Noi e Voi, lettori e missionari in dialogo

Andate controcorrente

Spettabile redazione,
[vi scrivo a proposito della] rivista di aprile 2026. Cosa vi prende? Perché seguite la corrente del mondo e non andate controcorrente per continuare a «non essere del mondo»?

1. Retrocopertina: il sondaggio dei lettori per migliorare la rivista. Davvero da farsi uscire gli occhi dalle orbite appena si inizia a leggere le domande, perché, nella prima, chiedete di che sesso sia chi risponde. Tutti sappiamo che i sessi sono solo due e che il resto viene dall’inquilino sotto e dalle teorie, fantasie, follie, boiate che diffonde, ergo: cos’è quell’«Altro» dopo «M» ed «F»?

2. Pagina 20: «Scuola, patria e armi». Non si capisce cosa ci sia di sbagliato a conoscere l’esercito del proprio Paese, quello che fa e cosa viene comprato con i soldi dei contribuenti e non solo per la guerra; ascoltare storie vere, aneddoti e fare domande. Io non so niente dell’esercito e, soprattutto della Marina, perché non vivo vicino al mare, ma, se fossero venuti nelle mie scuole, sarebbe stato bello e formativo. Mai vista neanche la polizia o i pompieri a tenere lezioni sulla sicurezza, ecc. Un gran peccato.

Quando, invece, nelle scuole e perfino negli asili vengono fatti entrare uomini canterini vestiti da donna che camminano sculettando, quando all’asilo, si truccano i maschi da femmina o quando le maestre li obbligano a vestirsi da fatina rosa con la parrucca bionda e vengono assunti come professori di matematica uomini che si presentano in classe con la barba, ma con gonna sopra al ginocchio e tacchi, come è successo in Friuli e troppe porcate ancora, che potete trovare tutte documentate in rete, allora la scuola non è diseducativa, lo diventa solo se entrano delle divise.

Non si capisce cosa ci sia di sbagliato nella foto che mostra due bambini che tengono in mano un cartellone per la parata militare del 4 novembre o quella in cui si vede una scolaresca che ascolta un sindaco alpino che suona il Silenzio o altro. Quando, invece, delle scolaresche sono state portate in moschea ed obbligate ad inginocchiarsi senza scarpe, allora va tutto bene: la scuola non perde tempo in inutilità e, soprattutto, non offende i suoi studenti. Se scrivete un articolo denuncia (denuncia di cosa, poi) sull’esercito a scuola, allora dovete farlo anche contro le porcherie di cui sopra e di cui, quasi sempre (ormai si sa) le famiglie non vengono preventivamente informate.

Ricordate sempre quello che dice Gesù: «Voi non siete del mondo». Continuate a non esserlo. Saluti.

Celeste Pedrelli, 05/05/2026

Gentile direttore,
prima di scrivervi ci ho pensato a lungo. Premetto che non sono un militare, ma faccio parte come ex agente di polizia locale di tanti che hanno servito le istituzioni. […] Il professor Mazzeo ha fatto un elenco di nefandezze a tal punto che l’Italia sembra uno stato che inculca un militarismo sfrenato […] e non ricorda che senza mezzi di difesa pur costosi, non potrebbe vivere in questo stato democratico. […] Sono rimasto molto deluso.

Luigi Magrotti, Campospinoso (PV) 15/05/2025

Grazie dei vostri scritti schietti e diretti. Con Celeste condivido il disagio per quel «M, F, Altro», pur messo con buone intenzioni in nome dell’inclusività.
Quanto alla lettera del signor Luigi, chiedo scusa di averla tagliata, ma così ho potuto inserirla anche se arrivata a lavoro già iniziato.

Sulla questione «Scuola, patria e armi», diamo spazio a quanto ci ha scritto il professor Antonio Mazzeo.

