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Donald Trump l’aveva annunciato in campagna elettorale e l’ha confermato nel suo discorso tenuto il 4 marzo 2025 davanti al Congresso: avrebbe fatto qualunque cosa per demolire tutto ciò che ha il sapore di woke. E, per dimostrare fin dove è disposto a spingersi, il 6 febbraio 2026 ha pubblicato un post, elaborato dall’intelligenza artificiale, che rappresenta Barack Obama e la moglie Michelle nelle sembianze di scimmie. Benvenuti fra le bravate oscurantiste dell’uomo eletto per la seconda volta a presidente degli Stati Uniti d’America, il Paese da molti additato come faro della democrazia.

Prima che Donald Trump tornasse alla Casa Bianca, solo pochi in Italia conoscevano l’esistenza del termine woke e un numero ancora più piccolo era a conoscenza del suo significato politico. Da un punto di vista linguistico, woke è un’espressione dialettale delle comunità nere degli Stati Uniti, per indicare lo stato di veglia contrapposto a quella di sonno. Ma, come succede pure in italiano, sveglio ha anche un significato metaforico che indica la capacità di capire al volo la realtà. Come esortazione, poi, è un invito «a tenere gli occhi aperti, a stare all’erta».
L’espressione assunse connotati politici negli anni Trenta quando nove adolescenti neri di Scottsboro (foto pagina seguente), una cittadina dell’Alabama, finirono sotto processo con l’accusa di violenza sessuale nei confronti di due donne bianche. Il processo si concluse con un verdetto di colpevolezza e la condanna a morte di quasi tutti gli imputati. Ma, per come si era svolto il dibattimento, apparve chiaro a tutti che si era trattato di un processo farsa, animato solo da un intento punitivo di matrice razzista. In effetti, la giuria era formata solo da maschi bianchi ed erano state accettate per buone prove del tutto inconsistenti.
A seguito del processo si levarono molte proteste e il cantante nero Huddie Ledbetter – in arte Lead Belly – diede il proprio contributo componendo una canzone che invitava tutti i neri degli Stati Uniti a evitare l’Alabama. E, nel caso qualcuno non avesse potuto rinunciarvi, Lead Belly raccomandava di «essere woke», ossia di tenere gli occhi bene aperti per non incorrere in rappresaglie razziste. Così l’Alabama divenne l’emblema del razzismo e woke la parola d’ordine contro la discriminazione razziale.
Più tardi, attorno agli anni Settanta, il termine venne adottato anche dal movimento Lgbt che lottava per i diritti delle minoranze sessuali, e woke assunse il significato più ampio di opposizione a qualsiasi forma di discriminazione, sia essa razziale, sessuale, etnica, religiosa o sociale. Un’opposizione che, messa in positivo, si traduce nell’aspirazione a una società più giusta e più inclusiva, per cui woke è diventato sinonimo di parità, accoglienza, diritti.
Il primo grande successo del movimento woke si concretizzò nel 1964, quando venne emanato il Civil rights act. Il provvedimento, promosso da John F. Kennedy, ma firmato da Lyndon Johnson, metteva fuori legge qualsiasi forma di discriminazione attuata nei luoghi pubblici, nei posti di lavoro, nelle scuole.
La lotta alla discriminazione continuò nel 1965 con una legge che vietava qualsiasi pratica tesa a escludere dal voto chi aveva bassi livelli di istruzione o di reddito. Nell’ambito più specifico della discriminazione sessuale, nel 1993 venne votata una legge per mettere fine all’esclusione degli omosessuali dall’arruolamento nell’esercito, purché non manifestassero pubblicamente la loro tendenza sessuale. Ma, nel 2010, un provvedimento firmato da Barack Obama tolse anche questo vincolo, e l’esercito si aprì totalmente a qualsiasi orientamento sessuale.
