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A partire dalla tragedia della popolazione palestinese, negli ultimi due anni e mezzo, un’accesa discussione sul concetto di genocidio ha occupato un ampio spazio mediatico.
Oltre a interrogare il nostro presente e stimolare le mobilitazioni in difesa dei palestinesi, la riflessione può spingerci a confrontarci anche con il passato.
Uno dei problemi di fondo nel dibattito è il modo in cui viene inteso il termine «genocidio» nel «senso comune». Il vocabolo, nel nostro angolo di mondo dell’Occidente allargato, evoca Auschwitz, i campi di sterminio e il tentativo – dei nazisti e dei loro alleati – di distruggere l’intera popolazione ebraica europea: un’immagine di orrore profondo, spesso riassunta con l’espressione «male assoluto».
La memoria collettiva, costruita dall’industria culturale, dalla scuola e dall’uso pubblico del passato, ci ha abituati a pensare alla Shoah come a un’eccezione, un fatto così atroce da essere quasi fuori dalla storia.
Questo, però, è un risultato paradossale. L’inventore del termine «genocidio», il giurista ebreo polacco Raphael Lemkin, coniandolo nel 1944, infatti, scrisse che aveva pensato la parola allo scopo di dare una definizione precisa a pratiche che avevano radici ben più antiche rispetto al nazismo.
Numerosi studi, per quanto ancora poco recepiti in Italia, invitano oggi a rintracciare le (scomode) origini del genocidio nel nostro passato europeo.
La loro tesi è che il genocidio non sia una mostruosa eccezione, ma un esito della modernità, il suo lato oscuro, una possibilità intrecciata alla nascita dello Stato nazione e alla sua ossessione per l’omogeneità.
Corollario di questa tesi è che le pratiche e le ideologie che hanno reso possibile l’azione genocidaria nazista fossero state sperimentate e «normalizzate» già negli spazi coloniali, ben prima dell’arrivo al potere in Germania di Hitler. In quell’altrove per eccellenza che era a disposizione dell’Europa.
In quest’ottica, che allarga la comprensione dell’orrore del genocidio, bisogna aggiungere che lo «sguardo coloniale» – quello che vede alcuni popoli come inferiori, come ostacoli da rimuovere – non è un reperto archeologico che appartiene al passato, ma continua a strutturare il nostro modo di vedere il mondo e, molto spesso, a rendere accettabili nuove tragedie.

Un sostenitore di questa proposta è lo storico inglese Mark Levene. In una sua opera uscita in più volumi – «The genocide in the age of nation state» – scova nei processi avvenuti tra Cinquecento e Seicento le basi della possibilità genocidaria.
In quell’epoca, proprio mentre iniziava l’esperienza coloniale europea, si strutturò il modello moderno di statualità.
Lo Stato nazione, in particolare, quello nato con le paci di Vestfalia del 1648, si fondava su un’idea potentissima e pericolosa: l’esercizio di una sovranità assoluta su un territorio e su una popolazione che doveva essere quanto più possibile omogenea, unita dalla stessa lingua, cultura, religione e «stirpe».
In questo quadro, le minoranze erano un «problema». Erano corpi estranei che minacciavano la stabilità dello Stato per come stava emergendo.
Non è un caso che i «confini» precisi – fisici e identitari, rispetto alle fluidità del concetto di «frontiera» – siano una vera e propria invenzione della modernità post vestfaliana.
La difesa del confine dai nemici esterni si intrecciò rapidamente con la necessità di difendersi dal «nemico interno», se non addirittura di eliminarlo. Esso, infatti, inquinava e comprometteva la comunità da dentro.
Solo lo Stato moderno – burocratico, provvisto di un esercito permanente e di funzionari onnipresenti – è dotato anche dei mezzi per indentificare, allontanare e, se necessario, eliminare i nemici.
Se vogliamo capire le radici di questa logica dobbiamo, però, fare un ulteriore passo indietro.

Quasi un secolo prima delle paci di Vestfalia, nella Spagna di Filippo II, erano state codificate definitivamente le leggi sulla «limpieza de sangre», la «purezza di sangue».
Nata per discriminare i cosiddetti «cristiani nuovi» (ebrei e musulmani convertiti, ma sospettati di professare in segreto la vecchia fede), questa legislazione stabiliva che l’appartenenza piena alla comunità nazionale non si misurasse solo sulla fede professata, ma sulla discendenza.