Innanzitutto, una precisazione. La questione non è che non si parli a scuola di forze armate, spese militari, missioni internazionali e interessi geostrategici dei gruppi economici, finanziari ed energetici italiani a livello internazionale. Anzi, ci proviamo come insegnanti tutti i giorni e come relatori per le attività e i convegni di formazione dei nostri colleghi. Tuttavia, devono essere gli educatori e l’intero sistema scolastico a proporre ed analizzare questi temi, sviluppandone contraddizioni e complessità con il fine esclusivo dello sviluppo dello spirito critico e dell’autonomia di pensiero di alunni e studenti. Cosa diversa è invece quanto purtroppo accade, e che abbiamo provato a spiegare nella nostra inchiesta (ma si guardi in proposito all’enorme mole di dati raccolta e pubblicata dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università). Cioè che la narrazione su militare e militarismo, su industrie belliche e crisi e conflitti internazionali è stata assunta unilateralmente dalle forze armate e dalle industrie belliche, con finalità (legittimazione dello stato di guerra odierna e della militarizzazione di ogni sfera della società, normalizzazione della guerra e della violenza come unico elemento per la risoluzione dei conflitti, ecc.) del tutto antitetiche a quello che invece è il fine educativo del sistema scolastico. Mi permetto di aggiungere che ormai a forze armate e forze dell’ordine è stato delegato l’intervento nelle scuole di ogni ordine e grado per svolgere «lezioni» su quasi tutte le discipline e i temi possibili, esautorando progressivamente insegnanti ed educatori anche dall’approfondimento dei contenuti delle materie di indirizzo. Un «modello» assolutamente inaccettabile e più che mai pericoloso in questa drammatica fase storica segnata dalla Terza guerra mondiale annunciata da papa Francesco.

Medio Oriente

Spettabili redattori,
leggo sempre con grande interesse la vostra newsletter.
Con questa mail non intendo minimamente tediarvi con le mie eventuali opinioni sulle diverse (gravi) problematiche da voi trattate, ma solo sommessamente suggerire una modesta mozione d’ordine. Quale? Presto detto: invece di Medio Oriente, si dovrebbe, perlomeno per i Paesi che si affacciano sul Mare Mediterraneo, propriamente parlare di Vicino Oriente. Del resto, i francesi, ovvero i massimi responsabili (insieme agli inglesi naturalmente) dell’attuale stato di cose da quelle parti, parlano correntemente per questi Paesi di Proche Orient.

Di Vicino Oriente altrimenti noi italiani dovremmo parlare solo a proposito della Grecia, il che, pur con tutto il rispetto che si deve a questo splendido Paese, mi sembrerebbe riduttivo.
Con viva cordialità.

Ennio Cocco, 08/05/2026

Purtroppo, qui da noi l’uso dei due termini è ambiguo. Il termine Medio Oriente sta prevalendo nel nostro linguaggio grazie all’influsso dell’inglese. Normalmente, come dice la Treccani, indica l’area geografica comprendente i paesi africani e asiatici che si affacciano o gravitano sul Mediterraneo orientale.

Celebrazione del 70° di messa di padre De Col Adolfo qui con pergamena con benedizione pontificia

Ricordando PADRE ADOLFO

Padre Adolfo De Col è andato alla casa del Padre l’8/05/2026 a 98 anni di età. Padre Giuseppe Inverardi, ex superiore generale, condivide alcuni dei suoi ricordi.

Ho conosciuto padre Adolfo De Col ancor prima di incontrarlo personalmente. In noviziato provenivamo da tre seminari diversi: Montevecchia (Como), Biadene (Treviso), Rosignano Monferrato (Alessandria). Spesso, allora e dopo, ci scambiavamo valutazioni sui formatori che avevamo avuto. Quelli provenienti da Biadene ricordavano con affettuosa ammirazione e riconoscenza il loro trio, e gli altri il loro. Al ricevere la notizia del decesso di padre De Col, un missionario che era stato formato a Biadene, mi ha scritto: «Con i padri Tullio Bosello e Giuseppe Garniga, padre De Col è stato il mio maestro». E dalle conversazioni precedenti so che chi scrive non intende maestro di materie scolastiche, ma della vita, con la sua vita. È quanto affermano altri due missionari commentando la sua morte. «Eri un uomo di grande cuore e un grande esempio per noi missionari giovani. Caro padre De Col, quanto ho imparato da te».

