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«Fratelli e sorelle, la spiritualità mariana è a servizio del Vangelo: ne svela la semplicità. L’affetto per Maria di Nazaret ci rende con lei discepoli di Gesù, ci educa a tornare a Lui, a meditare e collegare i fatti della vita nei quali il Risorto ancora ci visita e ci chiama. La spiritualità mariana ci immerge nella storia su cui il cielo si è aperto, ci aiuta a vedere i superbi dispersi nei pensieri del loro cuore, i potenti rovesciati dai troni, i ricchi rimandati a mani vuote. Ci impegna a ricolmare di beni gli affamati, a innalzare gli umili, a ricordarci la misericordia di Dio e a confidare nella potenza del suo braccio (cfr. Lc 1,51-54)».
San Giuseppe Allamano avrebbe goduto immensamente nell’ascoltare queste parole di papa Leone: lui che aveva trascorso metà della sua vita all’ombra di un santuario mariano; che aveva passato lunghe ore di preghiera, contemplando l’icona della Consolata, e che aveva battezzato con il nome della Vergine Consolatrice le due famiglie missionarie da lui fondate: «Missionari e Missionarie della Consolata». Egli spiegava come ognuno di questi due termini fosse sufficiente per caratterizzare la natura dei suoi figli e figlie: missionari mariani per il mondo, con l’impegno di portare ai popoli la vera «consolazione» che è Gesù, figlio di Maria, unico e universale salvatore.
«Il cammino di Maria è dietro a Gesù – ha detto il Santo Padre -, e quello di Gesù è verso ogni essere umano, specialmente verso chi è povero, ferito, peccatore. Per questo la spiritualità mariana autentica rende attuale nella Chiesa la tenerezza di Dio, la sua maternità. “Perché – come leggiamo nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium – ogni volta che guardiamo a Maria torniamo a credere nella forza rivoluzionaria della tenerezza e dell’affetto. In lei vediamo che l’umiltà e la tenerezza non sono virtù dei deboli ma dei forti, i quali non hanno bisogno di maltrattare gli altri per sentirsi importanti. Guardando a lei scopriamo che colei che lodava Dio perché ha rovesciato i potenti dai troni e ha rimandato i ricchi a mani vuote” (Lc 1,52-53), è la stessa che assicura calore domestico alla nostra ricerca di giustizia».
«Carissimi, in questo mondo assetato di giustizia e di pace – ha concluso papa Leone -, interceda per noi Maria Santissima, nostra speranza, e ancora e per sempre ci orienti a Gesù, il crocifisso Signore. In lui c’è salvezza per tutti».
Giuseppe Allamano, nel frastuono della Grande guerra (agosto 1917), esortava le sue figlie a invocare dalla Consolata il dono della pace: «Speriamo nella Madonna, è il rifugio di tutte le nostre miserie, è la speranza dei disperati, di tutti i disperati; non si può dare alla Madonna altro titolo più bello di questo: speranza dei disperati».
Sergio Frassetto
In occasione della festa della Consolata, dello scorso anno, scrivevo che in una zona popolare di Torino, la Consolata fa quadrato con la «santità sociale» di Cafasso, di Cottolengo e di Don Bosco, e si fa prossima alla gente, ne condivide le gioie e le sofferenze e incoraggia a mantenere viva la speranza.
In questa storia di devozione e affidamento, si inserisce san Giuseppe Allamano, per il quale la Consolata rappresentava un punto di partenza in quanto è Lei che ha generato l’Istituto quale fondatrice e madre, e un modello da proporre ai suoi missionari per la vita e la missione.
Infatti, era profondamente convinto che: «La vera Fondatrice è la Madonna. Non c’è dubbio che tutto quello che si è fatto è opera della SS. Consolata. Siamo Consolatini. Dobbiamo stimarci fortunati di portare il nome della Madonna […] dobbiamo essere santamente superbi di appartenere alla Madonna sotto questo titolo invidiato da molti. E quanti ci vogliono bene, perché ci chiamiamo “Missionari o Missionarie della Consolata!”». E per questo ammoniva i suoi missionari: «Il nome che portate deve spingervi a divenire ciò che dovete essere».
