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N.B. Questo testo contiene alcune correzioni e aggiornamenti rispetto all’originale cartaceo.
Nell’estate di quest’an- no, durante i mondiali di calcio in Nord America, è stato usato il termine «diaspora» che indica i membri di un popolo, un gruppo umano, dispersi in territori diversi da quello di origine, che mantengono un legame affettivo e materiale con la loro terra. Il termine è apparso anche su media che in genere non lo usano. E proprio negli Stati Uniti oggi così ostili ai migranti@, si è svolto in larga parte il mondiale con il numero più alto di atleti che giocavano per la squadra di un Paese in cui non sono nati.
La nazionale di Curaçao è quella che detiene il record, con un solo giocatore su ventisei nato nella piccola isola caraibica.
Ci sono anche stati alcuni casi di fratelli che hanno partecipato ai mondiali con squadre diverse, come Guéla Doué e Desiré Doué: nati entrambi ad Anger, nel dipartimento francese di Maine e Loira, il primo ha giocato con la nazionale della Costa d’Avorio, il secondo con la Francia.
L’apparire del termine ha il merito di aver portato all’attenzione un dato: le diaspore non sono una specie di risultato casuale della migrazione, sono comunità con una voce in capitolo all’interno delle comunità nazionali.

Ma che cosa sono, esattamente, le diaspore? «C’è una vasta letteratura scientifica che cerca di definirle», spiega Andrea Stocchiero, coordinatore dell’area Migrazioni diaspora del Centro studi di politica internazionale – Cespi, e uno dei primi ricercatori in Italia a occuparsi del tema.
A oggi non c’è una definizione univoca e scientificamente fondata, perché si tratta di un fenomeno con molte sfumature: ci sono definizioni, ad esempio, che includono le persone discendenti dalle vittime della tratta degli schiavi.
«Il nostro Centro studi», spiega Stocchiero, «ha adottato un approccio pragmatico: lo scopo era capire quali sono le organizzazioni di diaspore che fanno ciò che noi chiamiamo cooperazione e che per loro è, semplicemente, solidarietà: con il villaggio, con il gruppo etnico, con la comunità religiosa» e con altre articolazioni delle società da cui provengono.
«Le diaspore», precisa Anna Ferro, ricercatrice senior del Cespi, «non corrispondono al totale della popolazione migrante. Il concetto chiave per definirle è transnazionalismo», che si fonda a sua volta su due aspetti: da un lato, la volontà di mantenere una relazione fra il Paese d’origine e quello di destinazione e, dall’altro «l’ingaggio, cioè il coinvolgimento attivo nel sostegno alle comunità di origine», proprie o dei genitori, o a volte anche dei nonni. Di una diaspora, dice Ferro, può far parte anche una persona di terza o quarta generazione che vuole sostenere un Paese al quale si sente legata, perché da lì provenivano le generazioni precedenti della sua famiglia. Il portale Integrazione migranti@, promosso e gestito da tre ministeri – Lavoro e politiche sociali, Interno, Istruzione – censisce nella sua banca dati 1.149 associazioni di migranti sul territorio nazionale. Basta però una veloce ricerca per vedere che le organizzazioni sono molto diverse fra loro per dimensioni, struttura, Paese di riferimento (a volte sono associazioni plurinazionali) e finalità. Si tratta dunque di un dato piuttosto grezzo, dal quale è impossibile estrarre informazioni sulla presenza di quegli elementi – relazione e ingaggio, per dirla con Ferro – che aiutano a identificare una diaspora come tale.
Il censimento fornisce comunque informazioni di base sulla presenza di entità organizzate di migranti sul territorio. Ad esempio, possiamo sapere che la Lombardia è la regione con più associazioni (240) seguita da Lazio (192), Emilia Romagna (154) e Piemonte (131).
Le diaspore, continua Andrea Stocchiero, fanno cooperazione con i loro Paesi, ma non solo – e non da sempre – attraverso dei progetti, che sono lo strumento usato in genere dalle organizzazioni della società civile italiane. Il sostegno al Paese di provenienza può prendere varie forme: la prima e più semplice di queste ha cominciato a emergere fin dai tardi anni Novanta: le rimesse collettive, così chiamate per distinguerle da quelle individuali. «I migranti si “quotizzano”, cioè destinano una percentuale dei loro risparmi per finanziare iniziative a vantaggio non solo della propria famiglia, ma della comunità di provenienza». Dal classico invio di container con materiale o beni di vario genere agli aiuti per i centri di salute e alle scuole. Un esempio è quello delle associazioni di migranti che inviano denaro per coprire i salari dei maestri nelle scuole dei loro villaggi.
