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Commentando queste parole di Gesù, lette nella dodicesima domenica del tempo ordinario, papa Leone, nel giugno scorso ha ricordato che l’annuncio del Vangelo è prima di tutto condivisione di un incontro personale con Gesù, unico per ciascuno.
I Vangeli ci raccontano che Gesù passava notti di preghiera solo con il Padre, per immergersi poi nell’intensa attività evangelizzatrice.
Preghiera e missione sono saldamente unite, si influenzano a vicenda. Mentre prega, Gesù è consacrato dallo Spirito per portare agli uomini l’annunzio della consolazione; dalla preghiera scaturisce la decisione di lasciare posti comodi per andare altrove; nella preghiera rende perfetto il suo sacrificio al Padre mediante la croce.
Nella preghiera anche la comunità apostolica trova la sua forza di espansione.
Seguendo l’esempio del Signore, san Giuseppe Allamano vedeva nella preghiera la componente essenziale dell’identità dei suoi missionari. Per lui, essi dovevano essere santi «in grado superlativo», e li voleva uomini e donne di preghiera. E insegnava che lo spirito di preghiera doveva permeare tutte le attività e tutti i momenti della giornata, mirando all’ideale di essere contemplativi nell’azione. Infatti, l’evangelizzazione scaturisce dall’esperienza di un Dio conosciuto e familiare, ed è orientata a riunire tutti gli uomini perché lodino Dio nella Chiesa. «La preghiera è la forza e l’anima del nostro lavoro apostolico, la garanzia della sua fecondità».
Continuando la sua riflessione, papa Leone ha detto: «Non bisogna pensare che “contemplare” sia un’esperienza esclusiva, riservata ad alcuni santi o ai monaci e agli eremiti. Tutti possiamo farlo, sforzandoci di custodire, tra gli impegni delle nostre giornate, momenti di quiete in cui metterci in silenzio davanti a Dio, per ascoltare la sua voce, affidargli le nostre gioie e le nostre preoccupazioni, rivedere con Lui la nostra vita. Questo ci rende sempre più persone dalla fede solida e consapevole, e di conseguenza apostoli credibili e liberi, uomini e donne capaci di riflettere la luce del Vangelo in ogni ambiente e in ogni situazione della vita, e di testimoniarlo anche là dove il suo valore non è compreso o accettato».
Il missionario fa posto a Dio nella vita e nel cuore per essere sempre disponibile a tutti. Si protende agli altri, cercando sempre chi è più lontano, povero e bisognoso del Vangelo, perché l’amore di Dio ha dilatato il suo cuore e lo spinge a comunicare la sua esperienza di Dio, la sua fede in Gesù Cristo, la forza e la speranza che promana dallo Spirito.
Anima profondamente meditativa e contemplativa, Allamano ci guida alla conversazione e alla familiarità con Dio in modo da vivere e operare sempre alla sua presenza. «Bisogna che giungiamo a vivere continuamente alla presenza di Dio. Bisogna che viviamo, respiriamo, ci perdiamo in Dio».
Sergio Frassetto

San Giuseppe Allamano aveva un concetto alto della missione: non era solo filantropia, volontariato, impegno saltuario. Dato che la missione si aggancia all’azione salvifica di Dio, i valori dello «spirito» erano da lui ritenuti di fondamentale importanza.
Dai suoi missionari esigeva sempre il massimo, soprattutto in questo campo. La santità era condizione per la missione: «Prima santi e poi missionari»; (alle Suore) «Buone non basta; migliori non è sufficiente; ottime!»; «Sì. Dio solo. Tutto di Dio, tutto da Dio, tutto in Dio». «Teniamo gli occhi fissi in alto! La nostra mira è là: Dio solo!».
Nell’immaginario comune, invece, si pensava alla missione come a un fare, costruire, fondare. Sempre e tutto sul versante dell’attività.
