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Colombia. Una pace (poco) disarmata

Un passo avanti e uno indietro  

In varie regioni colombiane diversi gruppi di narcoguerriglieri continuano a spadroneggiare. Mentre il processo di pacificazione, iniziato nel 2016, prosegue con lentezza, a maggio si terranno le elezioni presidenziali. Abbiamo chiesto a tre missionari e un vescovo che lavorano in loco di raccontarci la situazione.

L’attrattiva dei ribelli

di Angelo Casadei

Solano. Noi missionari della Consolata arrivammo qui, nella foresta amazzonica colombiana, nel lontano 1951, accompagnando le varie ondate della colonizzazione. Tra le più disastrose ci fu quella conosciuta come «bonanza», termine usato per indicare il boom della coltivazione della foglia di coca e la conseguente produzione di cocaina, che sarebbe presto divenuta la motivazione principale (quando non l’unica) della guerra.

Negli anni Settanta e Ottanta e fino agli anni Novanta, la guerriglia fu soprattutto quella dell’M19. In seguito, presero il sopravvento i ribelli delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (in sigla, Farc-Ep).

Nelle fila di questi gruppi entrarono anche molti giovani del nostro territorio: persone che erano state formate nelle nostre scuole e che spesso avevano partecipato alla vita delle parrocchie. Pur vedendo nel missionario una figura importante, interessata ad aiutare i contadini, all’educazione della gioventù e preoccupata per le persone più vulnerabili, questi giovani avevano toccato con mano il poco interesse dello Stato e la tremenda corruzione dei governanti, a livello centrale e locale. In questa situazione, i ribelli sono riusciti a governare il territorio tramite la forza, finanziandosi con il narcotraffico e le tangenti. Nel tempo, hanno preso in mano l’ordine pubblico con proprie norme per le quali la «giustizia» veniva imposta attraverso minacce, punizioni e anche condanne a morte. 

Poi, finalmente, è arrivata la svolta. Dopo decenni di guerra civile, nel 2016, è stato firmato un accordo di pace tra le Farc e il Governo colombiano. Purtroppo, però, nelle nostre zone e in vari dipartimenti hanno iniziato a operare diversi gruppi dissidenti (vedi tabella), cioè tutti quei guerriglieri che non hanno accettato di deporre le armi.

Solano (foto Angelo Casadei)

Da sempre, qui tutti pagano una tassa (tangente) alla guerriglia. Oggi ci sono commercianti e contadini obbligati a pagarne due, essendo due i gruppi che si contendono il territorio. Lo scorso Natale il gruppo della dissidenza Iván Mordisco (fronte Carolina Ramírez, blocco Amazonas) ha impedito la circolazione nel fiume e nei vari affluenti (faccio notare che, per questo territorio, i fiumi sono l’equivalente delle strade) a causa di uno scontro con l’altro gruppo guerrigliero, il fronte Calarcá guidato da Alexander Díaz Mendoza.

Così, abbiamo vissuto il periodo natalizio tra due fuochi. Da una parte il fronte Carolina Ramírez obbligava a non muoversi perché il fronte oppositore non si confondesse con la popolazione, dall’altra il fronte Calarcá comunicava l’opposto («Potete muovervi senza problema»), accrescendo la paura e l’incertezza. Pure l’esercito regolare invitava a muoversi, sostenendo che la sua presenza era massiccia, senza però convincere la popolazione. Da esperienze precedenti, le persone sapevano che non si può proteggere a tappeto il percorso del fiume Orteguaza da Solano a Puerto Arango (Florencia) per una lunghezza di 180 chilometri.

Nonostante la situazione così complessa, nel corso degli anni sono stati portati avanti molti tentativi di pace, ma sempre con pochi risultati, anche perché vi sono troppi nodi irrisolti a livello storico, politico, sociale.

Come Chiesa locale del vicariato apostolico di Puerto Leguizamo Solano e della parrocchia di Solano (Caquetá), noi abbiamo sempre cercato di accompagnare la popolazione dell’Amazzonia colombiana in tutte le dimensioni, religiosa, sociale e anche politica.

In alcuni momenti siamo stati costretti a parlare e agire in modo forte per far rispettare i diritti della persona, in particolare il rispetto della vita.

Abbiamo avuto missionari e vescovi che hanno mediato con i gruppi armati e con l’esercito regolare per liberare persone sequestrate o condannate a morte.

Ancora oggi, la presenza del missionario è una garanzia per la popolazione locale e ciò indipendentemente dal credo o dall’ideologia.

Quando il missionario (o la missionaria) visita i villaggi, le persone chiedono sempre: «Padre, quando ritorni da noi? Torna presto. Non lasciarci soli». Solano, dove vivo, è un paesino di quattromila abitanti. Camminando per le sue vie, tutti ti salutano. Le persone si siedono fuori dalle case o sotto un albero, perché il sole tropicale scalda le lamiere che coprono i tetti delle abitazioni e all’interno il calore è insopportabile. A Solano c’è povertà, ma anche molta solidarietà. Per questo, nonostante tutti i problemi, io mi sento a casa.