Su questa base ideologica si innestò la tragedia dei «moriscos» iberici, i musulmani convertiti con la forza: dopo una ribellione repressa nel sangue, nel 1571, Filippo II ordinò la deportazione di 80mila di loro, che furono dispersi nelle zone più inospitali della Castiglia in condizioni che causarono migliaia di morti.
Pochi decenni dopo, tra il 1609 e il 1614, il suo successore, Filippo III, decretò l’espulsione definitiva nel Nord Africa dei circa 300mila moriscos sopravvissuti alle precedenti politiche di annientamento.
Fu la più grande deportazione simultanea nella storia dell’Europa moderna.
Se applichiamo la definizione di genocidio formulata da Lemkin (che include non solo lo sterminio fisico, ma anche la deportazione e la distruzione delle basi culturali di un gruppo), l’intero ciclo di vessazioni subito dai moriscos – conversioni forzate, deportazione interna, espulsione di massa – presenta tutti gli elementi tipici del genocidio.
Come ha scritto lo storico Bernard Vincent, l’obiettivo della Corona spagnola era che i moriscos si «acabassen», che finissero, scomparissero del tutto.
Distruggere un intero gruppo – come accadde nella penisola iberica a inizio Seicento – fu, tuttavia, una pratica che la Spagna stava già sperimentando ampiamente nelle Americhe.
Immediatamente dopo la scoperta di Colombo, i conquistadores si erano trovati di fronte popoli interi da classificare, convertire, assoggettare.
Fu il Nuovo Mondo l’immenso laboratorio nel quale mettere in atto su vasta scala le categorie di inclusione ed esclusione che in Europa si stavano affinando in quei decenni.
Lo storico David Stannard lo ha chiamato l’«Olocausto americano». Gli intrecci tra violenza diretta, malattie portate involontariamente e, soprattutto, un sistema di sfruttamento schiavistico (come la «mita» nelle miniere e l’«encomienda» nei territori agricoli) portarono al collasso demografico più grande della storia: si stima che la popolazione indigena si sia ridotta del 90% in poco più di un secolo.
Non fu solo un disastro demografico, ma un processo sistematico di distruzione di culture, giustificato da teorie sulla «guerra giusta» contro popoli considerati «senza anima» o «selvaggi».
Eppure, la storia della conquista dell’America non si riduce a questo solo aspetto. La Corona spagnola, preoccupata dalla rapida estinzione dei suoi nuovi sudditi e dalle denunce che cominciavano ad arrivare, provò a mitigare la brutalità del suo dominio con leggi a tutela degli indigeni, come le «Leyes nuevas» del 1542 che limitarono il potere degli «encomenderos». Soprattutto, si aprì un acceso dibattito teologico e giuridico: da un lato, teologi come il gesuita Juan Ginés de Sepúlveda giustificavano la conquista in nome della superiorità culturale; dall’altro, domenicani come Bartolomé de Las Casas difesero l’umanità piena degli indigeni. Il ruolo della Chiesa fu ambivalente: missionari come Las Casas furono un freno allo sterminio, ma la stessa Chiesa legittimò la conquista sotto forma di evangelizzazione e, con i Concilii messicani del tardo Cinquecento, mantenne le popolazioni autoctone in condizione di subalternità, come minori da tutelare. Un approccio che ritroveremo nel Nord del continente americano, alcuni secoli dopo.

La Spagna del Cinquecento aveva aperto la strada al dibattito su chi potesse essere considerato pienamente umano.
Gli Stati Uniti dell’Ottocento perfezionarono la macchina dell’eliminazione: non più attraverso discussioni teologiche, ma tramite la burocrazia, l’esercito e un apparato giuridico che sarebbe diventato un modello.
L’espansione verso Ovest, guidata da quell’ideologia suprematista di tipo provvidenzialista che John Louis O’Sullivan chiamò, a metà Ottocento, il «destino manifesto» degli Stati Uniti, trasformò l’eliminazione dei nativi in una precisa politica di Stato.
Non si trattò solo di sterminio fisico diretto, ma della sofisticata ingegneria sociale e giuridica che prese la forma del sistema di confinamento delle riserve indiane.
