Perché i poveri votano gli autocrati

È quasi un’epidemia mondiale: la maggioranza dei cittadini meno fortunati sceglie partiti estremisti e autoritari. Come si è arrivati a questa situazione?

Un paradosso si aggira per l’Europa, addirittura per il mondo: più si perseguono politiche contro i poveri, più i poveri votano per partiti autoritari che favoriscono i ricchi. In Europa, lo testimoniano la recente vittoria di Alternative für Deutschland (AfD) nel land tedesco della Sassonia Anhalt e l’avanzata della destra estrema in Gran Bretagna, in Francia, in Spagna.
Nel mondo, lo provano la vittoria di Keiko Fujimori in Perù, Javier Milei in Argentina, Nayib Bukele in El Salvador, Abelardo de la Espriella in Colombia, Erdogan in Turchia, Modi in India, e lo stesso Trump negli Stati Uniti (sul cui operato gli statunitensi si esprimeranno il 6 novembre).

Tutto per i ricchi

Che i partiti autoritari di destra perseguano politiche a favore dei ricchi contro i poveri lo dimostrano i loro programmi e ancora di più le loro pratiche di governo. L’argentino Milei aveva assunto come simbolo la motosega a significare che avrebbe tagliato le spese sociali, i salari dei dipendenti pubblici, che avrebbe perseguito una politica di privatizzazione dei servizi. Promesse mantenute: nel 2024 la spesa per pensioni sociali è stata tagliata del 14%, la spesa a sostegno delle politiche giovanili del 39%, la spesa per politiche alimentari del 72%. Nella pubblica amministrazione i salari sono stati bloccati provocando, in due anni, una perdita del potere di acquisto del 40% per i dipendenti. Il salario minimo non è stato rivisto, mentre l’inflazione è cresciuta. In conclusione, secondo i movimenti sociali argentini l’80% della popolazione vive in povertà o quasi povertà.

Un quadro che il Grupo de curas en opción por las y los pobres (Coordinamento di sacerdoti impegnati a favore dei poveri) riassume così in un documento del settembre 2026: «La povertà di oggi comprende volti che un tempo non conoscevamo: persone che perdono posti di lavoro stabili e dignitosi per finire nelle braccia dell’economia informale, famiglie indebitate all’inverosimile, contesti di violenza sempre più terrificanti specie nei quartieri abbandonati a se stessi, persone, soprattutto giovani, che decidono di togliersi la vita. Questi sono i sintomi di una società priva di speranza».

La legge di Trump

In campagna elettorale Donald Trump non era stato altrettanto esplicito rispetto ai cambiamenti che avrebbe introdotto, ma aveva annunciato la scure sulle scuole e su tutto il comparto pubblico tramite l’istituzione del Dipartimento per l’efficienza governativa (Doge), affidato alle cure di Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo. Perso quest’ultimo già a maggio 2025 (per dissapori con il presidente), il ministero è sopravvissuto fino al 4 luglio 2026, poi ha chiuso. Tuttavia, nei suoi diciotto mesi di attività ha fatto in tempo a estromettere oltre 300mila dipendenti pubblici, mettendo in seria difficoltà servizi importanti come quello sanitario, scolastico, della protezione ambientale, dell’agricoltura.

In ogni caso, nel luglio 2025, a sei mesi dal suo insediamento, Trump ha reso pubblica la sua politica in ambito sociale emanando quella che ha battezzato One big beautiful bill act (Una grande, bellissima legge). Questa norma ha introdotto tagli fiscali per i redditi più alti e tagli alle spese sanitarie e sociali destinate ai più poveri. A conti fatti, il provvedimento garantisce risparmi per mille miliardi di dollari, in dieci anni, alle famiglie appartenenti all’1% più ricco, e tagli per millecento miliardi, nello stesso periodo, a sanità, assistenza alimentare e altre forme di aiuto ai più poveri.

Chi vota chi

Certo bisogna ammettere che negli ultimi decenni le politiche antisociali e di compiacenza verso i ricchi non sono state una prerogativa esclusiva della destra. Anche la sinistra ha rincorso a lungo questa logica, almeno in Europa, tant’è che ovunque sono peggiorati i servizi pubblici, mentre si sono acuite le differenze sociali.

L’Italia è un caso di scuola: sul piano della politica fiscale, delle privatizzazioni, della gestione della spesa pubblica, non si sono avvertite molte differenze fra i periodi in cui governava il centro sinistra e quelli in cui governava il centro destra. Anzi, si sono avuti molti governi sostenuti addirittura da entrambe le parti, come testimoniano il governo Monti e il governo Draghi. Tanto per dire che un certo disorientamento nell’opinione pubblica è comprensibile.

