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Nel 2025 l’Italia ha destinato alle spese militari 35,5 miliardi di euro (il 5,7% di ciò che paghiamo in tasse), ma conta di portarle a 48 miliardi per il 2028. Una scelta dalle conseguenze catastrofiche, non solo da un punto di vista politico, ma anche finanziario e sociale.
La somma aggiuntiva, infatti, non sarà trovata aumentando le tasse sui ricchi, ma facendo lievitare il debito pubblico – già alla cifra record di 3.100 miliardi di euro – e tagliando le spese sociali.
Le spese militari vanno fermate, non solo perché ce lo chiede l’articolo 11 della Costituzione, ma anche perché ci impediscono di risolvere gli enormi problemi sociali e ambientali che ci rendono la vita difficile.
Ecco perché, invece di armarci, potremmo, anzi dovremmo, spendere di più in sanità, scuola, difesa del territorio, accoglienza dei migranti e in molti altri ambiti che condizionano pesantemente la qualità della nostra vita personale, familiare, collettiva.
Le pagine che seguono passano in rassegna alcune delle problematiche più urgenti che dovremmo risolvere, evidenziando criticità e necessità finanziarie che la scelta militare non consente di soddisfare.
Francesco Gesualdi


Le liste d’attesa rappresentano una delle criticità più pressanti del nostro Servizio sanitario. Secondo il ministero della Salute nel 2023 l’attesa media per una visita specialistica ha superato i 4 mesi, mentre per esami diagnostici come risonanza magnetica e Tac può arrivare anche a 12 mesi. Per interventi chirurgici, come la protesi d’anca o la cataratta, in molte regioni bisogna aspettare oltre un anno.
I lunghi tempi di attesa inducono molte persone a rinunciare alle cure: nel 2024, i rinunciatari sono stati 5,8 milioni, pari al 9,9% della popolazione. Chi può, invece, ricorre alla sanità privata: tra il 2012 e il 2024 la spesa sanitaria delle famiglie è cresciuta da 32 a 41 miliardi di euro.
La crisi della sanità pubblica emerge anche dalla carenza di personale. Ad esempio, mancano fra i 16mila e i 22mila infermieri. Quanto ai medici, le associazioni di categoria avvertono che sul territorio mancano 5.575 medici di famiglia, mentre negli ospedali mancano fra i 20 e i 25mila medici specialistici. La crisi è avvertita particolarmente nei reparti di pronto soccorso (almeno 3.500 medici in meno), oltre a quelli di rianimazione, pediatria, chirurgia, psichiatria.
Anche il raffronto con gli altri stati mette in evidenza il declino della sanità italiana. Mediamente, nell’Unione europea, la sanità pubblica assorbe il 6,9 % del Prodotto interno lordo, in Germania addirittura il 10,6%. In Italia non supera il 6,3%.
La conclusione della Fondazione Gimbe è che, per riportare la sanità pubblica italiana alla media europea, dovremmo aumentare il suo bilancio di una quindicina di miliardi di euro all’anno. Ma dove reperirli se si continua a sprecarli per spese di morte? ◆
– Fondazione Gimbe, Ottavo rapporto sul «Servizio sanitario nazionale», 9 ottobre 2025

