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Egregio Francesco Gesualdi,
ho letto con attenzione il suo dossier sull’Italia e la scelta militare.
Se un contadino che si alza al mattino, prende il trattore, va a seminare il grano, invece di andare a seminare, prendesse un quaderno e scrivesse: come si semina il frumento? Non so se avremo del pane da mangiare.
Poi non ho capito bene come l’Italia, membro dell’Europa, possa dire: «Io sono contro la guerra quindi non voglio e non pago le armi, arrangiatevi voi», e se il resto dell’Europa sarebbe molto d’accordo o ci direbbe: «Se resti, la quota è questa, oppure te ne vai». Cosa facciamo, lasciamo l’Europa?
Che poi con i soldi risparmiati con le armi, riusciamo a soccorrere la sanità pubblica, organizzare una buona scuola, mettere le scuole in sicurezza, migliorare lo stato sociale, servizi per l’infanzia, risarcire la giustizia, mettere il territorio in sicurezza, transizione energetica, accogliere i migranti, potenziare la cooperazione, investire nella difesa non violenta, corpo civile di pace, Nazioni Unite…
Trentacinque o 48 miliardi in armi. Ho fatto la somma di tutte le cose che si vorrebbero fare con quei 48 miliardi, l’elenco è risultato di più di 1.200 miliardi dal conto che ha fatto lei.
Ora con 48 miliardi fare lavori per più di mille.
Credo che a tavolino, due più due fa sempre quattro, ma nella vita non proprio, se un contadino che ha lavorato tutto l’anno la vigna viene la tempesta, va bene se salva metà raccolto. Sono nato contadino e so queste cose.
Poi dice delle cose bellissime. Risanare la giustizia. Ma se abbiamo appena votato “No”.
Mettere il territorio in sicurezza […], accelerare la transizione energetica. Non proprio facile. Chiedono sempre più corrente elettrica e noi come la facciano, con un pannello sul balcone?
Potenziare la cooperazione, non ho neanche capito cosa vuol dire.
Ma quello che più mi ha colpito è la difesa non violenta, cioè, bellissimo: difesa popolare non violenta, ma con la partecipazione obbligatoria (volontaria, obbligatoria).
Corpo civile di Pace. Gente che quando c’è una guerra, va sulla linea di fuoco tra due eserciti con dei cartelli «Pace». Ho l’impressione che farebbe una brutta fine…
Carissimo Gesualdi, la vita, vista lavorando, è molto più difficile che vista a tavolino.
Con molta simpatia, vera,
Ernesto Mascarotto, Torino
Caro Ernesto,
grazie della sua lettera. Quando si prende carta e penna si mostra sempre grande rispetto per il proprio interlocutore e di avere a cuore la tematica proposta. Di questo le sono davvero grato.
Ciò non di meno sono molti i punti che mi trovano in disaccordo con lei.
Nel suo scritto ho avvertito avversione e derisione per tutto ciò che è analisi, riflessione, programmazione, come se nella vita servisse solo il lavoro a testa bassa. Come esempio cita il contadino che non mangerebbe se invece di salire sul trattore si mettesse a parlare di semine sul quadernetto. Ma se al contadino giungesse voce che sta seminando semi sterili, immagino che scenderebbe subito dal trattore per portare i suoi semi in laboratorio e farli analizzare.
Fra i punti che mi contesta c’è il fatto che sarebbero davvero tanti i soldi necessari per affrontare tutti i nostri problemi, molti più di quelli spesi per la Difesa. Sembra dire che tanto vale continuare a buttarli in spese di morte. Come se una famiglia con la casa diroccata e soldi insufficienti a riparala integralmente decidesse di sperperare anche i pochi risparmi che ha, perché tanto non bastano per tutti i lavori. Non mi sembrerebbe un comportamento molto saggio. Contesta anche che facendo noi parte dell’Unione europea, dobbiamo adeguarci alle decisioni prese da altri. Ma la spesa militare non è ancora materia comune, dunque la sovranità sul tema è di esclusiva pertinenza dei parlamenti nazionali, ossia di ognuno di noi.
Su varie altre tematiche a cui accenna mi pare che abbia un approccio un po’ canzonatorio che non aiuta a trovare le soluzioni. I problemi che abbiamo davanti sono seri e non si risolvono con l’ironia. Lo stesso vale per la difesa popolare nonviolenta e i corpi civili di pace. Trattandosi di pratiche poco sperimentate, i problemi aperti sono ancora molti. Ma che l’umanità debba trovare modi meno barbari per risolvere i conflitti mi pare altrettanto evidente. Nel 2024 le guerre hanno provocato 239mila morti e 11 milioni di sfollati a livello mondiale. Non a caso papa Leone insiste così tanto sulla pace. Che non viene da sola, ma con l’impegno di noi tutti a osare anche per sentieri inesplorati.
