Perù. Sánchez presidente. Forse

Un pareggio pieno di incognite

Visti i disastri organizzativi della prima tornata elettorale, l’organismo elettorale peruviano – Oficina nacional de procesos electorales (Onpe) – aveva messo le mani avanti: «I risultati definitivi del ballottaggio verranno dati dopo un mese». La sorte ci ha messo del suo: domenica 7 giugno, i due contendenti alla presidenza, Roberto Sánchez e Keiko Fujimori, hanno ottenuto un sostanziale pareggio (empate técnico): il 50 per cento contro il 49,9. A conti ancora in corso sono pochissimi – circa 30mila – i voti in più per il primo.  

Se i dati saranno confermati, per la quarta volta, la maggioranza dei cittadini peruviani avrà bocciato la candidata presidenziale Keiko Fujimori, esponente storica della destra liberista, figlia prediletta dell’ex dittatore Alberto Fujimori (scomparso nel 2024), sostenuta da El Comercio, la corazzata mediatica (stampa, televisioni, portali web) del Paese.

Il nuovo presidente sarà o – meglio – dovrebbe essere Roberto Sánchez Palomino, psicologo di 56 anni, candidato sotto le insegne di Juntos por el Perú, coalizione politica di sinistra.

In meno di 10 anni (da luglio 2016 a giugno 2026), il Perù ha visto susseguirsi addirittura otto presidenti: l’attuale José María Balcázar (in carica da febbraio fino al prossimo luglio), José Jerí, Dina Boluarte (da dicembre 2022 a ottobre 2025), Pedro Castillo, Francisco Sagasti, Manuel Merino (rimasto in carica cinque giorni), Martín Vizcarra, Pedro Pablo Kuczynski. Attualmente, quattro ex presidenti sono detenuti nel carcere di Barbadillo (Ate, Lima): Alejandro Toledo, Ollanta Humala, Martín Vizcarra e Pedro Castillo. Verso quest’ultimo Roberto Sánchez ha sempre dichiarato rispetto al punto da fare campagna elettorale con il sombrero chotano (il cappello a falde larghe tipico dei contadini) che indossava Castillo. Un altro presidente, Alan García Pérez, nel 2019 si suicidò proprio per evitare di finire in carcere.

È facile prevedere che anche il nuovo presidente avrà vita dura. Da quest’anno, dopo 34 anni, il Congresso peruviano è tornato ad essere bicamerale. In entrambi i rami la maggioranza relativa è in mano a Fuerza Popular, il partito di Keiko Fujimori. A conti fatti, la figlia di Alberto Fujimori, pur non avendo vinto la corsa alla presidenza, con ogni probabilità riuscirà a condizionare pesantemente l’agenda della nuova amministrazione.

Il Congresso peruviano è tornato a essere bicamerale. In entrambi i suoi rami «Fuerza Popular», il partito di Keiko Fujimori, detiene la maggioranza relativa.

Il Perù è un paese molto ricco: dalle risorse minerali alle foreste amazzoniche, dalla pesca al turismo. Eppure, come confermano anche i dati dell’Instituto peruano de economia (Ipe), nel 2025 il tasso di povertà è stato del 25,7 per cento. Inoltre, l’economia nazionale è caratterizzata da due debolezze congenite. La prima è data dall’altissimo tasso di lavoro informale: si calcola che su 10 lavoratori 7 siano informali. La seconda riguarda le esportazioni: oltre il 60 per cento di esse derivano dalle risorse minerarie (in particolare, oro, rame, zinco e piombo). Questo dato si traduce in elevata vulnerabilità ai corsi dei mercati internazionali, deindustrializzazione, degrado ambientale (come sta avvenendo nelle regioni amazzoniche) e accentuazione delle disuguaglianze sociali. A ciò va aggiunto l’espandersi incontrollato dell’economia criminale che avanza soprattutto con la minería ilegal e con il pizzo, richiesto anche alle persone più umili (piccoli commercianti, conduttori di bus, ecc.). Nel 2025, le estorsioni denunciate sono state 20mila.

Keiko Fujimori e Roberto Sánchez si sono presentati agli elettori peruviani con programmi opposti: più mercato e mano dura contro l’insicurezza la prima, più Stato e un’Assemblea costituente per scrivere una nuova Costituzione il secondo. Quest’ultimo, lo scorso primo giugno, con l’appoggio di altre quattro formazioni, ha rivisto il proprio programma economico in chiave più moderata. Rimangono i punti salienti tra cui il passaggio da un modello esportatore a uno di sovranità produttiva, un sistema tributario progressivo e il ripensamento del salario minimo mensile (Remuneración mínima vital, Rmv) con un primo innalzamento dagli attuali 1.130 soles (283 euro) a 1.500 (380 euro).

Paolo Moiola

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