La scuola italiana dovrebbe essere in grado di accogliere tutti e di fornire a tutti il sapere necessario a essere cittadini sovrani. Questi due propositi, però, non trovano riscontro nella realtà dei fatti.
Nel 1967, quando uscì il celebre libro Lettera a una professoressa, l’impostazione classista della scuola traspariva dall’alto numero di bocciature che buttavano fuori i ragazzi più poveri. Oggi sembrerebbe non essere più così perché le bocciature sono diventate così rare da avere ridotto l’abbandono scolastico sotto l’1%. Tuttavia, frequentare la scuola non significa automaticamente imparare. Da questo punto di vista i risultati sono deludenti. L’Istat certifica che oltre il 12% dei ragazzi sono persi, pur avendo formalmente frequentato l’intero ciclo della scuola dell’obbligo, perché il loro livello di conoscenze è ben al di sotto di quelle programmate. Del resto, che la scuola non assolva al proprio compito lo dimostra anche l’alta percentuale di «analfabetismo di ritorno».
L’Ocse ha appurato che il 35% degli adulti italiani, in età compresa fra i 16 e i 64 anni, fatica a comprendere testi brevi e a risolvere piccoli problemi di matematica. Si tratta di persone che, pur sapendo leggere e scrivere, incontrano difficoltà nella comprensione e nell’uso di informazioni scritte, con ripercussioni sulla loro capacità di accedere ai servizi, gestire situazioni burocratiche e affrontare il mondo del lavoro. Figurarsi capire un articolo di fondo o un dibattito parlamentare.
Per essere all’altezza del suo mandato costituzionale, la scuola deve mettersi a completa disposizione degli studenti sia in termini di tempo che di offerta didattica. Deve aumentare le ore annuali di insegnamento, deve ridurre il numero di allievi per classe, deve avere un numero di insegnanti sufficiente per personalizzare l’insegnamento, se necessario. Esigenza particolarmente sentita in un contesto fortemente multietnico come quello di oggi.
Organizzare una scuola al servizio di tutti è possibile, ma bisogna investirci denaro. Molto di più dei 52 miliardi di euro stanziati oggi. Invece succede il contrario. Se rapportata al Pil, la ricchezza prodotta nel paese, la spesa per la scuola è scesa dal 4,4% del 1995 al 3,9% di oggi. Ben al di sotto della media europea che si attesta al 4,7%.
Purtroppo, si preferisce destinare i soldi alle spese militari che – nello stesso periodo – sono passate dall’1,09% al 2% del Pil. Ma non è con i fucili che si costruisce la democrazia, bensì con cittadini ben istruiti. ◆

È successo a San Giuliano di Puglia nel 2002, quando una scossa di terremoto fece crollare il solaio di un plesso scolastico provocando la morte di 27 bambini e un’insegnante. Ed è successo a Rivoli nel 2008, quando il crollo improvviso di un controsoffitto uccise uno studente liceale.

Ancora oggi il 90% degli edifici scolastici statali, 36mila su 40mila, risultano tecnicamente irregolari perché non dispongono di tutte le certificazioni previste dalla legge. Addirittura 3.600 (10%) sono totalmente fuori norma perché non ne possiedono neanche una, pur ospitando 700mila persone fra allievi, insegnanti e personale amministrativo.
Il problema di fondo degli edifici scolastici è che sono vecchi. Due su tre sono stati costruiti più di 40 anni fa senza criteri antisismici, con l’impiego di materiali scadenti e senza misure per l’abbattimento delle barriere architettoniche. In una parola andrebbero rifatti.
Attraverso il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) lo Stato ha stanziato 3,9 miliardi per l’ammodernamento degli edifici scolastici. Iniziativa lodevole, ma insufficiente. Secondo uno studio realizzato nel 2019 dalla Fondazione Agnelli, servirebbero 200 miliardi di euro, sei volte la cifra che abbiamo speso per armi nel 2025. ◆

Teoricamente, ogni italiano dispone di una somma stimabile in 20.000 euro l’anno.
Si tratta, ovviamente, di una finzione statistica, perché in realtà le differenze di reddito sono notevoli. L’Istat conferma che, mediamente, gli introiti delle famiglie più ricche sono cinque volte e mezzo più alti di quelle più povere. E, andando più nel dettaglio, si scopre che gli ultimi della fila, all’incirca 12 milioni di individui, hanno un reddito attorno ai 2.000 euro l’anno, mentre le prime 60mila persone hanno introiti superiori al milione di euro.

La conclusione è che, in Italia, più di 13 milioni di persone, quasi un quarto della popolazione, vivono una qualche forma di povertà e non solo per colpa della disoccupazione, ma anche di basse pensioni e bassi salari. In effetti, ci sono quattro milioni e mezzo di pensionati che riscuotono meno di 1.000 euro al mese (un milione e mezzo addirittura meno di 500 euro), mentre 3,8 milioni di individui sono poveri, pur lavorando, perché guadagnano meno di 1.000 euro al mese.
Una categoria particolarmente esposta alla povertà è quella dei bambini. In Italia, il 13,8% di loro – ossia 1,2 milioni di minori – vivono in povertà assoluta con tutto ciò che ne consegue sul piano scolastico, igienico, sanitario, perfino alimentare. Tanto che 200mila bambini in età compresa tra 0 e 5 anni (8,5% del totale) vivono in famiglie che non riescono a garantire un pasto adeguato ogni due giorni.
Fra indennità di disoccupazione, sostegno alla maternità e infanzia, assegni familiari, pensioni sociali, nel 2024 lo Stato italiano ha destinato alla protezione sociale 77 miliardi di euro, all’incirca il 13% delle entrate tributarie. Ma i problemi sociali da risolvere sono ancora molti, per cui la cifra va aumentata. Prova ne sia che, nel febbraio 2026, per mancanza di fondi, il Parlamento ha respinto la proposta di ampliare il congedo parentale nei confronti dei figli. Ma – anche in questo caso – i soldi si potevano trovare attingendo al comparto militare. ◆

