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Scuola, Patria e armi

Una scuola diseducativa tra armi e divise

Le Forze armate e le aziende produttrici di armi sono sempre più presenti nelle scuole italiane sotto forma di danarose agenzie formative. Militari nelle classi, bambini e ragazzi in caserme, in impianti produttivi, alle parate, armi in pugno. Mentre i fondi per la didattica della democrazia sono sempre meno.

«In Europa ci siamo seduti pensando che la pace fosse gratis. Non facciamoci ingannare da chi contesta la spesa militare. La pace va difesa, non è gratuita. Per farlo bisogna investire in un sistema che incuta timore a chi ci aggredisce».

Non stupisce che a proferire queste parole, il 2 febbraio scorso, sia stato Roberto Cingolani, odierno amministratore delegato di Leonardo spa, multinazionale italiana produttrice di armamenti, senior board director del Nato innovation fund ed ex ministro della Transizione ecologica del Governo Draghi. Inquieta, però, che lo abbia fatto davanti a centinaia di studenti di quattro licei romani, in occasione di un incontro di promozione delle discipline Stem (science, technology, engineering, mathematics).

Passi nel futuro (di guerra)

Per la diffusione delle discipline scientifiche tra le nuove generazioni, Leonardo investe da tempo ingenti risorse finanziarie. Dal settembre 2021, ad esempio, il programma di formazione digitale «StemLab, un passo nel futuro», che fornisce materiale didattico agli insegnanti di tutta Italia, ha raggiunto decine di migliaia di studenti delle scuole secondarie di secondo grado.

«A scuola di Stem» è il programma di formazione su intelligenza artificiale, robotica, droni e cyber security che la Fondazione Leonardo promuove per «valorizzare il talento, la creatività e l’interesse» su questi temi tra gli studenti di età compresa tra gli 11 e i 18 anni, con tanto di video lezioni e concorsi a premi per lo sviluppo di progetti sperimentali.

A rendere ancora più evidente il matrimonio tra il mondo della scuola e la grande azienda produttrice ed esportatrice di armi, c’è il liceo digitale presso l’Istituto Carlo Matteucci di Roma, avviato nell’anno scolastico 2022-23 dal ministero dell’Istruzione in sinergia con Leonardo e la sua fondazione.

«Il liceo intende sviluppare le competenze digitali e di innovazione in maniera trasversale», si legge nella brochure del Matteucci. «Lo studente avrà solide conoscenze e competenze tecniche (matematiche ed informatiche), integrate e armonizzate da conoscenze umanistiche (filosofiche e artistico letterarie)».

Il piano di studi prevede l’introduzione nel primo biennio dell’intelligenza artificiale con la presenza in sede di esperti di Leonardo. Nei restanti tre anni, gli studenti sono coinvolti in progetti di ricerca e stage presso le sedi e gli stabilimenti del gruppo militare industriale.

A scuola di droni intelligenti

A inizio anno scolastico, lo Stato maggiore dell’Aeronautica militare in collaborazione con l’Ufficio scolastico della regione Lazio ha bandito un concorso per gli studenti degli Istituti aeronautici e delle secondarie di secondo grado, dal tema «L’Aerospazio: tecnologia, passione, competenze e professionalità al servizio del Paese nell’era della intelligenza artificiale».

«Le classi – si legge nel bando – potranno presentare i loro elaborati optando tra due aree (quella storico culturale e quella scientifico tecnologica), seguendo le indicazioni e gli orientamenti dell’Aeronautica militare che emergeranno da incontri presso importanti reparti di volo o altre realtà storiche della Forze armate e centri di ricerca nazionali, nonché attraverso il coinvolgimento di realtà aziendali del settore aerospazio (Leonardo, Avio aereo, Thales Alenia space)».

Droni «intelligenti», cyber space, satelliti, caccia di sesta generazione e tecnologie quantistiche sono i temi chiave su cui articolare i curricula formativi, con particolare enfasi sui velivoli senza pilota, «piattaforme leggere e versatili che rappresentano l’integrazione evoluta di intelligenza artificiale».