Anche se, va detto, le forze di sinistra non disponibili al compromesso – ad esempio, Potere al popolo -, schierate dalla parte di lavoratori e poveri, raggiungono consensi elettorali esigui. Al contrario di quelle della destra estrema che avanza ovunque, pur non spendendo una parola a favore di equità e sicurezza sociale. Le adesioni crescenti che Roberto Vannacci sta guadagnando in poco tempo, ne sono una (triste) conferma.

In altre parole, l’esperienza ci dice che i ceti popolari non sembrano molto attratti dalla prospettiva ugualitaria, sostenibile e democratica, indicata dalla sinistra, mentre sembrano ammaliati dalla prospettiva discriminatoria, autoritaria e aggressiva verso l’ambiente indicata dalla destra.

Del resto, che l’estrema destra susciti simpatie essenzialmente nei ceti popolari più umili sembra confermato da tutti i sondaggi. Commentando le elezioni di settembre in Sassonia, il Corriere della sera ha scritto: «Tra coloro che hanno un titolo di studio di livello medio-basso (diploma di scuola secondaria o di scuola professionale) l’AfD fa il pieno, sfiorando il 60%, mentre i Verdi arrancano tra il 3 e il 5%. Al contrario, tra i laureati l’estrema destra cala al 30% mentre gli ecologisti arrivano al 16, quasi il doppio rispetto al dato generale». E aggiunge: «Tra gli operai, l’estrema destra sfiora il 60% mentre tra chi è insoddisfatto della propria situazione finanziaria l’AfD ottiene quasi due terzi dei voti: nessuno degli altri partiti arriva al 10%».

Foto Towfiqu Barbhuiya – Unsplash

Magnati e ideologi

Se l’estrema destra ottiene il grosso dei voti da lavoratori, il grosso dei soldi lo riceve dagli imprenditori. Lo testimonia Reform Uk, il partito fondato da Nigel Farage che, nel settembre scorso, ricevette due donazioni (di 36 milioni di sterline ciascuna) da commercianti di criptovalute.

E non finisce qui perché, oltre ai soldi, gli uomini d’affari forniscono anche manifesti ideologici. In particolare, gli imprenditori del settore finanziario e tecnologico.

Valgano come esempio Marc Andreessen e Benjamin Horowitz, proprietari del fondo statunitense a16z Capital Management, specializzato nel finanziamento di nascenti società tecnologiche.

In occasione delle elezioni presidenziali del 2024, Marc Andreessen donò a Trump 5,5 milioni di dollari, mentre il suo socio Benjamin si fermò a 2,5 milioni. Un anno prima, tuttavia, avevano scritto insieme un documento dal titolo Il Manifesto tecno ottimista, che però sarebbe stato più appropriato intitolare «Il Manifesto tecno capitalista». Esteso su una trentina di pagine suddivise in 14 capitoletti, il Manifesto è un concentrato di lodi, non solo della tecnologia, ma anche del mercato deregolamentato, del capitalismo, del diritto degli Stati Uniti a spadroneggiare nel mondo.

Idee che possono trovare la loro sintesi nel seguente passaggio: «Crediamo che l’America e i suoi alleati debbano essere forti e non deboli. Crediamo che la forza nazionale delle democrazie liberali debba basarsi sulla forza economica (potere finanziario), la forza culturale (potere di persuasione), la forza militare (potere impositivo). La forza economica, culturale e militare si basano sulla forza tecnologica. Un’America tecnologicamente forte è una forza positiva in un mondo pieno di pericoli. Democrazie liberali tecnologicamente forti sono garanzia di libertà e di pace».

Un’altra coppia di imprenditori esponenti del mondo della tecnologia statunitense che propugnano idee di estrema destra sono Alex Karp e Peter Thiel fondatori della società di gestione dati denominata Palantir, che lavora in maniera massiccia per il governo statunitense e, in particolare, per il Pentagono. Nel 2009 fecero scalpore alcune affermazioni di Thiel contenute nell’articolo The education of a libertarian, pubblicato dalla Fondazione Cato. Fra l’altro vi si leggeva: «Io non credo più che libertà e democrazia siano compatibili fra loro. […] Nel nostro tempo, il grande compito dei libertari è trovare una via di fuga dalla politica in tutte le sue forme: dalle catastrofi totalitarie e fondamentaliste al demos acritico che guida la cosiddetta “socialdemocrazia”».