In Italia, il numero di figli per donna fertile è ormai sceso a 1,14, tanto che, nel 2025, le nascite si sono arrestate a 355mila, circa 15mila in meno rispetto al 2024 (-3,9 per cento).

Al primo posto fra i motivi della bassa natalità ci sono le difficoltà economiche legate alla precarietà lavorativa, ai bassi salari, all’elevato costo della vita e alle alte spese per il mantenimento dei figli. Ma ci sono anche le difficoltà di conciliare lavoro e maternità o paternità per la mancanza di strutture di sostegno all’infanzia.
In Italia, gli asili nido hanno posti sufficienti per ospitare solo il 31,6% dei bambini in età compresa fra zero e tre anni. In Campania e Sicilia il livello di copertura scende al 13,2% e al 13,9%. Numeri che mettono chiaramente in evidenza quanto lo Stato sia latitante. Soprattutto se consideriamo che solo il 33% dei 378.500 posti disponibili a livello nazionale sono di offerta pubblica, mentre i restanti sono asili privati. Con inevitabili ripercussioni sui bilanci delle famiglie.
Secondo un’inchiesta condotta nel 2024 dalla rivista Altroconsumo, la retta media mensile pagata dalle famiglie con Isee di 30mila euro si aggira sui 500 euro a Milano e Torino, poco meno a Firenze, per permettere ai propri bambini di frequentare asili nido comunali. Nei nidi privati degli stessi territori la retta media sale a 640 euro, tranne a Milano dove raggiunge gli 800 euro mensili. L’impatto è attenuato da un bonus erogato dallo Stato di 327 euro al mese, ma le famiglie debbono pur sempre sborsare di tasca propria fra i 100 e i 450 euro al mese per ogni figlio a seconda di dove risiedono.
Gli asili nido sono un servizio utile non solo per i genitori che devono assentarsi per lavoro, ma per i bambini stessi a motivo delle opportunità di socialità e degli stimoli formativi che possono ricevere fin dai primi tempi di vita. Le ricerche confermano che l’educazione e la cura della prima infanzia rappresentano uno strumento privilegiato per ridurre il tasso di abbandono scolastico precoce, a sua volta strettamente correlato allo svantaggio socioeconomico. Per questo gli asili nido devono essere gratuiti e in numero sufficiente ad accogliere tutti i bambini. Ma richiedono stanziamenti per decine di miliardi di euro, non solo per costruire gli edifici, ma anche per assumere il personale e pagare il materiale utile a farli funzionare. In una società che si dichiara civilizzata la scelta fra armi e asili nido non dovrebbe neppure porsi. ◆
In Europa, l’Italia ha il primato per lentezza giudiziaria. Nei contenziosi civili o commerciali ci vogliono in media 500 giorni per arrivare a una sentenza di primo grado, altri 700 per un giudizio di appello e altri 1.000 per un verdetto finale della Cassazione. In totale, ci vogliono mediamente cinque anni e dieci mesi per ottenere una sentenza definitiva in ambito civile. Quanto ai processi penali, di media passano 1.600 giorni (quattro anni e mezzo) dalla fase delle indagini preliminari alla sentenza della Corte di cassazione.