Angelo Casadei

Comunità sotto assedio

 di Luis Emilio Jiménez Chanci

Puerto Betania. La guerra fratricida che la Colombia sopporta da oltre 70 anni continua a colpire i territori di Caquetá e Putumayo, dove i missionari della Consolata rimangono un segno di consolazione e speranza per numerose comunità.

A nove anni dalla firma dell’accordo di pace tra lo Stato colombiano e le ex Farc-Ep, in vaste zone del Paese operano gruppi dissidenti. Questi non solo hanno resistito, ma si sono evoluti, espansi o frammentati. Fino alla fine del 2024, esistevano due strutture principali: lo Stato maggiore centrale (Emc), guidato da Néstor Gregorio Vera, alias Iván Mordisco, e composto da combattenti che non hanno mai firmato l’accordo; e la Segunda Marquetalia, guidata da Iván Márquez (ma con varie fratture interne). Questi gruppi armati hanno istituito tavoli di dialogo di pace con il governo di Gustavo Petro: lo Stato maggiore centrale (Emc), il 16 ottobre 2023 a Tibú, nel Nord di Santander; la Segunda Marquetalia, il 24 giugno 2024 a Caracas, in Venezuela.

Le divergenze tra i vertici dei ribelli in merito alla partecipazione ai processi di pace, insieme ai contrastanti interessi politici ed economici (controllo delle rotte del narcotraffico, attività mineraria illegale ed estorsione), hanno prodotto nuove frammentazioni.

Queste numerose e continue divisioni dimostrano che i processi di pace promossi dal Governo non solo generano opportunità di dialogo, ma anche fratture interne ai gruppi dissidenti.

Nell’aprile 2024, dallo Stato maggiore centrale (Emc) si è staccato lo Stato maggiore di blocchi e fronte (Embf), sotto la guida di Alexander Díaz, alias Calarcá Córdoba. Ciò ha portato a una guerra per il controllo del territorio, generando paura, ansia, abbandono, sfollamenti, desolazione e morte.

In diverse occasioni, le fazioni in lotta hanno imposto la chiusura di vie fluviali e terrestri, con gravi conseguenze economiche per le comunità più remote, già povere e impoverite.

Ad esempio, nel dicembre 2025, il gruppo guerrigliero sotto il comando di Iván Mordisco, ha realizzato uno sciopero armato (paro armado), impedendo il trasporto di cibo e gli spostamenti durante il Natale, un periodo di celebrazioni e riunioni familiari. Una decisione di questo tipo mette a rischio vite umane, sicurezza alimentare, dignità e onore delle persone.

A fronteggiare questa situazione, si sono trovati i missionari della Consolata presenti sul territorio e il vescovo Joaquín Humberto Pinzón Güiza (Imc). Questi ha diffuso un messaggio pastorale esortando tutti a «Sognare tempi di pace in Avvento». La sua voce profetica e la presenza confortante di tutti i missionari e degli agenti pastorali sono stati un segno eloquente che Dio cammina con il suo popolo nei momenti di dolore.

Il «grido della terra e dei poveri» continua a risuonare, affinché l’ascolto attento e la presenza attiva aiutino la speranza dell’Amazzonia a prevalere sul sangue delle vittime e sull’oscurità.

Luis Emilio Jiménez Chanci

3 febbraio 2026, incontro Gustavo Petro e Donal Trump (foto Presidencia de la República)

La Colombia e Donald Trump

di Gabriel Armando

Bogotà. La caduta di Nicolás Maduro per mano di Donald Trump ha dato origine a nuove narrazioni legate alla guerriglia, al narcotraffico e alle relazioni tra Stati Uniti e Colombia.

Alcuni hanno associato l’ex presidente venezuelano alla guerriglia colombiana (identificandolo come loro sponsor e protettore) e al narcotraffico (identificandolo come complice e facilitatore). In Colombia, si è accreditata l’idea che Maduro appartenesse al Cartel de los soles, una narrazione diffusa dagli Stati Uniti per giustificare la sua cattura (benché si ritenga che questa organizzazione in realtà non esista). Per molti colombiani, la caduta dell’ex presidente rappresenta un’opportunità nella lotta contro la guerriglia e il narcotraffico.

C’è poi la questione migratoria. Negli ultimi anni, la Colombia ha accolto un gran numero di migranti venezuelani. Molti colombiani hanno accettato questo fenomeno a causa della situazione in Venezuela. Ora, però, con la caduta e la cattura di Maduro, queste stesse persone ritengono che l’emigrazione venezuelana verso la Colombia non sia più giustificata. Ci sono stati persino colombiani che hanno invitato i migranti a tornare nel loro Paese, in nome dell’integrità e del benessere della Colombia e del suo popolo.

Ciò che è accaduto in Venezuela evoca inevitabilmente il passato degli Stati Uniti, in particolare la cosiddetta dottrina Monroe che reclama il dominio Usa sui Paesi dell’America Latina.

La reazione latinoamericana e colombiana a queste nuove pretese imperialiste è stata ambigua. Mentre alcuni le approvano e applaudono (soprattutto quelli di destra), altri le condannano e respingono con fermezza (soprattutto quelli di sinistra, incluso il presidente Gustavo Petro).

