Nazareth. Nemici da vivi, fratelli da morti

Guerre e guerre giuste pagate con la vita da uomini, donne, bambini

Sono passati oltre cento anni da quando è terminata la Grande guerra, una delle più sanguinose della storia (15-20 milioni di morti), e ottanta anni dalla Seconda guerra mondiale, che ha coinvolto un gran numero di nazioni e lasciato il numero più alto morti sul campo (forse 70 milioni).

Tutti conosciamo il prezzo delle guerre, ma non abbiamo ancora imparato che in esse nessuno vince e continuiamo a essere coinvolti in questa macchina che massacra uomini, donne, bambini.

Il teatro di guerra oggi è il mondo intero. Ma io, in questo momento, mi trovo in un luogo preciso: il Medioriente.
Ho sempre lavorato con i nomadi del mondo, in Italia, Brasile e poi, per trent’anni, in Bangladesh e India. Qui, negli ultimi anni, venivo per periodi di due mesi per lavorare con i nomadi di queste regioni, i Beduini, facendo la spola tra Israele e Palestina, finché, nel 2023, mi ci sono stabilito, e ora vivo a Nazareth. E qui ho trovato la sorpresa della guerra che in due anni ha prodotto oltre 70mila morti (di cui 20mila bambini).

In ogni caso, il mostro della guerra è andato molto oltre, causando, negli ultimi quattro anni, oltre un milione di vittime tra Russia e Ucraina, mentre nella Repubblica democratica del Congo, negli ultimi 20 anni, ne ha uccisi oltre sette milioni. A questi Paesi in guerra, se ne devono aggiungere ancora oltre una cinquantina.

Nella Terra santa dove sono nate le tre religioni monoteistiche, da duemila anni si dovrebbe vivere soltanto di pace, e invece, a intermittenza, hanno suonato le sirene di guerra. In questi due millenni, oltre sessanta guerre hanno insanguinato questa terra: guerre di liberazione, di attacco e di difesa, invasioni, rivoluzioni interne. Questa terra ha una posizione strategica unica e nel corso degli anni diversi imperi se la sono contesa.

I vari Capi di stato le hanno sempre chiamate guerre giuste, per cui bisognava assolutamente vincere. Chi si è considerato via via vincitore ha fatto un triste baratto: ha ricevuto denaro, terre, posizioni strategiche per le guerre successive e ha pagato tutto questo con la vita di uomini, donne, bambini e giovani soldati, tutti innocenti.

Coloro che si sono combattuti, per attacco o per difesa, probabilmente sono stati spinti, da una parte e dall’altra, dall’atto di ubbidienza che ogni soldato compie, in nome della libertà, per difendere la vita del proprio Paese. Il soldato, generalmente, non conosce le bugie dei capi ed è spinto a credere che questi siano onesti o, almeno, in buona fede. Il soldato non conosce quasi mai le imboscate che essi gli tendono sotto il nome di sacrificio, di martirio, che spesso è a servizio del potere di un capo di stato, di un re o di un imperatore.

Mentre combattevano contro gli avversari, i soldati di questa guerra e di tutte le altre, spesso cadevano in ginocchio gli uni davanti agli altri, per essere seppelliti poco dopo sotto la stessa sabbia, con lo stesso sacrificio e la stessa innocenza. Da vivi si chiamavano nemici, perché così i capi avevano decretato, ma da morti sono solo fratelli. Da una parte e dall’altra, le mamme, i papà e i figli hanno pianto le stesse lacrime.

Questa guerra combattuta sul territorio di Gaza, se non ci fosse stato l’appoggio dell’America e dell’Italia, sarebbe finita dopo una settimana, e invece il prezzo di 70mila morti è da considerarsi una follia che certamente ha le sue responsabilità. La tragedia qui non è finita.

Chi riuscirà a curare la rabbia e l’odio che si è scatenato in questi due anni tra gli abitanti di questa terra? Chi curerà le centinaia di giovani soldati che sono stati obbligati a uccidere 20mila bambini. Chi sanerà le ferite “incurabili” che sono penetrate nella carne e nell’anima di questi giovani? Chi li ha spinti a queste azioni inumane, prima di uccidere dei presunti nemici, ha massacrato i suoi stessi soldati.

Una preghiera affinchè questa Terra Santa diventi un poco più santa.

Renato Rosso*

*Don Renato Rosso, classe 1945, è sacerdote fidei donum della diocesi di Alba. Fin da giovanissimo è impegnato nella partorale dei nomadi. Ha lavorato per diversi anni con i nomadi in Italia, per otto anni in Brasile e trenta tra Bangladesh e India. Da circa anni vive a Nazareth.

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