Tutti concordano che lo stato di crisi in cui si trova la giustizia italiana non è da imputare alla negligenza di chi ci lavora, ma alla carenza cronica di personale e mezzi. Oltre alla mancanza del 18% dei magistrati (1.900 su 10.600 previsti), il ministero della Giustizia certifica che, al dicembre 2024, mancavano 15mila funzionari sui 45.600 previsti. Solo grazie ai due miliardi di euro ottenuti dall’Unione europea tramite il Pnrr, è stato possibile assumere a tempo determinato 12mila addetti che hanno contribuito a ridurre dell’80% le cause civili arretrate. Ma si tratta di una misura temporanea.
La crisi della giustizia coinvolge anche il sistema carcerario. L’associazione Antigone riporta che, al 30 novembre 2025, in Italia le persone detenute erano più di 63mila a fronte di una capienza effettiva di 46mila posti. Il tasso medio di sovraffollamento è del 138,5%, con punte oltre il 200% nelle carceri di Milano, Foggia, Lucca. Nel 42,9% delle 120 carceri visitate dall’associazione, non sono garantiti i tre metri quadrati di spazio vitale per persona. La triste conseguenza è l’aumento dei suicidi arrivati a 76 nel 2025, un’incidenza 20 volte più alta rispetto alla popolazione non carcerata.
Le cose non vanno meglio negli istituti penali per minori. Da quando il «decreto Caivano» ha ampliato il ricorso alla custodia cautelare e ridotto l’uso delle alternative al carcere, è cresciuto il tasso di affollamento negli istituti minorili fin oltre il 140%. Al colmo dell’esasperazione si sono intensificate le proteste dei ragazzi carcerati, ma come risposta sono arrivati provvedimenti disciplinari e farmaci. La rivista Altreconomia riporta che, nel 2024, la spesa pro capite per psicofarmaci è cresciuta a dismisura in molte carceri minorili, addirittura del 1.000% nel carcere di Pontremoli.
In termini monetari, il ministero della Giustizia assorbe 11 miliardi di euro l’anno. Per ridare dignità alle carceri e permettere alla giustizia di recuperare efficienza, servirebbe una disponibilità aggiuntiva di un miliardo l’anno per l’assunzione del personale mancante. Inoltre servirebbe una spesa straordinaria di un miliardo e mezzo per interventi edilizi e tecnologici. Cifre tutto sommato contenute, che però si scontrano con la scelta di investire in spese di morte piuttosto che in spese di maggiore giustizia. ◆

L’Italia è un territorio fragile sempre più esposto a frane, cedimenti di terreno, alluvioni, anche a causa dei cambiamenti climatici. Ne sono una triste conferma il crollo, nel 2026, di una porzione importante del paese di Niscemi, un comune della Sicilia meridionale. Oppure la frana che nel 2022 colpì il comune di Casamicciola, nell’isola di Ischia, provocando la morte di 12 persone, centinaia di sfollati e gravi danni alla rete stradale. Per non parlare del disastro che nel 2023 coinvolse 44 comuni dell’Emilia-Romagna. Le forti piogge provocarono lo straripamento di 23 fiumi, con allagamento di 540 chilometri quadrati di territorio, causando la morte di 17 persone e danni a case, strade e attività produttive per 10 miliardi di euro.
Stando ai dati Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, in Italia i comuni variamente a rischio idrogeologico, per la probabilità di eventi come frane, alluvioni, valanghe e/o erosione costiera, sono 7.463, il 94,5% del totale. Complessivamente oltre 30 milioni di persone vivono in aree vulnerabili di cui 5,7 in zone a rischio frane e 6,8 in aree a rischio alluvioni.
Sappiamo che il rischio idrogeologico è stato aggravato da scelte sbagliate come disboscamenti, agricoltura intensiva, cementificazione eccessiva e indiscriminata. Ed è da qui che dobbiamo partire per rimettere il nostro territorio in sicurezza. Ma nel contempo dobbiamo realizzare tutta una serie di interventi per limitare allagamenti, frane e cedimenti di terreno.
Nel libro «Fuori dalle emergenze», i due autori, esponenti della fondazione Earth and water agenda, sostengono che «l’Italia può ridurre drasticamente vittime e danni da terremoti, alluvioni, frane, incendi e siccità investendo circa lo 0,9% del Pil ogni anno per quindici anni». Il totale fa 300 miliardi di euro, 20 all’anno, una cifra che costituisce una ragione di più per sbarazzarsi delle spese inutili e dannose, come quelle militari. ◆