La sua lettera termina con un richiamo alla praticità di chi, constatando quanto sia difficile cambiare le cose, invita a lasciare tutto com’è. Se mi permette, mi pare un atteggiamento di comodo per non impegnarsi. Le difficoltà ci sono, nessuno può negarle. Ma non possono essere prese a pretesto per non far niente. Personalmente sono stato educato a un altro approccio. Prima si cerca di capire se gli obiettivi sono validi, dopodiché si cercano le strategie più intelligenti per raggiungerli. Ma rinunciare a ricercare cosa è più giusto in nome delle difficoltà è il peggio che possa esserci. È esattamente ciò che serve al potere per assicurargli sudditi obbedienti disposti a ogni sopruso e a rendersi complici dei peggiori misfatti.
Francesco Gesualdi, 17/06/2026
Caro direttore,
sono un vostro abbonato da decenni e inizio dicendo che la vostra rivista è una delle poche, forse la sola, che tratta argomenti legati al rispetto della Madre Terra, come diceva papa Francesco.
Ma vorrei fare una riflessione in particolare riguardo agli articoli del dossier apparsi sul numero di giugno. «Accelerare la transizione energetica» è il titolo di un articolo, ma a questo proposito, vorrei suggerire che forse, in particolare per i credenti, è necessario riflettere e impegnarsi per un vero cambiamento degli stili di vita come dagli anni Novanta propongono gli aderenti ai Bilanci di Giustizia proposti dopo la guerra in Bosnia da don Tonino Bello e padre Alex Zanotelli.
A proposito dell’articolo «Accogliere degnamente i migranti» vorrei riflettere sulle motivazioni per cui il nostro Paese è un Paese con basso numero di nascite di bambini. Ma quale attenzione c’è stata da parte dello Stato e della Chiesa per la famiglia, vedi assegni familiari e sul problema dell’aiuto alle coppie attraverso la regolazione naturale della fertilità e del sacramento del matrimonio? Si parla tanto di accogliere tutti, ma poi come li aiutiamo a trovare casa e lavoro? Quante canoniche e conventi sono vuoti da decenni?
Ero volontario in Africa negli anni Settanta con una associazione e tra di noi il pensiero era «o noi aiutiamo questi popoli nel loro Paese o noi li avremo in Europa». Il colonialismo è ancora attuale. Cosa ne facciamo noi cristiani di alcune frasi del Vangelo riguardo agli stili di vita o della figura di san Francesco?
Scusi il disturbo e buon lavoro.
Daniele Engaddi, email, 15/06/2026
Il dossier «Invece di armarci potremmo…» presenta problemi reali, ma non ha la pretesa di avere tutte le risposte e indica piste di ricerca e riflessione.
Un commento a proposito dei migranti. È triste quello che è successo ad agosto, mentre stavamo lavorando su questo numero di MC, con la scusa di Ceuta. Lo slogan che sembra ora accettato da gran parte dell’Europa è «difendere i confini». Ma nessun governo sembra voler fare una riflessione seria sulle cause delle migrazioni. Chi alimenta le guerre? Chi sfrutta le risorse di tanti Paesi senza veri benefici per la gente del posto, ma anzi alimentando conflitti, povertà, insicurezza e sfruttamento? Quando i nostri Paesi ricchi metteranno mano a risolvere il problema del debito estero di tante nazioni del Sud del mondo? Tale debito sta strozzando la vita delle fasce più deboli della popolazione, che impedisce la crescita, e toglie soldi per scuole, ospedali e altri servizi sociali necessari.
Riprendiamo in mano quei testi di Francesco Gesualdi, usiamoli per dibattiti, ricerche, approfondimenti nelle scuole, negli oratori, nei centri culturali, nelle associazioni. Non restiamo passivi.
Purtroppo, molti non si rendono conto del dono enorme di poter disporre di acqua potabile e sono certo che il suo editoriale sveglierà qualche coscienza addormentata.
Mi permetta di complimentarmi vivamente con lei per la sua capacità di scrivere e per la sua attività missionaria. Cordialissimi saluti.
Oreste Germano Miani, email, 12/08/2025

Ricordo con tanto affetto padre Davoli (1911-2006), innamorato del monte Kenya e appassionato missionario nel Samburu. La sua semplicità e il suo vero amore sono stati incoraggiamento e ispirazione anche per me.
Buongiorno.
Poiché sul vostro sito è consultabile integralmente, a quanto mi consta, la versione online (archivio storico incluso) della vostra pregevole e apprezzata rivista, chiedo di sospenderne l’invio, a mio nome e al mio indirizzo.
Non ha senso sostenere spese, ritengo, non modeste di pubblicazione e spedizione, nonché appesantire l’ambiente con invio e smaltimento, quando i contenuti della pubblicazione sono disponibili in versione digitale.