Scuola (dis)educativa

I programmi di Leonardo destinati agli studenti delle medie inferiori e superiori e il concorso dell’Aeronautica pro-militarizzazione dello spazio sono due esempi emblematici. La scuola italiana sta abdicando alle proprie funzioni educative, e consente alle Forze armate e ai produttori di armi di occupare ogni sfera della didattica per fini apertamente in contrasto con i valori costituzionali della difesa delle libertà, della democrazia, della giustizia sociale e della pace su cui si dovrebbe fondare l’istruzione pubblica.

Da più di vent’anni nelle scuole italiane si sperimentano percorsi formativi del tutto subalterni agli interessi politico militari dominanti. Si tratta di un processo di militarizzazione delle istituzioni scolastiche che si è sviluppato contemporaneamente alla privatizzazione e precarizzazione del sistema educativo. Con sempre maggiore frequenza, si assiste a «gite» di scolaresche in caserme, installazioni radar e telecomunicazioni, porti, aeroporti e poligoni.

Gli studenti assistono a cerimonie, parate militari e mostre delle più moderne tecnologie di distruzione.

Ci sono poi le attività didattico culturali affidate a militari (su temi che spaziano dalla lettura e interpretazione della Costituzione e della storia, all’educazione ambientale, alla salute, alla lotta alla droga e alla prevenzione dei comportamenti classificati come «devianti», bullismo, cyberbullismo, ecc.); i cori e le bande formate da studenti e soldati; gli stage formativi e le attività di alternanza scuola lavoro a fianco dei reparti d’élite delle Forze armate o nelle aziende produttrici di armi.

Parata del 4 novembre al comune di Sezzadio (via FB)

Patria e armi

A legittimare il sempre più asfissiante modello «istruzione caserma» è giunta la legge n. 27 del 1° marzo 2024 che ha istituito la «Giornata dell’unità nazionale e delle Forze armate» per il 4 novembre, anniversario della fine della Prima guerra mondiale, una delle più sanguinose carneficine della storia.

«Per celebrare la Giornata […] gli istituti scolastici di ogni ordine e grado possono promuovere e organizzare cerimonie ed incontri sui temi della difesa della Patria, nonché sul ruolo delle Forze armate nell’ordinamento della Repubblica», si legge all’art. 2 della legge.

«Al fine di sensibilizzare gli studenti sul ruolo quotidiano che le Forze armate svolgono per la collettività – prosegue il testo con un mix di pericolosa retorica bellicista e falsità storiche – […], le iniziative degli istituti scolastici sono volte a far conoscere le attività alle quali esse concorrono nell’ambito del servizio nazionale della protezione civile, per fronteggiare situazioni di pubblica calamità e di straordinaria necessità e urgenza, in ambito umanitario, in caso di conflitti armati e nel corso delle operazioni di mantenimento e ristabilimento della pace e della sicurezza internazionale, e negli ambiti di prevenzione e di contrasto della criminalità e del terrorismo nonché di cura e soccorso ai rifugiati e ai profughi».

Vietato il pensiero critico

Per contrasto, se qualcuno in ambito scolastico prova a stigmatizzare la presenza delle divise nelle aule, e promuovere attività di educazione alla pace, rischia di incorrere nella censura e nella repressione da parte dei vertici dell’Istruzione.

È quanto accaduto a fine ottobre 2025, proprio alla vigilia delle «celebrazioni» per il 4 novembre, al convegno formativo per il personale scolastico dal titolo «La scuola non si arruola», promosso dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università – sorto per denunciare il connubio istruzione-Forze armate – e dal Cestes – Centro studi trasformazioni economico sociali.

A quattro giorni dall’evento, quando le iscrizioni sulla piattaforma del ministero dell’Istruzione erano già oltre un migliaio, il corso è stato soppresso d’autorità. «L’iniziativa non appare coerente con le finalità di formazione professionale del personale docente presentando contenuti e finalità estranei agli ambiti formativi riconducibili alle competenze professionali dei docenti, così come definite nel Ccnl scuola e nella Direttiva 170/2016», spiegava in nota il ministero.

«Per la prima volta – ha prontamente denunciato l’Osservatorio – si vieta in Italia un corso su tematiche giudicate non formative mentre vengono celebrate pagine nostalgiche e di mero revisionismo storico attraverso le rievocazioni delle guerre mondiali nel secolo scorso».

