo; uno padre spirituale, l’altro fratello leale; uno sognava e l’altro costruiva. La loro collaborazione, vissuta con umiltà e fiducia reciproca, è stata un esempio luminoso di sinodalità ante litteram: camminare insieme, ascoltarsi, sostenersi, condividere il peso e la gioia della missione. Per questo Allamano lo chiamava «Confondatore dell’istituto», riconoscendo che il bene più grande nasce sempre da un cuore condiviso.
Oggi, in un tempo segnato dall’individualismo, la loro testimonianza ci ricorda che nessuno evangelizza da solo, nessuno costruisce il Regno da solo, nessuno porta consolazione da solo. La missione è sempre un’opera di comunione.
Per noi, Allamano e Camisassa rimangono due fari che indicano la via: servire insieme, camminare insieme, amare insieme, perché solo nella comunione la missione diventa feconda.
San Giuseppe Allamano ci consegna un mandato: continuare ciò che lui ha iniziato. Essere consolazione dove c’è dolore. Essere luce dove c’è oscurità. Essere fratelli e sorelle dove c’è divisione. Essere missione, sempre, ovunque, con gioia. La sua vita, dono prezioso per la Chiesa, continui a ispirare uomini e donne disposti a servire il Vangelo con umiltà, dedizione e gioia.
James Lengarin, superiore generale Imc

Pellegrinaggio virtuale: attraverso una piattaforma di videoconferenze, la famiglia della Consolata ha visitato in preghiera i luoghi in cui il padre fondatore è vissuto evidenziando l’importanza e il messaggio che ancora oggi ci donano. Il pellegrinaggio ha avuto come prima tappa Castelnuovo don Bosco nella casa natale di san Giuseppe Allamano. Le due mete successive sono state il santuario di san Giuseppe Allamano, nella Casa Madre Imc, e il santuario della Consolata.
Novena in preparazione alla festa: un gruppo di missionari, missionarie e laici della Consolata ha preparato la novena dal tema «Allamano, pellegrino di consolazione», che ci ha aiutato a vivere nella preghiera i giorni precedenti alla celebrazione del 16 febbraio 2026.
Giornata di studio: sabato 14 febbraio, presso la casa generalizia Imc di Roma, si è svolta una giornata di studio dal titolo «La santità è andare oltre», seguita in streaming dai missionari e missionarie in tutto il mondo. Vi ha partecipato come relatore monsignor Giovanni Crippa, missionario della Consolata, vescovo di Ilhéus (Bahía), in Brasile e il giornalista Alberto Chiara, autore del libro «Oltre. Vita e missione di san Giuseppe Allamano».
15 febbraio, vigilia della festa: è stata celebrata una solenne eucaristia, a Castelnuovo don Bosco, paese natale di san Giuseppe Allamano, presieduta da monsignor Alessandro Giraudo, vescovo ausiliare di Torino.
16 febbraio, festa del centenario: san Giuseppe Allamano è stato celebrato nella chiesa di Casa Madre, a Torino, dove riposano le sue spoglie mortali, con una solenne eucaristia presieduta da padre James Lengarin, superiore generale.
Le quattro torce del carisma: la celebrazione in Casa Madre si è conclusa presso il sepolcro di san Giuseppe Allamano dove il padre generale ha acceso e benedetto quattro torce attingendo dalla lampada che arde presso il sepolcro.
Sono le torce del carisma che esprimono l’unità e la missione universale della famiglia della Consolata (missionari, missionarie e laici). Insieme alla reliquia di san Giuseppe Allamano, esse peregrineranno nei quattro continenti, toccando tutte le comunità Imc e Mc. Il pellegrinaggio si concluderà a febbraio 2027 con il ritorno delle torce alla chiesa di Allamano dove rimarranno come segno di comunione di tutte le comunità attorno al loro santo fondatore.
Santuario della Consolata: la festa del centenario si è conclusa con una celebrazione eucaristica pomeridiana presieduta da monsignor Alessandro Giraudo, nel santuario della Consolata, luogo in cui è vissuto e ha svolto il suo ministero per 46 anni san Giuseppe Allamano.
Messaggio: i consigli generali dei missionari e delle missionarie della Consolata, in un messaggio inviato ai due istituti, hanno incoraggiato i missionari e le missionarie ad «attingere sempre di più alla ricchezza della santità del fondatore e a vivere in profondità il nostro carisma, che intreccia insieme santità e missione nello spirito della Consolazione. Chiamati dal nostro padre fondatore, attirati dal suo esempio di vita, ritorniamo con più entusiasmo e dedizione a quel carisma donato alla Chiesa tramite lui: la missione ad gentes, la passione per l’annuncio del Vangelo a chi non ha ancora conosciuto Cristo, con la disponibilità a dare la vita, lasciando le nostre sicurezze, portando Cristo e il suo amore in luoghi spesso difficili, poveri, segnati da conflitti o lontani culturalmente, sapendo che Cristo stesso con il suo Vangelo è la più grande ricchezza da condividere».
a cura di Sergio Frassetto