Giuseppe Allamano ha puntato invece molto sulla «passività», sull’accoglienza dei valori, sull’essere come generatore del fare. È efficace l’immagine della «conca» da lui usata sovente nelle sue conferenze: «Siate conche e non canali riguardo ai doni spirituali, canali e non conche riguardo ai beni materiali».
Monsignor Emilio Vacha, sacerdote torinese, ha lasciato la seguente significativa testimonianza in occasione del processo per la beatificazione di Allamano: «Nel 1903, andando a Roma a ritirare le reliquie del martire Adeodato, il canonico Allamano mi incaricò di cercare un «corpo santo» (reliquia ossea) anche per le Missioni della Consolata, ma due giorni dopo mi scrisse che non mi preoccupassi più della reliquia insigne, perché “il Santo sarà trovato in mezzo ai miei cari missionari”». Quell’espressione non era soltanto un pio auspicio, ma rifletteva quella che fu invece la costante preoccupazione di Allamano: aiutare i suoi missionari a diventare santi. Non voleva reliquie di santi nell’Istituto, ma santi viventi.
Allamano voleva che la santità fosse sempre al primo posto: «Missionari e missionarie sì, ma santi». Fu il leitmotiv di tutto il suo insegnamento: «Qualcuno crede che l’essere missionario consista tutto nel predicare, nel correre, battezzare, salvare anime; no, no! Questo è solo il fine secondario: santifichiamo prima noi e poi gli altri. Uno tanto più sarà santo, tante più anime salverà». «Tutti dicono che siete venuti a farvi missionari; invece, no; prima di tutto voi dovete dire: son venuto a farmi santo!».
Il testo delle Costituzioni Imc, sulla scia dell’insegnamento del fondatore, delinea succintamente il cammino per realizzare la vocazione missionaria: «Il fine che ci caratterizza nella Chiesa è l’evangelizzazione dei popoli; lo realizziamo per la gloria di Dio e nella santità della vita, nel senso inteso dal fondatore, quando ribadiva: “Prima santi, e poi missionari”».
San Giuseppe Allamano non solo si cibava lui stesso degli insegnamenti e degli esempi dei Santi, ma ha voluto pure darceli come protettori o patroni. Egli voleva che noi non solo li pregassimo per chiederne l’intercessione, ma che essi diventassero nostri modelli di vita e ispirazione nel vivere la missione. Ci chiedeva addirittura di aiutarci a vicenda tra noi a farci santi; anche per questo ha voluto che lo spirito di famiglia fosse una delle caratteristiche dell’Istituto.
Così, dal tempo del fondatore, l’appello alla santità è sempre risuonato e risuona nei nostri Istituti. Dalle nostre direzioni generali è venuto sempre, e viene, l’appello forte a farci santi assieme: «La santità non è solo un affare personale né solo il frutto di un percorso individuale. Come la missione tende alla comunione con Dio e tra di noi, così la santità di vita si alimenta della comunione e porta alla comunione; ideale, questo, caro al fondatore che esortava: “Tutti insieme ci aiuteremo a farci santi”».
La santità di Allamano ha un forte timbro cristologico: Gesù è il modello per eccellenza della santità apostolica. Su questo aspetto egli era molto chiaro, tanto che indicava Gesù come modello di qualsiasi virtù. In tal modo il fondatore, nel suo cammino verso la santità, puntava direttamente su Gesù: seguire lui, imparare da lui, imitare lui, fare unità con lui nell’Eucaristia. Gesù era sempre il punto di riferimento costante della sua vita e voleva che lo fosse anche per i suoi discepoli.