Il ruolo dei territori di provenienza nel definire le azioni di solidarietà è cambiato negli anni. Le prime iniziative sono in sostanza una risposta dei migranti alle richieste delle famiglie e comunità d’origine; nel tempo, però, le associazioni dei migranti hanno cercato sempre più di «“negoziare” il loro impegno orientando gli investimenti». Dopo lo spontaneismo degli albori, inoltre, è andata sempre più chiarendosi l’esigenza di organizzare e strutturare le iniziative di solidarietà: in una parola, progettare.

Le prime esperienze significative di collaborazione fra le diaspore e la cooperazione istituzionale italiana sono avvenute attraverso gli enti locali: i promotori di quella che in gergo tecnico si chiama «cooperazione decentrata». Stocchiero richiama, fra i tanti, l’esempio della diaspora boliviana negli anni Duemila a Bergamo: lì, la comunità migrante decise di sostenere le scuole nella città d’origine di molti dei suoi membri, cioè Cochabamba. Per farlo, i cittadini boliviani cercarono il coinvolgimento delle scuole di Bergamo, frequentate anche dai loro figli. «E, ovviamente, coinvolgere le scuole significa coinvolgere i Comuni: è così che sono emerse le prime forme di cooperazione istituzionale con le comunità di migranti».
Questo è accaduto anche perché erano aumentati il peso e le dimensioni delle comunità migranti, e delle risorse mobilitate. «Decisivo è stato l’intervento della Banca d’Italia», continua Anna Ferro «che dal 2005 ha cominciato a monitorare in modo sistematico gli invii di rimesse attraverso i servizi di money transfer». Nel primo anno di monitoraggio, le rimesse risultarono pari a 3,9 miliardi di euro. Crebbero poi in modo quasi ininterrotto fino ai 7,4 miliardi del 2011, per poi scendere ai 5 miliardi del 2016 e risalire, in modo costante, fino agli 8,6 miliardi dell’anno scorso@.
Nel 2009 l’Italia, nonostante la presenza nel Governo dell’epoca (il Berlusconi IV) di forze politiche come la Lega con una retorica ostile verso i migranti, ebbe un ruolo importante nel tavolo di lavoro sulle rimesse del G8 de L’Aquila, in cui si avviò il Programma 5×5.
L’obiettivo era portare entro cinque anni a non più del 5% i costi per l’invio delle rimesse, riducendo cioè le commissioni e il guadagno degli operatori sul tasso di cambio applicato@.
Sempre nel 2009, il Governo contribuì alla creazione del primo sito nazionale di monitoraggio dei costi delle rimesse, gestito dal Cespi@.
Il dibattito su che cosa sia, in concreto, lo «sviluppo» è emerso molto presto nell’attività delle diaspore e nelle loro relazioni con le comunità d’origine. «Poteva succedere che ci fossero visioni discordanti fra le persone migranti, che vivevano in Italia da anni e si erano avvicinate all’idea di sviluppo che abbiamo qui, e i leader comunitari nei villaggi di provenienza».
Il dibattito su rimesse e sviluppo ha riguardato quelle collettive, ma anche quelle individuali. Nel caso di queste ultime, una parte degli studiosi delle migrazioni ha sostenuto che le rimesse, se utilizzate per i consumi e non per rafforzare il tessuto sociale ed economico, possono addirittura rallentare lo sviluppo. Secondo Anna Ferro si tratta però di una visione sorpassata e riduttiva: «Non dobbiamo dimenticare che si tratta di flussi monetari privati, che come tali vanno rispettati qualunque sia l’utilizzo che le famiglie dei migranti scelgono di farne: al tempo stesso, però, occorre affiancare le diaspore nello sforzo di creare opportunità – di formazione, di investimento e di trasferimento di competenze – e fornire alle comunità di origine informazioni su come le risorse possono essere usate».