Nel 2024, l’8,7% delle famiglie italiane ha lamentato irregolarità nel servizio di erogazione dell’acqua. I problemi principali includono interruzioni temporanee, cali di pressione e razionamenti. I disservizi riguardano tutte le regioni, con percentuali variabili, e coinvolgono circa 2,3 milioni di famiglie, oltre due terzi delle quali residenti nel Mezzogiorno.
Con l’acuirsi dei cambiamenti climatici, la carenza d’acqua è destinata ad aggravarsi, anche perché molte infrastrutture sono vecchie e fatiscenti. Ad esempio, la maggior parte delle grandi dighe e degli invasi idrici d’Italia è stata costruita tra gli anni Cinquanta e Settanta del secolo scorso ed avrebbe bisogno di importanti lavori di ristrutturazione per poter assolvere alla propria funzione in piena efficienza.
Anche la rete idrica è molto vecchia: il 60% ha più di 30 anni, il 25% addirittura più di 50 anni. I materiali sono così deteriorati che il 42% dell’acqua immessa in rete viene dispersa. Le perdite sono particolarmente critiche al Centro Sud, con punte del 71% a Potenza.
L’istituto Ambrosetti ha calcolato che per mettere il sistema idrico in sicurezza servirebbero 50 miliardi di euro, più di quanto si spende in un solo anno per armamenti. Ricordandoci che, senza l’intervento dello Stato, rimangono due sole alternative: rubinetti sempre più a secco o bollette sempre più care. ◆

Nonostante le beffe dei negazionisti, riabilitati da Trump, i cambiamenti climatici sono fra noi e ci mandano a dire, forte e chiaro, che da decenni emettiamo più anidride carbonica di quanta madre natura riesca ad assorbirne. Come è noto, l’eccessiva quantità di anidride carbonica in atmosfera intrappola i raggi solari e, comportandosi come una serra, fa salire la temperatura terrestre con una serie di effetti a catena. I climatologi ci dicono che oggi la temperatura media terrestre è 1,4 gradi centigradi più alta rispetto a quella rilevata nel 1850, con effetti negativi sul clima, sul livello dei mari, sulla biodiversità, sul ciclo dell’acqua, sulla produzione agricola. Il motivo per cui, negli ultimi due secoli, l’umanità ha prodotto così tanta anidride carbonica, da compromettere gli equilibri naturali, è da ricercarsi nell’utilizzo eccessivo di combustibili fossili, ossia carbone, gas e petrolio. Dunque, se vogliamo salvarci, dobbiamo abbandonare questi materiali e ottenere energia da fonti rinnovabili: sole, vento, corsi d’acqua. Ma, in Italia, le fonti rinnovabili contribuiscono solo al 42,4% dell’energia elettrica prodotta (dato 2025), mentre in Spagna e Germania rappresentano il 60%.
I cambiamenti necessari per staccare la spina dai combustibili fossili vanno sotto il nome di transizione energetica e coinvolgono il modo di costruire, scaldare e refrigerare le nostre case, il modo di produrre, consumare e trasportare l’energia elettrica, il modo di fare agricoltura, il modo di fornire energia ai mezzi di trasporto. Per ognuno di questi aspetti l’Unione europea ha fissato degli obiettivi che gli stati membri debbono raggiungere entro il 2030, chiedendo a ognuno di loro di presentare il proprio piano d’azione. Anche l’Italia ha presentato il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec), nel quale specifica che, per il solo periodo 2024-2030, la transizione energetica richiederà investimenti complessivi per 824 miliardi di euro. Il Piano non precisa chi dovrà sostenere la spesa, ma certamente anche lo Stato dovrà fare la propria parte per importi ben superiori ai 20 miliardi di euro stanziati tramite il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Decisamente è arrivato il tempo di ridefinire le nostre priorità. ◆

Ogni anno, nel mondo, decine di milioni di persone sono costrette a lasciare le loro case per fuggire da guerre, fame, povertà, disastri naturali, repressione politica. Molti migranti bussano anche alle nostre porte, ma noi cerchiamo di tenerli fuori. Anche a costo di farli morire in mare.
Nel 2025 è stata accertata la morte di 1.324 persone nel Mediterraneo centrale e di 2.200 su tutte le rotte mediterranee.
La cosa assurda è che noi rifiutiamo gli immigrati, ma ne abbiamo bisogno. Le statistiche confermano che l’Italia sta invecchiando: un quarto della popolazione italiana ha più di 65 anni, l’8% addirittura più di 80. Una popolazione di vecchi è destinata al declino; avremmo tutto l’interesse ad aprire le porte ai giovani stranieri e a investire su di loro per farne dei cittadini che si prendano cura della nostra collettività. Come del resto già fanno coloro che ormai hanno messo radici «casa nostra» (che oramai è anche «casa loro»).