San Giuseppe Allamano ha avuto un ruolo fondamentale nella storia del santuario e nel divulgare l’amore alla Consolata. La sua profonda spiritualità mariana lo ha portato a promuovere la devozione a Maria Consolata e, personalmente, si riservava giornalmente momenti per appartarsi a contemplare l’icona della Vergine. Con lo sguardo rivolto a lei, dal «coretto», era ricambiato da quello di Maria che lo sosteneva nelle sue incombenze come rettore e lo orientava nelle preoccupazioni per il nascente Istituto.
Padre Igino Tubaldo, Imc, storico dell’Istituto, scrivendo sul santuario della Consolata, ha avuto una profonda intuizione: «Qui si venera un’antica icona di Maria che ispira soavità; come le classiche icone orientali, con le quali ha forse qualcosa di più di una semplice somiglianza, è Maria a guardare il fedele più che a essere guardata. Per tutto quello che avvenne in questo santuario, dentro di esso e attorno a esso, si potrebbe dire che sta alla Madonna come un ostensorio sta all’ostia consacrata».
Questa reciprocità di sguardi è molto suggestiva e ha una duplice applicazione per la nostra vita: lasciarci consolare dallo sguardo della Madonna, per guardare gli altri con lo stesso sguardo di Maria.

Allora l’icona della Consolata diventa un invito a meditare sulla qualità del nostro sguardo, da cui traspare il nostro cuore. Perché è attraverso gli «occhi del cuore» (Ef 1,18), che possiamo trasformare la nostra percezione interiore in un modo di guardare gli altri con accoglienza e consolazione.
Il santo fondatore ce lo ricorda: «Se non avete la devozione alla Madonna, e non dico solo devozione, ma una tenera devozione, non vi farete santi!». Una devozione «tenera», cioè, che nasce dal cuore perché: «Dove è l’amore, là è l’occhio», (Riccardo di San Vittore), in quanto lo sguardo si dirige naturalmente verso ciò che amiamo e valorizziamo.
«Occhi e cuore» che nella vita del santo fondatore hanno trovato una combinazione esemplare per noi, soprattutto a riguardo della sua forte umanità arricchita da intensità di vita spirituale. Un’umanità che la gente leggeva sul suo volto sorridente, vedeva nei suoi occhi penetranti e percepiva nel suo sguardo intuitivo: «Con espressione sorridente, calma, affabile si faceva incontro ad ogni persona che l’avvicinava. Muoveva alla confidenza anche a motivo del leggero sorriso che risplendeva quasi abitualmente sul suo volto».
Quest’anno vogliamo celebrare la festa della Consolata, contemplando la sua icona. Fermiamoci per un istante a guardarla sulle immaginette, nei quadri delle nostre chiese e cappelle, nei corridoi, oppure negli uffici dove lavoriamo. Insomma: «Sentiamo vicina la Consolata!».
Attenta e premurosa, il suo sguardo ci segue ovunque, ci protegge sulle strade della missione, abita nelle nostre comunità, si china sugli ammalati, ravviva le speranze dei poveri e degli oppressi. Sotto il suo sguardo ci sentiamo famiglia e creiamo fraternità. A lei affidiamo i missionari stanchi e sfiduciati, tutti coloro che si sentono soli e abbandonati, i migranti, i bambini nei campi profughi, i popoli indigeni, quanti soffrono a causa delle guerre e delle ingiustizie e coloro che non conoscono Gesù.
Solleviamo i nostri occhi e lasciamoci abbracciare dallo sguardo amorevole della Consolata, nessuno ce lo rubi; spetta poi a noi diffonderlo con gesti di tenerezza, vicinanza e consolazione dentro le comunità e verso i più bisognosi.
Per questo preghiamo tutti insieme: «Maria Consolata, donaci il tuo sguardo!».
padre James Lengarin, Superiore generale

I Missionari della Consolata che lavorano in Colombia hanno celebrato il centenario della nascita al cielo di san Giuseppe Allamano nella regione amazzonica del Caquetá, il contesto dove, fin dall’inizio del loro arrivo nel Paese, hanno svolto la loro attività missionaria.