«Allo stesso tempo si verifica l’ennesima contrazione degli spazi di libertà e democrazia. Le mobilitazioni e gli scioperi di questi ultimi mesi, a partire dall’iniziativa del minuto di silenzio per Gaza il primo giorno di scuola, hanno subito evidenti tentativi di boicottaggio e intimidazione tramite comunicazioni riservate degli uffici scolastici, delegittimazione dei collegi docenti, precettazioni».

Un frame del servizio di TeleIschia sul «villaggio dell’Esercito» allestito a Napoli nel novembre 2025.

Scuole in libertà vigilata

Da allora non si contano gli incontri e i dibattiti sul genocidio in Palestina vietati o soppressi nelle scuole di ogni ordine e grado.

A dicembre insegnanti e studenti di 500 scuole, aderendo a una proposta didattica di «Docenti per Gaza», hanno partecipato a una lezione online con la relatrice Onu Francesca Albanese sulle condizioni disumane che caratterizzano la vita di centinaia di migliaia di palestinesi, in buona parte minori.

A seguito della denuncia di alcuni parlamentari del centrodestra, sette istituti sono stati oggetto di ispezioni ministeriali con tanto di «interrogatori» di dirigenti, docenti e alunni.

Ad oggi le ispezioni non hanno prodotto alcun effetto, ma in tutta Italia è in atto una campagna mediatica contro le scuole attente ad analizzare la drammaticità dei conflitti in atto.

Di conseguenza, cresce il clima di paura tra presidi e docenti. Con frequenza sempre maggiore si sceglie l’autocensura e la rinuncia alle attività già programmate, specie se legate alla questione palestinese.

A rendere ancora più evidente l’attacco delle forze di governo alla libertà di insegnamento garantita dalla Carta costituzionale, si è aggiunta la presentazione di disegni di legge da parte di parlamentari di maggioranza e opposizione che equiparano l’antisionismo all’antisemitismo. Inoltre, impongono alle scuole obblighi formativi su cultura ebraica, Israele e antisemitismo con pesanti sanzioni, compreso il licenziamento, per i docenti «disobbedienti».

L’8 gennaio 2026, al rientro dalle vacanze di Natale, i dirigenti degli istituti romani hanno trovato sul tavolo una nota dell’Ufficio scolastico territoriale che, su indicazione del ministero, li invitava a «rilevare» gli alunni palestinesi iscritti e frequentanti nell’anno scolastico in corso. Top secret le motivazioni. Un censimento che ha riportato alla memoria quanto avvenne nelle scuole dell’Italia fascista con l’adozione delle leggi razziali.

Dopo le più che motivate proteste di tanti educatori, il ministero dell’Istruzione ha spiegato che la «rilevazione è stata avviata allo scopo di favorire il pieno inserimento scolastico degli studenti palestinesi».

Peccato che nessuna azione di «accoglienza» e «integrazione» sia stata programmata dalle autorità ministeriali, né siano stati previsti finanziamenti ad hoc, come invece era avvenuto con gli studenti provenienti dall’Ucraina dopo l’invasione russa del febbraio 2022.

Cultura della difesa anziché della pace

Studenti con un cartellone alla parata militare del 4 novembre a Frascati (Roma).

Il processo di militarizzazione ha purtroppo investito tutte le scuole. Da quelle dell’infanzia (bambini di 3-5 anni coinvolti in attività «ludiche» nelle quali manipolano mitra e pistole, o simulano le manovre di carri armati e cacciabombardieri) a quelle secondarie di secondo grado, in qualsivoglia realtà territoriale e in modo indipendente dalla vicinanza o meno di infrastrutture o industrie belliche.

Va poi specificato che le partnership scuola-caserma non sono assolutamente «estemporanee». Al contrario, si tratta di un processo definito in ogni dettaglio dagli apparti militari con obiettivi e finalità «pedagogiche» in linea con lo stato di guerra permanente che ormai investe il pianeta dalla prima guerra del Golfo (agosto 1990-febbraio 1991) in poi.