I migranti contribuiscono in maniera significativa alla nostra economia. Nel 2023 hanno prodotto 177 miliardi di euro (pari al 9% del Pil), pagato tasse per 13 miliardi, e versato contributi pensionistici per 25 miliardi. Molti anziani devono ringraziare gli immigrati se riscuotono una pensione, perché i pagamenti sono effettuati con la liquidità messa a disposizione da chi lavora.
Al dicembre 2025 si contavano 142mila immigrati nelle strutture predisposte dal governo per i richiedenti asilo. Strutture che, per ammissione generale, assomigliano più a centri di detenzione che di accoglienza. Il centro di Gjader, in Albania, ne è una triste conferma.
Il Governo non fornisce numeri sui costi sostenuti nel 2025 a favore dei richiedenti asilo, ma verosimilmente la cifra si aggira su 2-3 miliardi di euro, meno di un decimo di quanto abbiamo speso in armamenti. Se destinassimo parte delle spese militari all’accoglienza, potremmo dare ospitalità a un numero ben più ampio di richiedenti asilo, ma soprattutto di qualità più decorosa. ◆

Se lasciamo l’Italia e allarghiamo lo sguardo al mondo, scopriamo problematiche ben più gravi di quelle esistenti nel nostro Paese.
Nel 2015 tutti gli Stati si misero d’accordo per porre fine a una serie di vergogne che affliggono il mondo. Problematiche come la fame, la penuria di acqua pulita e di servizi igienici, la mancanza di corrente elettrica, le migrazioni forzate dovute ai disastri naturali. Il programma, la cosiddetta «Agenda 30», prevedeva interventi in 17 ambiti, che vennero battezzati «obiettivi per lo sviluppo sostenibile», da raggiungere entro il 2030. Ma, a pochi anni dal traguardo, molte problematiche rimangono ancora da risolvere, mentre alcune si sono addirittura aggravate.
Attualmente 750 milioni di persone soffrono la fame. Oltre 2 miliardi di individui hanno problemi di approvvigionamento idrico e mancano di servizi igienici. Più di 1 miliardo non dispone di corrente elettrica. Intanto, cresce il numero di chi è costretto ad abbandonare le proprie case per allagamenti, carestie o siccità dovuti al peggioramento della crisi climatica.

Le necessità finanziarie per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile entro il 2030 sono nell’ordine delle migliaia di miliardi di euro: cifre impossibili per i paesi più poveri, che per giunta soffrono anche le peggiori conseguenze dei cambiamenti climatici. Da soli non ce la faranno mai ad affrontare le spese necessarie per garantire ai propri cittadini livelli adeguati di sanità, istruzione, alloggio, sicurezza di vita. Anche perché sono nella morsa di debiti pesantissimi verso l’estero.
L’unica soluzione è che intervengano i Paesi ricchi, tanto più che la loro fortuna è stata costruita sullo sfruttamento di quelli poveri. Posizione condivisa dall’Organizzazione delle Nazioni Unite che, già nel 1970, aveva indicato lo 0,70% del reddito nazionale come quota da destinare alla solidarietà internazionale. Una percentuale che, applicata all’Italia, corrisponde a 14 miliardi di euro, ma il nostro Paese si ferma a 6 miliardi, appena lo 0,29% del nostro reddito nazionale. Con un’inclinazione a ridurre, non solo per il riaffiorare degli spiriti nazionalistici, ma anche per il restringersi delle disponibilità economiche dovuto all’aumento delle spese militari. ◆