Seguendo questa scia, tra le testimonianze ricevute da amici comuni, ne trascrivo alcune. All’unisono sottolineano caratteristiche della sua personalità e ricchezza umana. «Sempre gentile, sereno, sorridente». «Ancora brioso a 90 anni!». «Anni fa fece il fine settimana di «Incontro matrimoniale», impegnandosi poi come guida. Con garbo e il sorriso entrava nel cuore delle persone e pregava per noi». Facendo memoria dei suoi anni a Bevera un giornale locale della Brianza scrive: «Molti lo ricordano come persona discreta, profondamente legato alla missione e capace di lasciare un segno autentico».

Lo incontrai per la prima volta a Kangeta, in Kenya. Una missione incipiente nata dopo aver consegnato quella di Tuuru ai padri e suore del Cottolengo, perché potessero attendere con professionalità ai bambini poliomielitici dell’opera iniziata da padre Franco Soldati, che, in seguito, diede inizio alla missione di Mutuati. 

Missione incipiente! Tutto era semplicità. Come semplice era padre Adolfo. Per dimora una capanna più che una vera casa. Ma poteva scrivere: «Imparo a fare a meno di tante cose nel modo di vestire e nel cibo. Faccio da cuoco a me stesso, e nonostante il misero cibo, sto ingrassando». Gli dava fastidio il forte vento che sollevava nubi di polvere. Desiderava e attendeva la stagione delle piogge. Del suo apostolato scriveva: «Cerco di dare alla gente l’essenziale per la loro vita cristiana, quello che ha reso stabili e forti i nostri genitori». Concludeva: «Sto benone». Benone! Parola consueta sulle sue labbra. Come pure: «Che bello, quanto è bello!». Sapeva stupirsi e gioire.

A Kangeta rimase 13 anni. Arrivato in Kenya a 54 anni era ovvio che non potesse apprendere bene la lingua, ma con determinazione e impegno la padroneggiava sufficientemente. Tuttavia, è proprio il caso di affermare che predicava, annunziava, ed evangelizzava con cuore, dedizione, zelo e amore per la gente. Ispirandosi, come affermava lui stesso, al metodo dei primi missionari, gli premeva la promozione umana con vari interventi. Una dimensione: coltivare i campi in modo più produttivo. La zona di Kangeta non si prestava all’agricoltura. Il capo villaggio gli aveva donato un vasto appezzamento in pianura a circa 15 km2. Là costruì tre capanne e vi si recava periodicamente, fermandosi anche la notte, con alcuni, desiderosi di apprendere. Era orgoglioso di questo progetto educativo.

Prima di Kangeta, padre Adolfo aveva trascorso tre anni a Tuuru, avendo come mentore il mitico padre Franco Soldati, esperto missionario, scrittore fecondo, perfetto conoscitore della lingua, imbevuto della cultura locale. Campo faticoso da dissodare quello dell’Igembe. Un missionario che vi lavorò alla sua apertura scrisse nel diario: «Sotto ogni foglia degli alberi di Tuuru si annida un diavolo». L’immagine esprime plasticamente la difficoltà di evangelizzare, testimoniata pure dai missionari che vennero in seguito. Sembrava una cultura impenetrabile, restia persino all’ascolto. Una società dominata, fino a intimorire, da associazioni di anziani, rinchiusi nei loro segreti culturali. Ad ammorbidire il terreno provvide l’opera di padre Franco Soldati, coadiuvato da padre De Col, a favore dei bambini poliomielitici. Opera divulgata dal cortometraggio «Il miracolo delle stampelle». Come pure aiutò un altro miracolo: l’acquedotto costruito da fratel Giuseppe Argese, che, inizialmente, con un percorso di 25 km portò acqua dalla foresta dell’Igenbe a Tuuru. In seguito, fu esteso a 250 km portando acqua a circa 250mila abitanti della zona. Che benedizione! Quanta fatica risparmiata alle donne. Salute migliorata. Riconoscenza da parte della popolazione e del Governo. Fratel Argese era conosciuto come «Mukiri», il silenzioso. Silenzioso in parole lo era, ma loquace nelle sue opere create con fine conoscenza tecnologica e gusto artistico. Un trio favoloso mutò la realtà dell’Igembe: padre Soldati, padre De Col e fratel Argese.