Il connubio tra istituzioni scolastiche e apparato militare è stato avviato in Italia perlomeno dalla fine degli anni Novanta ed è stato formalizzato nel settembre 2014 con la firma di un protocollo d’intesa tra le allora ministre all’Istruzione, Stefania Giannini, e alla Difesa, Roberta Pinotti. L’accordo, finalizzato all’approfondimento della Costituzione italiana e dei principi della Dichiarazione universale dei diritti umani in riferimento all’insegnamento di cittadinanza, ha consentito di attivare nelle scuole un «focus sulla funzione centrale che la “cultura della difesa” continua a svolgere a favore della crescita sociale, politica, economica e democratica del Paese».

Con una circolare del 15 dicembre 2015, il ministero dell’Istruzione, allora Miur, ha elencato i percorsi progettuali da affidare alle Forze armate contemplando quasi tutte le discipline: dalla storia alle scienze, dalle nuove tecnologie al diritto, dallo sport alla geografia politica, ecc.

Ulteriore enfasi a favore della diffusione tra le nuove generazioni della «cultura della difesa» è stata espressa nella primavera 2023 dal ministro Guido Crosetto: nello specifico è stato creato un comitato think tank con quattordici consulenti per il suo «sviluppo e valorizzazione». «Si tratta di un tavolo attorno al quale rappresentanti del mondo militare e del mondo civile – dal sistema universitario all’industria di settore, dall’ambiente alla cultura e all’informazione – costruiranno un dialogo serrato, essenziale per consentire alla Difesa di essere sempre un passo in avanti in risposta ai repentini cambiamenti imposti dalla costante evoluzione dei mezzi di comunicazione e anche dall’attuale e sempre più complesso quadro geostrategico», ha spiegato Crosetto.

il libro di Antonio Mazzeo sul processo di militarizzazione delle scuole italiane

«Inizia un percorso di contaminazione biunivoca e virtuosa con l’obiettivo di promuovere le capacità e i valori delle Forze armate […]. Occorre divulgare che gli investimenti in ricerca e sviluppo nel settore risultano fecondi non solo per la Difesa sotto il duplice profilo dell’operatività dello strumento militare e dello sviluppo industriale, ma anche per il sistema Paese in termini di incremento dei livelli occupazionali, di sviluppo complessivo del sistema industriale, di leadership tecnologica, di incremento della crescita e dunque delle entrate».

La campagna di promozione della cultura della difesa tra studentesse e studenti è stata «arricchita» dall’impronta ideologica che sta marcando la scuola italiana negli anni del governo Meloni. «Adottando la formula “ministero dell’Istruzione e del merito” – denuncia l’Osservatorio contro la militarizzazione di scuole e università – si è inteso cancellare il servizio pubblico a favore di una meritocrazia fittizia, per promuovere una scuola che non considera le differenze socioeconomiche ed è sempre più lontana dal tutelare uguaglianza e diritti».

«Con Giuseppe Valditara si afferma una scuola che privilegia la conoscenza dell’Occidente rispetto alle altre civiltà e che nega la società inclusiva ed interculturale piegandosi ad una visione bellicista. Ecco allora le nuove “Linee guida per l’insegnamento dell’educazione civica”, le “Indicazioni 2025 per la scuola dell’infanzia e del primo ciclo” (bocciate dal Consiglio di stato per forma e contenuto), il voto in condotta, il divieto dei cellulari, i tentativi di censura dei libri di testo e dei singoli insegnanti, l’introduzione del codice disciplinare e di condotta».

Si profila una scuola sempre più autoritaria e verticistica che riduce a vista d’occhio gli spazi di libero confronto e che giura cieca fedeltà ai signori del pianeta e della guerra.

Una scuola che va alla guerra mentre la guerra mondiale a pezzi annunciata da papa Francesco si ricompone in un unico conflitto globale e totale che rischia di cancellare ogni forma di vita nel pianeta.

Antonio Mazzeo*

* Insegnante di Messina, attivista per la pace e i diritti umani, giornalista su disarmo, conflitti, ambiente, mafie. È uno dei fondatori dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università.
osservatorionomilscuola.com

Giovani guardano un militare a Firenze. Foto in CC via flickr.

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