Per farsi un’idea, benché semplificata, su come si sia evoluto in Italia il ruolo delle diaspore nella cooperazione può essere utile tenere a mente alcune tappe.
La prima riguarda il progetto Mida (Migration for development in Africa). Esso viene avviato nel 2002 dall’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) delle Nazioni Unite per mobilitare i migranti del Ghana e del Senegal nell’ottica del cosiddetto cosviluppo, espressione che indica come i migranti possano e debbano partecipare allo sviluppo sia nel Paese d’origine che in quello di destinazione@.
Mida è il primo progetto strutturato di livello nazionale, realizzato in collaborazione con il Cespi, cofinanziato dalla Cooperazione italiana e da diversi enti locali. Mida richiede che le rimesse dei migranti coprano almeno un terzo dei fondi per ogni progetto.
Mida, oltre a realizzare 18 iniziative e a garantire formazione a 40 migranti affinché possano avviare attività imprenditoriali, fa emergere con chiarezza un’esigenza: rafforzare le associazioni delle diaspore attraverso la formazione, anche nell’ambito della progettazione degli interventi.
Per rispondere a questa richiesta, sempre l’Oim lancia negli anni Dieci il progetto AmiCo (Associazioni migranti per il cosviluppo)@. «A metà degli anni Dieci», ricorda Stocchiero, «praticamente tutte le iniziative riguardano progettazione e formazione».
Dopo il 2015, la Direzione generale per la cooperazione allo sviluppo (Dgcs) del ministero degli Affari esteri e la neonata Agenzia italiana per la cooperazione (Aics) accolgono la proposta delle associazioni delle diaspore di valorizzare il lavoro di cosviluppo e di formazione fatto nei quindici anni precedenti, per mettere le diaspore in condizione di confrontarsi in modo diretto con le istituzioni italiane. Si arriva così, nel 2017, al primo Summit nazionale delle diaspore, che si si svolgerà poi altre cinque volte@ e riunirà fino a 193 associazioni attive nella cooperazione.
L’ultima tappa è quella del progetto Draft the future! Towards a diaspora forum in Italy, finanziato dall’Aics per – spiega ancora Stocchiero – «appoggiare lo sforzo di andare oltre il summit e darsi una struttura permanente. Draft ha portato alla nascita, nel 2023, del Coordinamento italiano delle diaspore per la cooperazione internazionale (Cidci)@, che ora è partner stabile della cooperazione italiana». Questo risultato è, peraltro, in linea con la legge 125 del 2014, che riconosce fra i soggetti della cooperazione anche «le organizzazioni e le associazioni delle comunità di immigrati che mantengano con le comunità dei Paesi di origine rapporti di cooperazione e sostegno allo sviluppo». Il progetto Draft, si legge sul sito del Summit, ha anche fornito l’assistenza tecnica a due organizzazioni delle diaspore, Icse & co. Ets e Generazione Ponte, che ha permesso loro di entrare nell’elenco degli enti finanziabili dell’Aics: un passaggio senza il quale nessuna organizzazione può accedere direttamente ai fondi pubblici nazionali per la cooperazione.

Questo ruolo di partner stabile si sta confrontando proprio in questi anni con le scelte della cooperazione italiana, a cominciare dal Piano Mattei per l’Africa promosso dall’attuale Governo a partire dal 2023. Il Cidci è stato invitato nella cabina di regia – l’organo di coordinamento strategico e politico del Piano – solo lo scorso giugno, dopo tre anni dall’avvio. Restano invece da definire i modi in cui il Cidci può far valere il proprio punto di vista sulle iniziative presso la struttura di missione del Piano Mattei, che è l’organo più operativo e tecnico.
Secondo l’ultimo studio condotto nell’ambito del progetto AmiCo, infine, 54 associazioni intervistate lamentano@ ancora un coinvolgimento non sufficiente a livello nazionale. Segnalano anche diverse difficoltà nel migliorare le loro capacità nella progettazione: segno che il lavoro di rafforzamento delle organizzazioni, allo scopo di renderle più attrezzate per muoversi in un contesto normativo e finanziario molto complesso, non è ancora concluso.
Chiara Giovetti
(Diaspore -1)