Le celebrazioni sono state precedute dagli esercizi spirituali svoltisi a San Vicente del Caguán e guidati da padre Efrem Baldasso, studioso di san Giuseppe Allamano, venuto appositamente dall’Italia. Le sue riflessioni hanno aiutato il gruppo di 60 missionari (sacerdoti, religiosi e laici) a rivivere l’esperienza del santo fondatore che sapeva estrarre dalla sua enorme ricchezza spirituale semplici proposte di umanità, santità, teologia e prassi missionaria.
Gli insegnamenti saggi e pratici del santo fondatore hanno aiutato i missionari a confrontarsi con un presente che richiede una valutazione sincera per potersi aprire al futuro con speranza e continuare la navigazione «da Gerusalemme a Gerico», motto dell’attuale Direzione regionale.
Quella corrente missionaria, nata nel seno del santuario della Consolata nel 1901, ha viaggiato nel tempo, bagnando e fertilizzando territori, popoli e culture. Nel 1947 è arrivata anche in Colombia e, navigando lungo i fiumi Caquetá, Orteguaza e Putumayo, si è diffusa in tutta l’Amazzonia colombiana.
Conclusi gli esercizi spirituali, i missionari si sono trasferiti a Florencia, la capitale del Caquetá e primo campo del loro lavoro missionario. Qui, nella parrocchia dedicata al primo vicario apostolico della Consolata, monsignor Antonio Torasso, il 9 febbraio si è svolta una celebrazione, iniziata con un momento di preghiera attorno al fuoco che ardeva di fronte alla chiesa, a cui è seguita l’eucaristia presieduta da monsignor Joaquín Pinzón, missionario della Consolata, vicario apostolico di Puerto Leguízamo.
È stata una celebrazione del ricordo e di un rinnovato invio che ha permesso di rileggere la storia missionaria Imc nei suoi elementi essenziali quali il martirio, la profezia e l’eroismo.
«Al loro arrivo in Colombia – ha detto monsignor Pinzón – i missionari non si sono stabiliti comodamente, ma hanno aperto occhi e orecchie per vedere e sentire quale fosse la missione che Dio indicava loro nella fedeltà e in armonia con il carisma di san Giuseppe Allamano. La loro ricerca li ha portati a rivolgere non solo lo sguardo, ma anche il cuore all’Amazzonia facendosi carico del vicariato di Florencia; una scommessa che nasceva solo da cuori visionari e coraggiosi».
«La santità desiderata da san Giuseppe Allamano si è concretizzata nei fiumi, nelle giungle e nei sentieri percorsi dagli intrepidi missionari. Per questo motivo – ha concluso il vescovo – li ricordiamo con gratitudine e chiediamo loro che dal cielo continuino ad accompagnare la nostra missione affinché non ci manchino visione e rischio, santità e fuoco nel cuore, generosità e radicamento».
Il giorno successivo, 9 febbraio, la cattedrale di Florencia ha ospitato la celebrazione del centenario della «Pasqua» di san Giuseppe Allamano. Ha presieduto l’eucaristia monsignor Omar de Jesús Mejía, arcivescovo di Florencia, accompagnato da altri presuli tra i quali monsignor Francisco Javier Múnera, Imc, presidente della Conferenza episcopale e arcivescovo di Cartagena.
Nella sua omelia, l’arcivescovo ha ricordato con animo riconoscente i grandi missionari della Consolata che hanno posto le basi della chiesa in Caquetá, tra i quali monsignor Antonio Torasso, Angelo Cuniberti e José Luis Serna, e ha affidato a Maria Consolata il lavoro missionario dell’Istituto che continua ancora oggi nelle terre dell’Amazzonia.
a cura di Sergio Frassetto
Chi ricevesse una grazia per intercessione di san Giuseppe Allamano è pregato di notificarlo ai seguenti indirizzi:
Postulazione Missioni Consolata
• Viale Mura Aurelie, 11-13 – 00165 Roma
• Corso Ferrucci, 14 – 10138 Torino
E-mail: postulazione@consolata.org