Intanto, nel 2009, era stata emanata una legge contro i crimini animati da odio verso gay e transgender. Più tardi anche Joe Biden si spese a favore delle categorie più svantaggiate tramite l’emanazione di vari ordini esecutivi che non solo destinavano più fondi a senza casa, invalidi e senza reddito, ma obbligavano gli uffici e le agenzie federali a dotarsi di tutti gli strumenti necessari ad assicurare l’assunzione, la parità salariale e di carriera alle persone tradizionalmente discriminate su base razziale, sociale e sessuale.
Non a caso tali provvedimenti hanno preso il nome di Dei, acronimo di «diversità, equità, inclusione».
Appena tornato alla Casa Bianca, Donald Trump ha firmato tre ordini esecutivi, o meglio tre «contrordini», per annullare le iniziative di Biden, sostenendo – addirittura – che è discriminatorio cercare di favorire determinate categorie. Purtroppo, è stato solo l’inizio di un processo revisionista di proporzioni ben più vaste.
Deciso a ripristinare il modello anti woke in ogni ambito del vivere economico e sociale, Trump ha dato battaglia a tutto ciò che ha il sapore di solidarietà, equità, inclusione. Ed ha cominciato proprio dalla solidarietà, ordinando la sospensione di tutti i programmi di cooperazione internazionale che gli Stati Uniti gestivano nei paesi più poveri tramite Usaid,l’agenzia statale di cooperazione.
Si sperava che si trattasse di un provvedimento temporaneo, invece il primo luglio 2025 l’Usaid venne chiusa definitivamente e ai paesi più poveri è venuto a mancare un canale di assistenza importante.
A titolo d’esempio, nel 2024 l’agenzia aveva erogato fondi per 32 miliardi di dollari, per la maggior parte destinati a programmi di aiuto alimentare e sanitario. Secondo uno studio della rivista scientifica Lancet, la soppressione dell’attività dell’Usaid può significare la morte per oltre 14 milioni di persone da qui al 2030. Del resto, il disprezzo di Trump per la cooperazione internazionale emerge anche dalla decisione, assunta nel gennaio 2026, di ritirare gli Stati Uniti (e i loro contributi) da ben 66 organismi internazionali, fra cui l’Organizzazione mondiale della sanità.
In ogni caso il provvedimento anti woke di cui Trump va più fiero viene assunto nel luglio 2025 quando il Congresso approva una legge di proposta governativa che il tycoon battezza Big beautiful bill, grande bellissima legge Di naturafinanziaria, il provvedimento introduce tagli fiscali alle classi più agiate, riduce i fondi destinati all’assistenza sanitaria e alimentare, aggrava i costi per le pratiche dei migranti, potenzia le forze di polizia addette alla repressione dell’immigrazione clandestina. In breve, è un capolavoro di disuguaglianza sociale, di lotta ai poveri, di lotta ai migranti.
Negli Stati Uniti, più di 43 milioni di persone (il 12,9% della popolazione) vivono in condizione di povertà estrema, addirittura incapaci di mangiare adeguatamente. Riescono a sbarcare il lunario grazie ai buoni cibo ricevuti dallo Stato spendibili nei supermercati. Ma un’altra cinquantina di milioni di persone, per un totale di 90 milioni di individui, non sono in grado di pagarsi un’assicurazione sanitaria e riescono ad avere le cure minime solo grazie al programma di assistenza governativa denominato Medicaid.
Secondo le indagini condotte dall’Ufficio studi dei parlamentari democratici, i tagli previsti dal Big beautiful bill lasceranno 15 milioni di americani senza nessun tipo di assistenza medica, mentre priveranno 5 milioni di poveri dei buoni alimentari. E mentre la spesa sanitaria è stata ridotta di 800 miliardi di dollari, quella per contrastare l’immigrazione clandestina è stata aumentata di 140 miliardi di dollari. Soldi che, stando alle rivelazioni del Financial Times, sono stati in parte destinati ad aziende edili come Fisher Sand & Gravel per la costruzione del muro alla frontiera con il Messico, in parte ad aziende come Palantir, Deloitte, Amazon, Microsoft, per il potenziamento
del servizio di sorveglianza
elettronica, in parte al ministero dell’Interno per il rafforzamento dell’Ice, il famigerato corpo di polizia istituito per dare la caccia ai migranti irregolari (cfr. MC aprile 2026).