Continuerò a sostenere le vostre iniziative missionarie, nei limiti delle mie possibilità.
Vi ringrazio in anticipo.
Carlo Bertino, email, 23/07/2026
Anche noi ringraziamo per averla tra i nostri fedeli lettori. È per noi un punto d’onore essere puntuali e completi sul nostro sito, sia con i testi della rivista cartacea che con MC notizie. Però mi permetto di ricordare che l’unico risparmio è nella spedizione. Per la stampa, il numero delle copie cambia solo quando si rinnova il contratto con la tipografia, più o meno ogni tre anni e non ogni mese. Questo garantisce un prezzo di stampa stabile.

Ciao zio,
siamo qui, noi tutti, a darti il nostro saluto, il nostro arrivederci.
Ci lasci tante memorie, tanti insegnamenti; si dice che l’anzianità porti saggezza e tu la tua grande saggezza la impartivi a tutti quanti venivano a trovarti alla residenza il Castello, dove hai risieduto l’ultimo anno. Anche lì tu ricevevi tante persone affezionate che ti venivano a cercare, ansiosi di condividere le loro notizie con te. Chiamavamo la tua stanza «il centro sociale De Col». Fino all’ultimo hai mostrato determinazione e vitalità, ancora pieno di progetti, così tanto che noi non pensavamo proprio di perderti, ci eravamo abituati a pensarti centenario! Ma un giorno mi hai detto, con pacatezza: «Mi immagino di stare seduto su una roccia e guardare l’orizzonte mentre aspetto la mia chiamata». Forse ti immaginavi quegli orizzonti infiniti che ci hai fatto assaporare in Kenya, con la tua maestria nel far conoscere e capire le culture a grandi e piccini, raccontando storie di vita vissuta e cercando di fare capire il «perché» e il «per come» senza mai giudicare, creando un variopinto mosaico di modi di esistere che apriva la mente e il cuore e aiutava a capire e accettare arricchendosi con l’incontro di altre culture. O forse immaginavi l’orizzonte delle vette imponenti della tua terra natale, il Bellunese, a cui eri legatissimo.
Tu riuscivi sempre a estrapolare il meglio dalle persone, valorizzandole, facendole sentire a proprio agio, riuscendo a percepire i talenti, i punti forti di ogni individuo e così facendo coinvolgevi tutti nei tuoi progetti, nelle tue iniziative sempre a favore del prossimo, e tutti nella misura in cui erano capaci di partecipare. Non perdevi mai di vista nessuno. Avevi una memoria formidabile, ti ricordavi i nomi di una miriade di persone e luoghi. Nello stesso modo delle tue parole, anche i tuoi silenzi e i tuoi sguardi esprimevano una conoscenza profonda.
Regalavi i sandaletti portachiavi con un messaggio. Molti di voi si ricorderanno o forse avranno ricevuto questo souvenir che lui si procurava in Africa. Con questo piccolo e semplice oggetto dava un profondo messaggio, scritto in una pergamenina arrotolata:

«Carissimo/ Carissima, infila il piede in questo sandaletto e mettiti a camminare verso quel traguardo buono che ti sei proposto di raggiungere. Se lungo il percorso trovi delle difficoltà, niente paura… le difficoltà sono lì per essere superate. Qualora però tu abbia a incespicare o addirittura cadere, ancora: niente paura! Alzati, rimetti di nuovo il piede nel tuo sandaletto, canta e cammina e, quando sei stanco/a per la monotonia del tuo andare o per qualche insuccesso e ti vien voglia di sederti, no, non farlo. Si possa dire di te che: stanco/a di camminare, anziché sederti, ti sei messo/a a correre!»
Mi ricordo che tu, prossimo agli 80 anni, una volta che venni a trovarti in corso Ferrucci in bicicletta, me la prendesti e cominciasti a fare due giri in cortile. Tu non solo non ti sedevi, ma anziché correre, andavi persino in bicicletta! Avevi sempre una marcia in più che sapevi trasmettere agli altri. A 90 anni terminasti il tuo racconto dicendo «questi sono i miei primi 90 anni».
Ultimamente eri un po’ più debole fisicamente ed eri in sedia a rotelle ma avevi sempre una marcia in più che sapevi trasmettere agli altri e sapevi ascoltare sempre tutti.
Hai fatto animazione missionaria nel vero senso della parola: anima e azione. Ci hai insegnato a curare l’anima e a trasformare i sogni in azione.
Noi nipoti ti ricordiamo così zio, spezzoni di vita e di insegnamenti che rimarranno con noi e che passeremo ai nostri figli.
Famiglie Caldart, De Col e Cirio, Torino, 08/05/2026
Testo preparato dalla famiglia e letto durante il funerale di padre Adolfo De Col, celebrato l’11 maggio nel santuario di san Giuseppe Allamano, in Casa madre a Torino.