Difendersi è una necessità, ma è pericoloso affidarsi alla via armata perché espone a conseguenze molto gravi sia in tempo di guerra che di pace. In caso di guerra, per i morti provocati dalle bombe, i veleni sprigionati dai siti chimici danneggiati, i materiali radioattivi emessi da certi ordigni, la distruzione di case, ospedali, strade, fabbriche che creano il caos sociale ed economico. In tempo di pace, per l’inquinamento connesso alla produzione di armi, le risorse sottratte alla soluzione dei problemi sociali e sanitari, il mancato stimolo a compiere scelte politiche ed economiche che favoriscono la pace. E tutto questo senza certezza di difesa, perché nei conflitti armati non vince chi ha ragione, ma il più forte. A rigor di logica, chi decide di basare la propria difesa sulla forza delle armi può avere successo solo se punta a essere il primo al mondo per dotazione armata. Ma sapendo che ciò porterebbe al collasso economico e sociale, nessun Paese di piccola e media taglia si avvia per questa strada, finendo per mettersi nella posizione assurda di chi impoverisce il comparto sociale per alimentare un sistema militare inefficace.

L’unico modo per uscire da questa situazione senza senso è decidere di basare la difesa su una forza diversa da quella armata: la forza della verità. Una potenza che si basa su popoli così convinti dei propri valori che di fronte all’aggressore mettono in atto la non collaborazione come hanno insegnato Gandhi, Martin Luther King, Aldo Capitini, don Lorenzo Milani (nella foto). L’alternativa, insomma, è la difesa popolare nonviolenta basata sulla constatazione che nessun invasore può sopravvivere di fronte a un popolo che non è disposto a collaborare. Ossia che non obbedisce agli ordini dell’esercito occupante, che non paga i tributi imposti, che diserta tutte le attività utili al dominio dell’invasore. Molti pensano che si tratti di pura teoria, ma oltre all’esperienza indiana, ci sono altri casi di successo di resistenza nonviolenta perfino nei confronti dei nazisti.
La difesa nonviolenta può funzionare, ma ha bisogno di cittadini motivati e addestrati alle tecniche della non collaborazione. Un risultato che si può ottenere investendo di più nella formazione ai valori costituzionali e istituendo un Servizio nazionale di difesa popolare non violenta funzionante con la partecipazione obbligatoria di tutti i cittadini, sia uomini che donne. Qualche mese della propria vita utilizzato per apprendere le tecniche di disobbedienza civile e rendere gratuitamente un servizio sociale e ambientale alla collettività.
Un passo in questa direzione è rappresentato dalla proposta di legge di iniziativa popolare per la «difesa civile non armata e non violenta», lanciata dalla Campagna «Un’altra difesa è possibile». ◆

I conflitti non sono mai fulmini a ciel sereno. Hanno sempre dietro di sé risentimenti provocati da abusi, accordi non rispettati, diritti violati. Spesso è il loro accumulo a provocare ritorsioni, vendette e contro vendette. La guerra fra Israele e Palestinesi ha alle spalle una storia di questo tipo: dal 1967 a oggi sono una trentina le risoluzioni Onu violate da Israele. Se Israele avesse avuto attorno a sé Paesi amici che l’avessero indotta a interrompere gli abusi, l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 probabilmente non sarebbe mai avvenuto.
L’articolo 11 della nostra Costituzione rileva la necessità dell’azione internazionale per garantire la pace. Due iniziative che potrebbero essere assunte in questa direzione sono la creazione per via legislativa dei Corpi d’interposizione nonviolenta (anche detti «Corpi civili di pace») e l’istituzione del ministero della Riconciliazione.
I Corpi d’interposizione nonviolenta dovrebbero essere corpi governativi non armati con il compito d’intervenire in zone di conflitto come forze d’interposizione disarmata al fine di proteggere la popolazione, dissuadere le parti belligeranti dall’uso delle armi (usando come deterrente la propria presenza), prospettare alle parti soluzioni di pace.
Una simile attività è svolta in alcune aree del mondo dall’Associazione Papa Giovanni XXIII tramite l’«Operazione Colomba», a dimostrazione che si può fare.
Il ministero della Riconciliazione dovrebbe avere il compito di mantenere l’attenzione sulle zone più calde del mondo per valutare gli abusi commessi. Quindi, esercitare tutta la pressione diplomatica possibile per farli cessare. Parimenti dovrebbe avviare ogni iniziativa di mediazione per fare parlare le parti in conflitto. Solo attraverso il dialogo si può giungere a soluzioni condivise per vie pacifiche.
Fino ad oggi, in Italia, il compito di mediazione è stato svolto principalmente da organizzazioni della società civile come la Comunità di Sant’Egidio. Ma si tratta di azioni tampone. L’attività di mediazione deve essere svolta in maniera continuativa, avendo a disposizione tutte le risorse che servono. Per questo deve essere assunta dai governi che – però – devono dare prova di neutralità sganciandosi da qualsiasi tipo di alleanza militare.
Anche i Corpi civili di pace sono previsti dalla proposta di legge di iniziativa popolare lanciata nel marzo 2026 dalla campagna «Un’altra difesa è possibile». ◆
Convinti che le guerre vadano evitate, nel 1945 venne istituita l’Onu, l’Organizzazione delle Nazioni Unite, come luogo d’incontro di tutte le nazioni per trovare soluzioni pacifiche ai conflitti, definire regole universali a tutela dei diritti umani, politici e sociali, discutere e risolvere i problemi che affliggono l’umanità da un punto di vista sanitario, ambientale e sociale.