Un’altra difficoltà con cui cimentarsi era la coltivazione della miraa. Foglie narcotiche la cui masticazione, nel passato, era privilegio degli anziani, ma poi divenuta di consumo comune e merce di mercato. Se la miraa era una fonte di introito, era pure causa di intorpidimento mentale che impediva lo sviluppo e generava problemi famigliari, sociali, e di salute. Padre De Col più volte esprimeva sofferenza per questa realtà diffusa. Tuttavia, non si arrendeva, avvertiva, richiamava.

Nel 1990 rientrò in Italia: quattro anni a Bevera, trenta in Casa Madre, uno ad Alpignano. Indubbiamente il suo cuore sempre pulsava missione. Della sua presenza in Casa Madre menziono solamente due attività: seguire gli «Amici Missioni Consolata» e altri gruppi, e accompagnarli nelle missioni, specialmente in Kenya, dove conosceva persone e posti. Con il suo consueto brio li educava e animava alla missione. Con questa attività si fece centinaia di amici e conoscenti con i quali teneva cordiali rapporti. Era la sua nuova missione: ascoltare, contattare, essere contattato. Che fosse molto conosciuto e benvoluto lo ha attestato la larga partecipazione alla recita del Rosario, e più ancora all’Eucaristia esequiale il giorno seguente. Questa è stata presieduta da monsignor Virgilio Pante, vescovo emerito di Maralal, e concelebrata da 27 missionari. Padre Pietro Demaria ha fatto l’eulogia, e dopo la comunione ci sono state tre testimonianze. Più che vero il versetto cantato: «Quando busserò alla tua porta, avrò amato tanta gente e avrò amici da ritrovare». Tantissimi! Conscio di questo era stato lui stesso ad esprimere il desiderio che il funerale fosse celebrato al santuario di san Giuseppe Allamano di cui era stato rettore per dieci anni.

Alla fine di febbraio del 2025 era caduto: frattura, ospedale, fisioterapia. Non potendo essere propriamente aiutato in Casa Madre, era stato destinato ad Alpignano. Con sofferenza e sacrificio si era arreso alla realtà. Alla sua morte aveva 98 anni e mezzo. A chi gli augurava di arrivare ai 100 diceva di non desiderarlo. Ultimamente per un periodo ebbe un torpore mentale, ma poi si riprese. Chi lo visitò gli ultimi giorni, e persino l’ultimo, lo trovò vispo e colloquiante. Tuttavia, il giorno prima telefonando lui stesso a una conoscente disse: «È giunta l’ora». Mera espressione rituale o sensazione vera?

Fino al 2025 era attivo. A chi gli consigliava di rallentare il passo replicava: «Ma ci sono ancora tanti progetti da portare avanti». Ora e per l’eternità l’unico progetto è lodare il Signore.

Recita Sant’Agostino: «È questa la vita che dobbiamo sospirare.
– E continua: –
Quaggiù si brama, lassù si consegue.
Qui si sospira, là si gode.
Qui si prega, là si cantano lodi.
Qui si geme, là si esulta».

Caro Padre Adolfo sei stato instancabile. Ora riposa, godi, esulta, loda. Noi, tantissimi, ti siamo grati per averci arricchiti con la tua umanità, esempio, e vita.

padre Giuseppe Inverardi, Torino, 12/05/2026

Padre De Col all’Equatore nel 2012 con amici
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