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Grandi occhiali dalla montatura nera. Capelli lunghi, mossi, raccolti dietro la testa. Anch’essi nero corvino. Indossa un maglione di pile blu scuro con zip, e una sciarpa multicolore. Quella usata spesso dal suo «mentore» padre Alex Zanotelli, il noto missionario comboniano. Antonietta Pignataro ha un sorriso largo e due occhi scuri che puntano senza esitazione in quelli dell’interlocutore.
Da più di vent’anni, da quando lei ne aveva poco meno di 50, è innamorata del Kenya, Paese nel quale trascorre oramai la gran parte del suo tempo al servizio delle persone che incontra.
È di Mesagne, provincia di Brindisi, ma la incontriamo a Torino durante uno dei suoi brevi periodi in Italia. È stata chiamata da amici scout per farle raccontare ad alcuni giovani la sua esperienza, e abbiamo l’occasione di parlare un po’ con lei.

«Sono una capo scout», inizia. «La mia storia con l’Africa è cominciata dopo aver incontrato Alex (Zanotelli, ndr). Era il 2003. Io facevo l’agente di commercio nel settore dell’abbigliamento, ed ero molto attiva con gli scout e con le comunità straniere. Lui era in Puglia per un’attività regionale dell’Agesci (Associazione guide e scouts cattolici italiani), e mi ha parlato di Korogocho dove lui aveva vissuto per diversi anni, lo slum (baraccopoli, ndr) di Nairobi costruito in parte sopra un’immensa discarica e abitato oggi da più di 100mila persone.
Dopo quell’incontro, ho proposto ai ragazzi del mio gruppo di partire. Ci siamo preparati, e siamo andati nel 2005».
Antonietta racconta che i ragazzi erano dieci, tra i 18 e i 21 anni. «Quando siamo arrivati a Korogocho mi è successo qualcosa. Non so. È stata un po’ la mia strada verso Damasco».
Racconta il suo impatto con la povertà: «Gli odori, il fumo, i vicoli, la discarica, la fogna a cielo aperto»; e con la gente: «Un giorno c’era un ragazzo che batteva i pugni sulla porta della sua baracca. Voleva entrare, perché dentro c’era suo fratello: qualcuno gli aveva sparato, ma non gli aprivano. Mi sono domandata: come si fa a vivere in un posto così? Come si fa a non diventare criminali? E questa cosa mi ha messo in crisi. Poi, padre Daniele Marescotti ci ha portati dai ragazzi dello slum che frequentavano la parrocchia».
Antonietta racconta di un ragazzo che faceva parte del gruppo, ma stava sempre in disparte. «Aveva 17 anni. Tutti i giorni io lo guardavo e lui mi guardava, però non parlavamo. Poco prima di partire, mi sono avvicinata e gli ho detto: “Senti, noi due non abbiamo parlato, ma ho l’impressione che ci siamo detti molto. Questa è la mia mail. Se vuoi, scrivimi”. Dopo due mesi, mi ha scritto. Si chiamava Longinos Nagila. Si è scusato per non essere stato accogliente e mi ha raccontato che, quando noi eravamo a Korogocho, lui soffriva molto e non riusciva a incontrare le persone come avrebbe voluto».
A quel punto Antonietta ha deciso di ripartire: «Dovevo capire meglio», ci dice. «Quando mi ha rivisto, mi è corso incontro e mi ha detto: “Non ci credo che sei tornata”. Ci siamo abbracciati e abbiamo parlato. Longinos non aveva più i genitori e non aveva prospettive. Perciò è cominciata l’avventura del sostegno a distanza, inizialmente per aiutare lui, poi per aiutare anche molti altri ragazzi dello slum: uno è diventato un ottico, uno insegnante, uno tecnico di computer. Alcuni lavorano nel turismo.
Anche Longinos ha realizzato il suo sogno: ha fatto l’accademia di belle arti, ed è diventato artista. Ha fatto già mostre in Italia, in Svezia, nei paesi arabi, in Inghilterra. Per le mie figlie, Gioia e Francesca, Longinos è diventato come un fratello».