Dopo la beatificazione di Giuseppe Cafasso, Allamano lo ha dato come protettore speciale dell’Istituto facendo un commento interessante: «L’eroismo della sua virtù consiste nella costanza. Non consiste nei miracoli l’eroismo, ma nel farsi violenza, nello star sempre lì fermo nel buon volere, nel non perder tempo: questo è roba nostra. Io ammiro ogni giorno di più la vita di quest’uomo, perché non è andato a salti, no, è sempre andato diritto; la sua strada era quella e… avanti; e questo l’ha fatto per tutta la vita. Sempre la stessa fede, lo stesso amor di Dio e del prossimo; sempre prudente, sempre giusto, sempre temperante; non gli mancava niente; lui andava sempre avanti; faceva sempre tutto bene».
a cura della Commissione del carisma
Per conoscere meglio san Giuseppe Allamano vai a giuseppeallamano.consolata.org

I missionari e le missionarie della Consolata che lavorano in Argentina, il 27 ottobre del 2025, hanno celebrato il centenario della nascita al cielo di san Giuseppe Allamano, assieme a tanti laici e amici, nella Cattedrale di Nostra Signora del Rosario della diocesi di Merlo Moreno. Ha presieduto l’eucaristia il vescovo Juan José Chaparro, accompagnato dal suo ausiliare, Oscar Miñarro, missionari della Consolata e sacerdoti diocesani amici. Hanno partecipato anche giovani provenienti dalle Case di Cristo (giovani che stanno uscendo da situazioni di dipendenza da droghe) e tanti fedeli della comunità parrocchiale.
La giornata è iniziata con un momento di riflessione e la recita del Rosario a cui è seguita la santa messa ricca di simboli e di spirito missionario.
Nella sua omelia, monsignor Chaparro ha ricordato alcuni dati biografici di san Giuseppe Allamano, come l’ingresso nel seminario diocesano, l’ordinazione sacerdotale il 20 settembre 1873 e la nomina a rettore del Santuario Consolata di Torino, il luogo dove sono nati i missionari della Consolata. Ha aggiunto che Allamano, consapevole della necessità di una formazione integrale del sacerdote, chiedeva ai suoi giovani di lavorare sulla santificazione personale nelle piccole cose della vita quotidiana.
Padre Marcelo De Losa, Consigliere regionale Imc e formatore della Comunità apostolica formativa (Caf) Santo Cura Brochero, al termine dell’eucaristia, ha ringraziato Dio per il dono della santità di Giuseppe Allamano i cui figli e figlie sono presenti in diocesi da oltre cinquant’anni. Attualmente lavorano nella parrocchia Santo Cura Brochero.
«La passione missionaria di Giuseppe Allamano – ha continuato padre De Losa – è iniziata fin da ragazzo quando ha conosciuto l’esperienza di Guglielmo Massaia, missionario in Etiopia e, quando divenne rettore del Santuario della Consolata, pensò di continuare quell’esperienza fondando i missionari e le missionarie per l’annuncio del Vangelo alle genti. La realtà politica di allora non permise ai missionari di entrare in Etiopia e così essi si recarono in Kenya e si diedero all’evangelizzazione di quel Paese.
Il nostro Caf di Merlo Moreno, è un esempio della grande eredità allamaniana della Chiesa nel mondo, poiché i suoi membri provengono da molti paesi dove il progetto dell’Istituto Missioni Consolata ha messo radici. Dalla terra del primo sogno allamaniano, l’Etiopia, al Kenya; dal Brasile al Venezuela, alla Colombia».
«Allamano – ha concluso padre De Losa – ci ha voluti come una famiglia ed è con questo spirito che oggi, missionari e missionarie, laici amici e fedeli celebriamo il centenario della sua nascita al cielo».
La festa si è conclusa nello spirito di famiglia con un rinfresco a cui tutti hanno partecipato. «Celebrare significa rendere omaggio al Signore; ogni celebrazione dovrebbe essere un incontro vivente con Dio e un’occasione per rafforzare il nostro spirito missionario», diceva san Giuseppe Allamano. E, proprio come il nostro Santo fondatore desiderava, la festa è stata un incontro di amicizia missionaria, segnato dalla la gratitudine di essere una comunità viva che lavora, prega e celebra insieme.
seminarista Johan Caviche Chaparro