Non a caso all’interno delle Nazioni Unite sono nate agenzie come l’Unicef a protezione dell’infanzia, la Fao per la promozione della produzione agricola, l’Oms a difesa della salute, l’Oil (Ilo)a tutela del lavoro, l’Unep a protezione dell’ambiente.
Grazie all’Onu, è stato possibile promuovere il processo di decolonizzazione, portare all’ordine del giorno il tema della miseria, far maturare l’idea dello «sviluppo umano», far crescere la cultura dell’eguaglianza di genere e della tutela ambientale, disinnescare alcuni conflitti.
Oggi ci sono governi che vogliono indebolire, o addirittura distruggere, il sistema delle Nazioni Unite. In particolare, gli Stati Uniti che – sotto Trump – hanno deciso di abbandonare alcune agenzie internazionali, di ridurre i finanziamenti a loro favore, di lanciare organismi alternativi, diretti da loro stessi, per la gestione di situazioni particolari. Tipico il Board of peace, creato nel gennaio 2026, per amministrare quel che resta di Gaza, secondo logiche affaristiche e neocoloniali. Oltre al Segretariato generale, il sistema delle Nazioni Unite comprende una quarantina di agenzie specializzate su temi specifici che complessivamente richiedono un fabbisogno finanziario attorno ai 70 miliardi di dollari. Nel 2022 la somma raccolta è stata di 74 miliardi, ma nel 2023 si è fermata a 67 miliardi. Segno di come i governi, che contribuiscono a circa il 70% del fabbisogno finanziario delle Nazioni Unite, stiano riducendo il proprio impegno. Non a caso sta salendo la quota di finanziamento delle realtà private con il rischio che le Nazioni Unite si pieghino al mondo degli affari.
L’Italia si vanta di essere fra i maggiori contributori del sistema delle Nazioni Unite. Nel 2024 il suo contributo complessivo è stato di circa 850 milioni di dollari, per il 13% destinato al Segretariato generale, il 22% a operazioni di mantenimento di pace, il 65% alle agenzie di sviluppo sociale e umanitario. La cifra, però, rappresenta a malapena un quarantesimo della spesa militare. Come Paese che, secondo la Costituzione, «ripudia la guerra» e ha l’obbligo di «favorire le organizzazioni internazionali che assicurino la pace e la giustizia fra le nazioni», dovremmo invertire le proporzioni. ◆
Francesco Gesualdi. Autore dei testi. È coordinatore del «Centro nuovo modello di sviluppo», associazione di volontariato che svolge attività di ricerca al servizio dei gruppi militanti, su: rapporti Nord/Sud, processi di impoverimento, squilibri ambientali, modelli economici alternativi. Per MC è responsabile da anni di un’apprezzata rubrica di economia. Sito web: www.cnms.it.
Roberto Benotti. Alias «Robihood», autore delle vignette. Da sempre produce vignette su tutto, dalla politica al sociale, dalla religione al cibo. È appena uscito il suo ultimo libro: «Francesco anima libera» (edizioni inDialogo, Milano). Sito web: www.robertobenotti.it.
A cura di Paolo Moiola, giornalista MC.