Da quel primo viaggio nel 2005, Antonietta ha fatto del Kenya la sua seconda casa. Negli anni, la frequenza dei suoi viaggi e la loro lunghezza sono aumentate. Tanto che oggi trascorre più tempo lì che a Mesagne: «Alterno circa 10 mesi in Kenya e due in Italia ogni anno».
Ha fondato l’associazione Huipalas in Italia e, grazie all’aiuto di Longinos, Huipalas Kenya. Ha sostenuto molti bambini in stato di semi abbandono tramite adozioni a distanza. Ha creato un gruppo scout, chiamato «Huipalas Koch open troop», che ha coinvolto da subito un centinaio ragazzi di Korogocho.
Il gruppo, integrato nell’Agesci keniana, affitta la sua sede a poca distanza dallo slum, in un contesto non degradato che consente ai ragazzi di incontrarsi, partecipare a workshop o training di formazione, attivare loro stessi laboratori di arte, musica, grafica, filmmaking, e così acquisire anche competenze utili per un futuro lavoro.
Nel 2011, poi, Antonietta ha acquistato il terreno sul quale avrebbe fondato il «Kijiji village», a 120 km a sud est di Nairobi, sulla strada per Mombasa, vicino al villaggio di Emali.
Lo scopo era quello di dare vita a un’attività economica che potesse sostenere il lavoro portato avanti a Korogocho.
Un po’ per volta, il progetto ha preso forma facendo nascere una fattoria in cui vengono prodotti frutta e ortaggi biologici, un piccolo ristorante, una bakery e una casa di accoglienza per gruppi e per turisti, un laboratorio per la trasformazione della frutta e per produrre salse.
Kijiji village ha portato acqua in un territorio arido, ha piantato 20mila alberi, costruito un impianto di energia solare e serbatoi d’acqua. Oggi dà lavoro a 20 persone del luogo. In più, con i ricavi, sostiene le attività per i ragazzi di Korogocho.
«Il nome dell’associazione, Huipalas, richiama il nome della sciarpa che indosso – ci dice Antonietta -. Quando me l’ha donata, padre Alex mi ha detto: “Adesso che hai conosciuto i poveri, ricordati che non ti lasceranno dormire”. E così è stato. Huipalas è la bandiera dei popoli indigeni andini: diversi colori intessuti tra loro con un unico filo rosso. Nessuno prevale sull’altro, ma tutti si integrano. “Kijiji”, invece, in swahili significa semplicemente “villaggio”».
Tutte le estati Kijiji diventa la meta dei ragazzi del gruppo scout di Korogocho, che ci vanno per i loro campi. Oltre agli scout dello slum, Kijiji ospita anche altri gruppi, sia del Kenya che dell’Italia.
Quando sta in Kenya, Antonietta risiede a Kijiji, dove cerca di far crescere le competenze delle persone che ci lavorano con l’obiettivo di lasciare poi a loro la gestione di tutto.
«Noi vogliamo coinvolgere anche i contadini locali per aiutarli a liberarsi dal peso di dover comprare le sementi, spesso transgeniche, e i pesticidi.
Siamo in contatto con un’associazione di Nairobi che distribuisce i semi di alberi indigeni. Hanno scelto di portare i semi a Kijiji, e noi li distribuiamo, ad esempio ai Maasai per rimboschire la zona e contrastare la desertificazione».
Il contesto in cui sorge il Kijiji village è rurale. «C’è Mombasa road che taglia in due il territorio – spiega -. Da una parte ci sono i Maasai (nomadi pastori), dall’altra ci sono i Kamba (agricoltori). Emali è un paese nato sulla strada, dalle esigenze dei camionisti che spesso provengono dall’Uganda per portare merci al porto di Mombasa, e dei turisti. La sua popolazione è molto variegata e ha molte problematiche: dipendenze, prostituzione. Si sono riunite persone di varie provenienze ed etnie, perché lì ci sono possibilità di lavoro. C’è un certo sviluppo, però il contesto sociale è compromesso. Nella parte del territorio maasai si sta creando un piccolo slum».

Antonietta parla volentieri dei progetti che ha realizzato e di quelli che sta realizzando. Le chiediamo qual è il suo sogno per il futuro.
«Spero di riuscire a rendere autosufficiente il Kijiji village, spero di lasciarlo in mano a qualcuno di locale. L’associazione oggi è guidata da me, da Longinos e da Philippe, un altro storico collaboratore, ma tutti e tre abbiamo dato le dimissioni perché vogliamo che entrino a gestirla i tre ragazzi che seguono gli scout a Korogocho.
Quando ho iniziato, il mio sogno era più forte di me. Sentivo di dover fare ogni cosa possibile.
Ora sono grata per il percorso fatto. Ogni persona ha aggiunto qualcosa. Se incontro qualcuno posso illuminare la sua vita, e lui può illuminare la mia. È stato sempre così per me».
Luca Lorusso

Antonietta ha scritto un libro uscito per le edizioni Kurumuny nel 2021. Si intitola «La luna c’è sempre». È grazie alla vendita di 4mila copie di questo volume che l’associazione è riuscita a coprire una quota significativa degli investimenti fatti nel Kijiji village.
«Il libro racconta in modo romanzato un incontro che ho vissuto molti anni fa con una mamma prostituta che abitava in una baracca nello slum di Huruma, vicino a quello di Korogocho. Sua figlia era nel nostro gruppo scout. Aveva scoperto il lavoro della mamma e voleva andare via di casa, perché non sopportava più di rimanere da sola di notte con le sorelline, e non voleva più vedere la madre. La donna era venuta a trovarci nella nostra sede per raccontarci tutto e chiederci aiuto. Alla fine del suo racconto, avevo le mani piene delle sue lacrime.
La luna del titolo fa riferimento all’idea che le persone che incontriamo ci danno la possibilità di illuminare la parte nascosta di noi».
L.L.