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«Dopo alcuni mesi dal cambio di regime, nulla è cambiato rispetto al governo precedente: i giovani della Generazione Z che osano manifestare subiscono una dura repressione e alcuni addirittura spariscono. Oggi si parla di quattro giovani manifestanti arrestati e di due scomparsi». Così padre Jean Tuluba, missionario della Consolata congolese che lavora in Madagascar, riassume la situazione non rosea del Paese ad aprile, mentre scriviamo. I giovani della cosiddetta «Gen Z» – nati, cioè, dopo il 2000 – avevano avuto un ruolo chiave nel movimento di protesta che, fra settembre e ottobre 2025, aveva riempito le piazze malgasce@. Gridando «Leo délestage» («Basta blackout») e «Miala Rajoelina» («Vattene Rajoelina», cioè il presidente Andry Rajoelina), i manifestanti chiedevano la fine di disservizi come le continue interruzioni di corrente elettrica e la mancanza di acqua che, oltre a creare ovvi disagi, erano il simbolo dell’incapacità della classe dirigente di affrontare e ridurre le profonde ingiustizie sociali nel Paese.
L’ondata di proteste autunnali, spiega padre Jean, aveva interessato soprattutto le grandi città, in particolare Antananarivo, Antsirabe, Fianarantsoa, Toamasina, Tulear, Diego Suarez. C’erano stati diversi episodi di violenza contro i manifestanti da parte delle forze dell’ordine e almeno ventidue persone erano state uccise. «Era stato in questo contesto che una parte dell’esercito, responsabile di tutta la logistica militare del Paese e guidata dal colonnello Michaël Randrianirina, si era rifiutata di reprimere i manifestanti e si era unita a loro contro la parte di forze armate rimaste fedeli al presidente Rajoelina». Randrianirina ha preso il potere dopo la fuga di Rajoelina, promettendo di migliorare le condizioni di vita della popolazione, ma ha deluso le aspettative molto presto e i giovani ora si sentono traditi.
I ragazzi, riportava France24 lo scorso aprile, vedono nella repressione e negli arresti arbitrari «un segno che è il momento di tornare in strada»@.

A peggiorare la situazione è arrivata ora la guerra in Iran: un’ulteriore dimostrazione – commenta padre Tuluba – che il mondo di oggi è interconnesso, come affermava già papa Francesco nella sua enciclica Laudato si’.
La conseguenza più visibile e tangibile della guerra è la carenza di carburante nelle stazioni di servizio. «Bisogna fare lunghe code e aspettare molto tempo, per poi ottenere una quantità minima di benzina». Questo alimenta la crisi politica e sociale, poiché molti cittadini che gestiscono piccole attività commerciali utilizzano generatori elettrici alimentati con il carburante, visto che l’infrastruttura, al momento, non è in grado di garantire una fornitura costante di elettricità. «Quindi, la logica è chiara: niente carburante, niente elettricità stabile, niente sviluppo per le piccole e grandi attività di produzione, niente commercio, niente mezzi per sopravvivere. Così la tensione sociale aumenta e c’è un nuovo rischio di implosione».
A questo si aggiunge che il Madagascar è uno dei paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici. Gli ultimi due cicloni, Fytia e Gezani, ne sono un esempio concreto, in particolare dopo la devastazione, lo scorso 10 febbraio, della città portuale di Toamasina, distrutta all’80%. Continua il missionario: «Diciottomila abitazioni distrutte, 36 morti e molti feriti, 424mila sfollati (altre fonti dicono 60 morti e oltre mezzo milione di sfollati, ndr), strade e rete elettrica danneggiate, raccolti perduti.
Il Governo ha dichiarato lo stato di emergenza e ha stimato i costi di ricostruzione in oltre 2 miliardi di dollari americani». Questo disastro ha un impatto considerevole sull’economia nazionale, sottolinea padre Jean, dato che la città di Toamasina ospita il principale porto del Paese.
Anche molte altre regioni subiscono gli effetti del cambiamento climatico. In quelle meridionali ci sono zone semi desertiche dove piove troppo poco. Lì, la popolazione, che sopravvive quasi esclusivamente grazie all’agricoltura, non può produrre nulla senza acqua. In queste condizioni la fame raggiunge livelli molto elevati. «Nella nostra regione (la missione di Beandrarezona è nel Nord dell’isola, a oltre 1.100 metri di altitudine, ndr) non ci sono cicloni – spiga padre Jean -, perché siamo lontani dalle coste e in una zona molto montuosa. Quando c’è un ciclone, ne subiamo solo gli effetti a distanza: molta acqua ovunque a causa delle piogge lunghe e intense».
Un lavoro importante, nota padre Jean, sarebbe la sensibilizzazione della popolazione riguardo all’impatto del cambiamento climatico sulla vita delle persone, ma questa sensibilizzazione è ancora troppo scarsa.
«Le poche foreste rimaste vengono devastate ogni giorno dal taglio degli alberi per produrre legna da ardere e carbone per cucinare. Gli alberi non vengono sostituiti e questo fa presagire gravi conseguenze in un futuro non troppo lontano.
La sola sensibilizzazione, comunque, non è sufficiente, deve essere accompagnata da politiche pubbliche e sociali che aiutino la popolazione a provvedere ai propri bisogni senza distruggere l’ecosistema».