L’Ice venne istituito nel 2003 da George Bush e, per il nome che porta, era concepito come una sorta di guardia di frontiera antimmigrazione. Ice, infatti, sta per Immigration customs enforcement che può essere tradotto come Controllo migratorio alle frontiere. Trump però l’ha trasformato in un corpo che esegue rastrellamenti all’interno del territorio statunitense per scovare gli immigrati irregolari sparsi per il Paese.
L’operazione speciale è iniziata nell’aprile del 2025 con un ordine esecutivo firmato da Trump per «proteggere la comunità americana dagli alieni criminali». Dopo aver lamentato che alcuni Stati della nazione stanno disobbedendo alle leggi federali in quanto «continuano a usare la loro autorità per violare, ostacolare e sfidare le leggi federali sull’immigrazione», Trump ha ordinato agli uffici interni di individuare tali Stati e di assumere tutte le misure necessarie per ripristinare il rispetto della legge federale.
Gli Stati finiti nella lista nera sono diciassette, fra cui California, New Jersey, Massachusetts, Washington. Ma le cronache ci dicono che il Minnesota è risultato essere lo Stato più preso di mira, forse perché si trova al confine con il Canada, nazione che Trump rivendica come cinquantunesimo componente degli Stati Uniti. Trump vi ha mandato truppe speciali dell’Ice per rintracciare tutti gli stranieri soggiornanti con permessi ritenuti abusivi, per arrestarli e rinchiuderli in appositi centri di detenzione e, infine, deportarli nel proprio paese di provenienza, o anche altrove, come testimoniano le deportazioni effettuate verso il Salvador, Costa Rica, Messico, Panama, addirittura Rwanda, Uganda, Sud Sudan, Eswatini (ex Swaziland). Alla popolazione di Minneapolis, capitale del Minnesota, l’intervento dell’Ice ha ricordato i rastrellamenti eseguiti dalle SS per scovare gli ebrei e deportarli nei campi di concentramento. Perciò, c’è stata una forte opposizione popolare che è costata la vita a due dimostranti e difensori dei diritti umani.
In termini numerici la quantità di immigrati deportati dagli Usa nel 2025 è simile a quelli deportati nel 2024: 675mila contro 650mila. È cambiata però la loro composizione. Sotto Biden il 75% degli arresti avvenivano alla frontiera, il 25% nel resto del Paese; sotto Trump il 25% sono avvenuti alla frontiera, il 75% dispersi sul territorio. Un’inversione dovuta al rallentamento del flusso migratorio indotto dal clima di paura provocato dalle misure di Trump e allo sguinzagliamento dei poliziotti dell’Ice sul territorio nazionale.
Il Deportation data project conferma che, nel primo anno di amministrazione Trump 2, il numero di deportati, prelevati in località lontane dai confini, è aumentato quattro volte e mezzo. E pensare che gli Stati Uniti, al pari tutti i Paesi industrializzati, afflitti da processi d’invecchiamento, hanno un assoluto bisogno di immigrati.
L’American immigration council sostiene che perfino gli immigrati irregolari – all’incirca 10 milioni – contribuiscono al finanziamento dei servizi sociali e sanitari statunitensi tramite le tasse che pagano su ciò che consumano. Nel 2023, il loro contributo è stato pari a 89 miliardi di dollari. E se prendiamo i 50 milioni di immigrati complessivi presenti negli Stati Uniti, scopriamo che contribuiscono al 17% delle imposte raccolte nel Paese, mentre sono determinanti in settori chiave come agricoltura, costruzioni, industria alimentare. Chissà che dove non è riuscita la coscienza, riesca lo spirito di convenienza a convincere il popolo Maga che il futuro è woke o non è.
Francesco Gesualdi