Privati delle terre e della sovranità, i nativi sopravvissuti furono ridotti a «non cittadini», gestiti da un’amministrazione speciale e definiti giuridicamente in base alla «quantità di sangue indiano» posseduta (in base alle cosiddette blood quantum laws, leggi sul «quantum di sangue» indiano).
Parallelamente, nei confronti di un’altra minoranza interna, cioè la popolazione nera reduce dalla schiavitù, gli Stati Uniti svilupparono un diverso modello: quello segregazionista.
Le leggi Jim Crow, diffuse negli stati del Sud dopo la ricostruzione successiva alla Guerra Civile, sancirono il principio «separati ma uguali», istituendo una rigida divisione degli spazi pubblici e sociali.
Anche in questo caso, la definizione dell’appartenenza razziale seguiva criteri ferrei: la cosiddetta one-drop rule (la regola dell’unica goccia) stabiliva che bastasse anche un solo antenato nero perché una persona fosse considerata «di colore» a tutti gli effetti.
Questi due modelli – la riserva per i nativi, la segregazione per i neri – furono studiati con attenzione, negli anni Trenta del Novecento, dai giuristi nazisti come repertorio di possibilità di governo della popolazione.
Come ha documentato lo storico statunitense James Whitman, i legislatori del Terzo Reich che stilarono le leggi di Norimberga del 1935 avevano esaminato le leggi statunitensi traendone ispirazione per la costruzione dell’apparato normativo antisemita. Ma lo avevano fatto con selettività: il modello segregazionista americano, basato sulla one-drop rule, fu giudicato troppo estremo persino dai nazisti. Una definizione così ampia di «ebreo» avrebbe incluso troppe persone, creando un problema ingestibile in un Paese con una lunga storia di assimilazione e matrimoni misti.
I nazisti preferirono una definizione più restrittiva, che colpiva comunità più circoscritte.
Diverso fu il discorso per le riserve indiane degli Usa. In esse i giuristi nazisti videro un modello affascinante: la possibilità di confinare popolazioni indesiderate in territori separati, privandole della cittadinanza e dei diritti politici, e governandole con amministrazioni speciali.
Il «Generalplan Ost», il progetto di colonizzazione dell’Europa orientale, prevedeva proprio la creazione di «riserve» per le popolazioni slave nei territori occupati, in attesa della loro progressiva eliminazione o deportazione oltre gli Urali.
I ghetti ebraici, istituiti a partire dal 1939 in Polonia, possono essere letti come una traduzione in chiave europea del modello della riserva statunitense: spazi di confinamento temporaneo in attesa di una «soluzione finale».
È in questo senso che lo storico ugandese Mahmood Mamdani (padre dell’attuale sindaco di New York, Zohran Mamdani) ha parlato delle «radici americane» del nazismo, riferendosi non a una discendenza letterale, ma a una grammatica politica comune: la convinzione che la sovranità di un popolo si realizzi per mezzo dell’eliminazione dell’altro o con la sua riduzione a condizione di irreversibile subalternità.

Per seguire il fil rouge delle radici del modello genocidario, dobbiamo spostarci dalle Americhe all’Africa di fine Ottocento, quella che l’Europa si era spartita durante la Conferenza di Berlino del 1884-85.
Il «cuore di tenebra» di Joseph Conrad non è solo una metafora letteraria, ma la descrizione di un universo di orrori. Si pensi al Congo belga, dove il regime del terrore di re Leopoldo II causò, secondo le stime di Adam Hochschild ne «Gli spettri del Congo», tra gli 8 e i 10 milioni di vittime.
Anche in questo caso, però, per quanto atroce, quella del Congo non fu un’eccezione. Portoghesi, francesi, inglesi e, più tardi, gli italiani, ripeterono il modello con la stessa logica: ridurre le popolazioni a corpi da sfruttare fino all’annientamento.
Ma fu nella colonia tedesca dell’Africa del Sud Ovest, l’odierna Namibia, che il laboratorio coloniale raggiunse il suo esito più compiuto. Lì, tra il 1904 e il 1908, incontriamo una traccia che pochi decenni dopo ritroveremo in Europa con il nazismo. Per la prima volta, una potenza europea mise in atto uno sterminio sistematico e burocratizzato.