La crisi politica del Madagascar dura da decenni, chiarisce padre Tuluba, e incide sulla vita di oltre 30 milioni di persone, tre quarti delle quali vivono al di sotto della soglia di povertà. La grande maggioranza è costituita da giovani: secondo i dati delle Nazioni Unite, il 68% della popolazione ha meno di 30 anni@.
La crisi politica e sociale, secondo l’analisi che emerge dai messaggi del 2024 e 2025 della Conferenza episcopale del Madagascar, è dovuta a diversi fattori, fra i quali la corruzione generalizzata, le diseguaglianze, la mancanza di ascolto e di rappresentanza politica (che crea un deficit di fiducia), i problemi strutturali irrisolti, la violenza, l’instabilità e la mancanza di sicurezza@.
Il tasso di disoccupazione per le persone fra i 15 e i 24 anni è intorno al 5%, ma a pesare è soprattutto l’elevata proporzione di lavoro informale, che rappresenta il 94% del totale. «I giovani studiano, ma poi non trovano opportunità per servire la loro nazione, non esiste una politica orientata all’inserimento e all’occupazione giovanile. Anche questo genera nei ragazzi molta frustrazione e il desiderio di far sentire la propria voce a modo loro, come si è visto alla fine dello scorso anno».

La storia della presenza dei missionari della Consolata in Madagascar, racconta padre Jean, «è un lungo percorso, che ha inizio con l’arrivo sull’isola di padre Antonio Noè Cereda, missionario della Consolata. Egli, dopo aver lavorato nella Repubblica democratica del Congo e in Italia come responsabile dell’Emi (Editrice missionaria italiana), alla fine del 1999 si è trasferito in Madagascar. Qui ha trascorso quasi 20 anni collaborando con le Suore discepole del Sacro Cuore, basate a Nosy Be, nella diocesi di Ambanja, e ad Antananarivo, la capitale».
L’idea di una possibile presenza Imc sull’isola è nata nel 2010, durante la vista dell’allora vice-superiore generale padre Stefano Camerlengo@ ed è diventa concreta con l’apertura ufficiale nel 2018 e l’arrivo, il 13 marzo 2019, dei primi tre missionari: padre Jean Tuluba, padre Kizito Mukalazi dell’Uganda e padre Jared Makori Mayaka del Kenya.
Essi si stabilirono nella diocesi di Ambanja, nel piccolo villaggio di Beandrarezona, a quasi mille chilometri dalla capitale Antananarivo e a 300 dalla sede vescovile di Ambanja, nel Nord della grande isola@.
«Ma perché proprio il Madagascar? – si domanda padre Jean -. Per rispondere alla triplice motivazione dei missionari della Consolata. In primo luogo, essere fedeli alla propria identità di missionari ad gentes: nel Paese, i cattolici rappresentano il 28,5% della popolazione e solo il 3% nella nostra missione. In secondo luogo, per lavorare in un Paese che è un ponte tra l’Africa e l’Asia, con una parte della popolazione di origine africana e l’altra di origine austronesiana», cioè diffusa nella zona fra l’Oceania, l’Asia sudorientale e, appunto, il Madagascar@. «In terzo luogo, è un’occasione per i missionari africani di realizzare una missione africana in uno spazio culturalmente speciale e diverso».

