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Da Rambo a Barb. Come gli Usa vedono se stessi

Il cinema, come uno specchio, rimanda l’immagine della società che lo produce. Tre film statunitensi degli ultimi 45 anni, accomunati da una scena particolare, sembrano mostrare un Paese in declino.

Negli anni Sessanta del Novecento, uno dei più grandi artisti viventi, Michelangelo Pistoletto, produsse quadri che chiamò «superfici specchianti». Era il suo modo per far entrare dentro l’arte la realtà e il pubblico. Il dipinto diventava riflesso reale della vita che lo circondava.

Il cinema fa lo stesso. Riflette la realtà. E ci permette di riflettere sulla realtà. Ogni film è una rappresentazione di come la cultura legge il mondo. Ogni regista si fa portatore, consapevole o inconsapevole, delle visioni e dei valori che permeano la sua società.

Se poi si prova a guardare il cinema inforcando «gli occhiali di Gandhi», cioè nella prospettiva della nonviolenza, allora si scoprono cose molto interessanti. Gli «occhiali di Gandhi» sono uno strumento inventato dal Centro studi Sereno Regis di Torino per rappresentare l’approccio gandhiano alle arti visive: cosa avrebbe detto Gandhi se avesse guardato questo o quel film? Quali considerazioni ne sarebbero scaturite?

Così abbiamo analizzato tre film molto diversi per scoprirne i fili rossi che li collegano, e le narrazioni sotterranee che veicolano.

Il filo di sutura di Rambo

I tre film sono «Rambo», di Ted Kotcheff, del 1982, «Sicko», di Michael Moore, del 2006, e «Dead of winter» di Brian Kirk, del 2025. Tre film che ci possono raccontare lo stato di salute degli Stati Uniti, e il perché negli anni questa nazione ha agito in modo sempre più aggressivo e violento.

In ciascuno dei tre film c’è una scena non usuale che, a mia memoria, compare al cinema per la prima volta in Rambo. Si tratta della scena in cui il protagonista si sutura da solo una ferita a un braccio dopo aver estratto il necessario dal suo pugnale da survival. Lo fa in mezzo ai boschi, dove si è rifugiato perché «rifiutato» dalla società per la quale aveva combattuto in Vietnam.

A parte la distorsione cognitiva intrinseca (Rambo pensa di aver «difeso» la sua patria, mentre, invece, era stata questa ad attaccare il Vietnam), nel film vediamo un giovane prestante che cerca un posto dove mangiare mentre attraversa una cittadina di provincia, un uomo che vuole starsene per i fatti suoi, ma che subisce provocazioni e ostracismo ai quali risponde con violenza. La considerazione che Rambo volesse solo starsene per i fatti suoi è importante, tenetela per dopo. Sono i primi anni Ottanta del Novecento, gli Stati Uniti d’America sono appena tornati (sconfitti) dal Vietnam, e stanno vivendo un – breve – periodo di quiete nelle relazioni sempre turbolente con il resto del mondo.

Diciamo, si «leccano le ferite».

Sicko e la sanità

Il secondo film, «Sicko», inizia con un altro ragazzo che si sutura una profonda ferita alla gamba (peraltro, l’altra gamba è stata amputata). Ma in questo caso il ragazzo è a casa sua: sono i primi anni del Ventunesimo secolo, e questo ragazzo si ricuce da solo la ferita perché ha perso ogni diritto all’assistenza sanitaria pubblica, il tema su cui Michael Moore basa il suo film.

Siamo appena dopo le guerre del Golfo e dopo l’11 settembre: gli Stati Uniti hanno ripreso prepotentemente la loro politica di «esportazione della democrazia». Ma, in casa, germogliano i semi dell’abbandono: lo Stato sociale declina, l’assistenza pubblica latita, i giovani statunitensi devono «fare da sé». Di nuovo.

Dead of winter

Il terzo film, «Dead of winter», ci presenta una scena analoga: ma chi si ricuce la ferita questa volta è una donna anziana, Barb. La protagonista è una vedova che compie un viaggio solitario nel Minnesota ghiacciato per onorare la memoria del marito.

Durante il viaggio si perde e, per caso, scopre una coppia armata che tiene una ragazza segregata in un luogo sperduto.

Barb diventa, suo malgrado, l’unica speranza di sopravvivenza per la ragazza in un ambiente spietato. Altro elemento simbolico significativo.

Importante la frase che la donna (una magistrale Emma Thompson, peraltro) dice a se stessa per darsi coraggio nell’affrontare il doloroso gesto: «Forza, è come cucire una vecchia trapunta».

Una vecchia coperta.

Come gli Usa si vedono

In geopolitica, ci insegna Dario Fabbri, direttore di «Domino», uno degli elementi che determinano l’atteggiamento di politica internazionale delle nazioni è come esse percepiscono se stesse a livello di narrazione popolare. E Fabbri descrive da tempo gli Stati Uniti come una nazione depressa.

La mia tesi è che, nei tre film appena citati, possiamo leggere questa discesa americana nella depressione.

Quarantacinque anni fa, John Rambo si curava le ferite da sé: allontanato dalla società, incompreso, voleva solo «starsene per i fatti suoi» (vi risuona la riedizione della «dottrina Monroe», «l’America agli americani», di Trump?), ma non poteva: urgeva un obbligo, quello di difendersi, di ritrovare la sicurezza perduta.

Nel 1982, però, Rambo era un giovane nel pieno delle forze, capace di mettere in scacco un’intera cittadina, una «macchina da guerra» (parole del colonnello incaricato di convincere Rambo a smettere di devastare quei poveri provinciali). Se regge l’analogia, gli Stati Uniti si vedevano come una nazione forte, oppressa dai troppi impegni internazionali, ma in grado di reagire con grandissima forza, tanto da dimostrare di «essere la più forte».

Mezzo secolo dopo, l’immagine degli Stati Uniti è ridimensionata: simboleggiata da un’anziana, appesantita dal dover difendere una ragazzina incapace di badare a se stessa (l’Europa? Il resto del mondo?). La donna, lungi dall’interpretare il ruolo «storico» del vecchio saggio, deve ingaggiare battaglia pur dovendo fare i conti con un corpo che non risponde più come un tempo, che fatica, che rallenta.

Un’immagine triste in un film che, non a caso, finisce male (ma qui mi fermo, per chi odia le anticipazioni).

In cinquant’anni gli Stati Uniti, se seguiamo l’analogia, si vedono in declino, senza forze, eppure ancora oppressi dall’obbligo di reagire «contro i cattivi».

Il film di Michael Moore fa da anello di congiunzione.

Situato anche cronologicamente a metà strada tra gli altri due, ci mostra una delle ferite «interne» degli Usa: la scomparsa dello stato sociale, la privatizzazione della sanità, l’abbandono dei più deboli. Uno Stato che non si cura dei suoi cittadini non può che vedere aumentare il tasso di depressione collettiva.

Se il cinema è uno specchio, questi tre film rimandano impietosamente un’immagine di declino dell’impero americano, di cui stiamo vedendo, tremando, gli ultimi guizzi di rabbiosa furia.

Dario Cambiano
Centro studi Sereno Regis

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