Per questa riedizione della dottrina Monroe e per l’azione militare in Venezuela, negli ultimi mesi del 2025 e a gennaio 2026, lo scontro verbale tra Colombia e Stati Uniti si era fatto particolarmente acceso con offese e minacce di Donald Trump a Petro. 

Tuttavia, il 3 febbraio, i due presidenti si sono incontrati alla Casa Bianca e, a quanto pare, sono riusciti ad appianare i contrasti.

In Colombia, le tensioni tra i due leader avevano generato preoccupazione e disagio.

Gabriel Armando

Periferia di Bogotà (AfMC)

«Parece que no aprendemos…»

di Joaquín Humberto Pinzón

Puerto Leguízamo. «Sembra che non impariamo mai…» dice José, membro di una comunità indigena sulle rive del fiume Caquetá, riferendosi al momento che stiamo vivendo. Situazioni che parevano superate stanno tornando. Certamente, i processi delle nostre comunità e dei nostri popoli sono ciclici: situazioni dolorose che abbiamo già vissuto si ripetono in un eterno ritorno, con sfumature nuove e forse più complesse, situazioni che, per le loro conseguenze dannose sulla vita, avrebbero dovuto essere ormai superate. Invece, continuiamo ad assistere, con dolore, al conflitto, allo sfollamento e alla violazione della nostra casa comune. Purtroppo, la guerra civile pare diventata parte del nostro paesaggio.

Chi di noi ha vissuto nel territorio durante il conflitto armato, prima del processo di pace, ricorda molti eventi che gli hanno causato tristezza e dolore. Pertanto, l’atmosfera dell’alba degli accordi del governo con le Farc nel 2016 sembrava un sogno, come dice il salmo: «Allora la nostra bocca si riempì di sorriso e le nostre labbra di canti di gioia» (Salmo 126,2).

Siamo arrivati ​​a credere di aver superato un capitolo che non si sarebbe mai più ripetuto e che fosse giunto il momento di voltare pagina, che quei momenti duri del conflitto armato non sarebbero più tornati. Eravamo convinti che tanti anni di guerra nel nostro territorio sarebbero rimasti solo un ricordo nei libri di storia.

Purtroppo, però, ciò che stiamo vivendo ora conferma la nostra affermazione iniziale: «Sembra che non impariamo mai». Eventi come minacce, violenza, morte e coercizione della popolazione si stanno ripetendo, come abbiamo sperimentato lo scorso dicembre durante lo sciopero armato. Tutto ciò ci porta a credere che siamo ben lontani dal superare il conflitto armato che ha causato tanto male in passato e ancora oggi continua a causarlo.

Gli effetti della guerra non risparmiano nemmeno la nostra casa comune, che consideriamo nostra madre e sorella. Come già aveva constatato il documento finale del Sinodo per l’Amazzonia (Querida Amazonia) dell’ottobre 2019: «L’Amazzonia oggi è una bellezza ferita e deformata, un luogo di dolore e violenza. Gli attacchi contro la natura hanno conseguenze per la vita dei suoi popoli» (QA 10).

Vediamo questa triste realtà riflessa nel nostro contesto. La deforestazione per colture illecite continua senza sosta. Nel frattempo, l’aumento dell’attività mineraria nei fiumi riempie di inquinamento e morte corsi d’acqua che sono vitali per il territorio e la sua gente. La spinta all’estrazione mineraria non conosce né limiti né controlli e provoca impatti disastrosi sull’ambiente e, di conseguenza, sulle persone che vivono lungo i fiumi della foresta pluviale.

Con preoccupazione, osserviamo come ci stiamo allontanando sempre di più dal sogno ecologico proposto da papa Francesco nella Querida Amazonía: «Sogno un’Amazzonia che custodisca gelosamente la travolgente bellezza naturale che la adorna, la vita traboccante che riempie i suoi fiumi e le sue foreste» (QA 7).

Un’analisi del contesto globale di questi anni mette in luce la resilienza del territorio e della sua gente che, lungi dal cedere, continua a lottare per una vita buona e resiste con gesti di gentilezza per un futuro migliore.

È la stessa speranza che il Maestro di Galilea semina nei suoi discepoli quando propone loro la piccolezza e la grandezza del Regno, riflessa nella vitalità del seme: «Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra. Dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce, anche se egli non sa come» (Marco 4,26-27).

Con fede e fiducia continuiamo a credere che la strada è coltivare la speranza. È seminare speranza per raccogliere vita abbondante per tutti.

Joaquín Humberto Pinzón

Gli autori

  • • Angelo Casadei, missionario della Consolata, da vent’anni in Colombia.
  • • Luis Emilio Jiménez Chanci, prete colombiano, postulante Imc.
  • • Gabriel Armando, mozambicano, missionario Imc, lavora a Bogotà.
  • • Joaquín Humberto Pinzón Güiza, vescovo del vicariato apostolico di Puerto Leguízamo Solano.
Solano (foto Angelo Casadei)
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