Sono due le grandi priorità dell’Imc in Madagascar, continua padre Tuluba: l’annuncio esplicito del Vangelo e la promozione umana. Una delle prime opere realizzate è stata la scuola secondaria Notre dame de la Consolata, che ha aperto nel settembre 2024 e che accoglie gli studenti delle ultime tre classi della scuola secondaria, per un totale, oggi, di 34 studenti. «La scuola è per noi uno strumento fondamentale di evangelizzazione e formazione dei giovani in un mondo in continua evoluzione. Oltre alle materie previste dal programma scolastico nazionale, offriamo loro anche corsi sulle nuove tecnologie, con attrezzature moderne per l’apprendimento dell’informatica e delle lingue straniere, senza dimenticare la catechesi, per chi lo desidera». Per gli studenti i cui genitori non riescono a pagare la retta, è prevista la copertura parziale delle spese.
Alla scuola si affiancherà anche un progetto di sostegno alle donne e alle ragazze madri che i missionari intendono avviare a breve. Si tratterà di corsi professionali come sartoria, pasticceria e ristorazione «per aiutarle, attraverso piccole attività commerciali, a raggiungere l’autonomia economica e contribuire così al rafforzamento delle loro economie domestiche, che al momento sono troppo fragili».

Gli obiettivi di sviluppo a lungo termine che i missionari si sono dati sono quelli di formare i giovani e di ridurre la vulnerabilità delle ragazze e delle donne del villaggio. «Molte adolescenti non completano gli studi secondari perché rimangono incinte molto presto e diventano madri prima di raggiungere la maggiore età». A collaborare con i missionari ci sono gli insegnanti, i genitori, le autorità locali, i privati e l’associazione svizzera Boky Mamiko, che visita la missione ogni anno e si fa carico delle spese scolastiche di una parte delle studentesse.
Alcune ragazze vivono in convitto presso il convento delle suore che collaborano con i missionari. C’è una richiesta pressante da parte dei genitori che chiedono un convitto anche per i ragazzi, dato che nelle loro case non c’è un ambiente che favorisca la concentrazione e lo studio. I missionari stanno, dunque, valutando di elaborare un progetto che includa la costruzione di un convitto anche per loro.
A livello sanitario, l’insufficienza dei servizi ha generato un’altra richiesta da parte della popolazione: la costruzione di una piccola clinica locale per consentire l’accesso a cure sanitarie di qualità alle popolazioni di Beandrarezona e dei villaggi circostanti. «Già ora, la nostra auto, l’unica sul territorio, viene spesso utilizzata come ambulanza per trasportare malati di ogni tipo nella vicina città di Bealanana, a 18 chilometri, affinché ricevano un minimo di cure».
A Beandrarezona c’è un centro sanitario di base non attrezzato e quasi abbandonato, che non consente di fornire assistenza adeguata ai pazienti che vi si recano. «Avere un dispensario ben attrezzato entro i prossimi cinque anni darebbe grande sollievo alle nostre popolazioni.
Per realizzare questi diversi sogni, contiamo sempre sul sostegno dei nostri vari collaboratori e su tutte le persone di buona volontà, che hanno nel cuore la nostra stessa preoccupazione di aiutare i fratelli e le sorelle di Beandrarezona e dintorni a vivere con dignità».
Chiara Giovetti