Concetti ripresi nel saggio scritto nel 2025 da Alex Karp e  titolato La repubblica tecnologica. Si tratta di un inno alla tecnologia e, in particolare, all’intelligenza artificiale (IA), alla necessità che si crei una stretta collaborazione fra governo politico e imprese tecnologiche, che venga rafforzato il potere militare in un’ottica di maggiore affidamento all’IA, che si crei maggiore coesione nazionale insistendo sul concetto di identità di popolo.

In conclusione: più potere alla tecnologia, più potere alle imprese e al mercato, più potere all’apparato militare, più nazionalismo basato sulla lotta alle differenze. Una visione della società ben lontana dalle idee di giustizia, pace e sostenibilità a cui tutti aspiriamo.

Una mancia da 5mila dollari

Cosa permette a persone con una posizione sociale tanto distante da quella comune di avere così grande ascendente su masse che si collocano agli antipodi della piramide sociale e economica? Nella sua rozzezza Trump è arrivato a proporre di comprare il consenso addirittura con i soldi pubblici. Lo ha fatto il 9 settembre scorso durante la Convention repubblicana quando ha promesso un premio di 5mila dollari per tutti gli adulti, nel caso le elezioni del 6 novembre dovessero dare ai repubblicani la maggioranza nel Congresso degli Stati Uniti. E poiché, a suo dire, l’operazione può essere finanziata con i soldi sottratti alla sanità pubblica dal One big beautiful bill, ha avuto l’ardire di chiamare il prospettato contributo elettorale con il termine di «dividendo».

Per quanto tempo ancora gli statunitensi vorranno continuare a tollerare simili insulti all’ordine democratico rimane un’incognita, ma di sicuro le strategie di convincimento utilizzate dall’estrema destra sono indovinate.

Fondamentalmente, si basano su una propaganda fondata sull’inganno, sulla paura e sullo stimolo degli istinti primordiali, approfittando di un contesto dominato da sfiducia e ignoranza. Sfiducia verso le forze politiche tradizionali che non hanno saputo dare risposte di «buona vita» alle classi più svantaggiate e ignoranza dilagante rispetto alla capacità di leggere una realtà che si fa sempre più complessa.

La prevalenza dell’ignoranza

È proprio l’ignoranza la grande alleata dell’estrema destra. Essa le permette di dare una spiegazione distorta rispetto alle ragioni del disagio. Nei fatti, se esistono disoccupazione, lavoro precario, bassi salari, affitti troppo alti, servizi pubblici inadeguati e tutte le altre difficoltà economiche e sociali che conosciamo, la colpa è di un sistema economico che privilegia il profitto a danno dei lavoratori, di un sistema fiscale iniquo che favorisce le disuguaglianze e impoverisce le casse pubbliche, di scelte di bilancio che sottraggono risorse a sanità, istruzione, difesa del territorio per finanziare le armi; di politiche tecnologiche che favoriscono la rendita industriale rispetto all’occupazione. Ma per quanto vera, si tratta di una spiegazione troppo complessa per il livello culturale di molti. La destra ha scelto, quindi, di offrire un’altra narrazione, falsa ma semplice, basata su un capro espiatorio che non può difendersi. Se siamo disoccupati – essi dicono – con bassi salari, senza alloggi, senza sanità, la colpa è degli immigrati che illegalmente vengono in casa nostra per prendersi ciò che di diritto spetta a noi. Immigrati presentati non solo come scrocconi, ma anche come un pericolo pubblico perché rubano, aggrediscono, commettono stupri. Così si attiva il secondo elemento, quello della paura per la nostra sicurezza, alla quale si può rispondere in una sola maniera: facendo appello alla forza di nazione compatta per chiudere le frontiere e rimandare a casa tutti gli immigrati. Intanto il sistema può continuare a funzionare come sempre: rubando e sfruttando a vantaggio di pochi. È l’applicazione del vecchio motto gattopardesco «cambiare tutto affinché niente cambi».

Dare risposte

Abbiamo l’abitudine di chiudere le stalle quando i buoi sono già scappati, ma se vogliano fermare l’avanzata dell’onda nera abbiamo due sole cose da fare. La prima è innalzare il livello culturale non solo dei giovani che vanno a scuola, ma anche degli adulti, affinché tutti possano capire la realtà nazionale e internazionale in cui viviamo, da tutti i punti di vista: economico, finanziario, fiscale, istituzionale. La seconda, intervenire subito a livello produttivo, tecnologico, fiscale, di spesa pubblica, per garantire a ognuno un lavoro dignitoso, una casa, servizi essenziali gratuiti, la possibilità per tutti di affrontare senza scossoni la transizione ecologica che i cambiamenti climatici ci impongono. Solo così potremo salvare democrazia, civiltà e umanità.

Francesco Gesualdi

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