Dopo aver domato la rivolta della popolazione autoctona degli Herero, infatti, il generale Lothar von Trotha, comandante delle truppe coloniali tedesche, emanò il 2 ottobre 1904 un «Vernichtungsbefehl» – un ordine di sterminio – che non lasciava scampo: «Ogni Herero che sarà trovato all’interno dei confini tedeschi verrà ucciso. Non accoglierò più né donne né bambini, li ricaccerò alla loro gente o farò sparare loro addosso».
Gli Herero in fuga furono spinti nel deserto dell’Omaheke e i pozzi d’acqua vennero sistematicamente avvelenati.
I sopravvissuti – circa l’80% degli Herero, e la metà dei Nama, un’altra popolazione locale, per un totale di 75mila persone – furono rinchiusi in campi di concentramento. Uno di essi era quello di Haifischinsel (letteralmente «isola degli squali», una striscia di terra lungo la costa atlantica della Namibia): le condizioni di vita al suo interno erano talmente spaventose, il tasso di mortalità talmente alto che venne ribattezzato Todesinsel, «isola della morte». I corpi, quando la durata della bassa marea non bastava per seppellirli, finivano direttamente in pasto agli squali.
Studiosi come Jürgen Zimmerer e Isabel Virginia Hull hanno visto in Haifischinsel il prototipo dei lager nazisti: un luogo dove si sperimentò quella miscela di burocrazia, sfruttamento della forza lavoro e annientamento fisico che, pochi decenni dopo, sarebbe stata applicata su scala industriale in Europa.
Per lo storico Casper Erichsen, che, con David Olusoga, ha definito l’Isola degli squali «forse il primo campo di sterminio al mondo», lì la vita umana fu ridotta a puro scarto, in attesa della morte.
Ecco che si chiarisce il senso delle affermazioni del poeta martinicano Aimé Césaire che, dopo il secondo conflitto mondiale, scrisse che il nazismo non fu un’aberrazione, ma uno «choc di ritorno»: gli europei applicarono su se stessi i metodi che avevano praticato per secoli sui popoli colonizzati.

Naturalmente, il percorso che abbiamo seguito non è completo. Dopo la Namibia, il Novecento ha conosciuto altri terribili genocidi – dall’Armenia al Rwanda, dalla Cambogia ai Balcani -, e altri sistemi di segregazione radicale, come l’apartheid sudafricano. Ognuno meriterebbe una storia a sé. Ma scegliamo di fermarci alle soglie del nazismo con un preciso intento: mostrare che Auschwitz è anche l’esito di un percorso.
Nessuna di queste considerazioni mira a minimizzare la Shoah. Al contrario, la sottrae a quell’eccezionalità che la trasforma in un oggetto sacralizzato e incomprensibile, come se fosse piovuto dal nulla nella storia.
Se Auschwitz è stato possibile, lo è stato anche perché altrove, per secoli, si era già sperimentato cosa significhi considerare un popolo come ostacolo da rimuovere, corpo da sfruttare, vita da lasciare morire.
La ricezione comune del termine genocidio, cristallizzata spesso sull’immagine del lager nazista, finisce paradossalmente per nascondere la natura più ampia e le radici di ciò che nomina. Oscura le continuità: lo sguardo coloniale che ancora oggi struttura le nostre gerarchie implicite, l’ossessione per l’omogeneità che continua a nutrire politiche identitarie, la burocrazia che trasforma la violenza in procedura.
Rintracciare queste radici, dai moriscos in Spagna alle riserve in America, dalla Namibia alle leggi di Norimberga, non serve a costruire graduatorie dell’orrore, serve a mostrare che il genocidio non è un’aberrazione fuori dalla storia, ma una possibilità interna alla modernità. Una possibilità che, come ci ricorda Aimé Césaire, viaggia tra centro e periferia, e che potrebbe tornare dove non ci aspettiamo di incontrarla.
Marco Meotto*
Docente di filosofia e storia presso un Istituto superiore di Torino. È dottore di ricerca in Scienze storiche. Collabora con diverse associazioni culturali, tra cui l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole. È coautore del manuale di storia per le superiori «Trame del tempo», Laterza, e del volume «Visioni del rimosso», Mimesis. Scrive su «Doppiozero» e «Officina Primo Maggio». Partecipa alle attività della Scuola per la pace di Torino e del Piemonte e all’Assemblea scuola Torino.
