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Usa. Ice contro tutti

Le milizie armate di Trump sconvolgono l’America

Nella guerra contro i migranti il presidente Trump ha dato pieni poteri ad alcune agenzie federali. Il livello d’impunità è cresciuto enormemente. Mentre alcuni manifestanti sono stati freddati, i migranti subiscono ogni giorno arresti arbitrari, torture e deportazioni.

Il 7 gennaio 2026, la Immigration and customs enforcement (Ice), l’agenzia federale statunitense incaricata del controllo dell’immigrazione e delle deportazioni dei migranti considerati irregolari, si è tolta la maschera ed è uscita allo scoperto. Grazie a un colpo di arma da fuoco sparato, senza reale motivazione, contro l’attivista e poetessa Renée Nicole Good, uccidendola nella sua auto durante un raid anti migranti nelle strade di Minneapolis (Minnesota), l’Ice è diventata il corpo di polizia federale più conosciuto e, probabilmente, più odiato al mondo. Good era presente quel giorno in strada come osservatrice e sostenitrice delle proteste contro la politica migratoria dell’amministrazione Trump. A poche ore dalla sua uccisione, di fatto un’esecuzione sommaria, la città è esplosa. I concittadini della vittima sono scesi in strada per protestare contro un delitto di cui non si riusciva a trovare un motivo razionale.

Proprio durante queste manifestazioni, a pochi giorni di distanza, sempre a Minneapolis, è stato ucciso anche Alex Jeffrey Pretti, infermiere impiegato nel sistema sanitario pubblico. Pretti è stato colpito con nove colpi di pistola alla schiena. Stava cercando di difendere una donna travolta dai gas lacrimogeni durante un intervento degli agenti della Border patrol, il braccio armato della Customs and border protection (Cpb), l’altra agenzia federale per il controllo delle frontiere, chiamata a supporto delle operazioni dell’Ice.

Vittime con «le carte in regola»

Renée Nicole Good e Alex Jeffrey Pretti avevano entrambi 37 anni. Erano cittadini statunitensi con tutte le carte in regola, bianchi, occidentali, appartenenti a quella stessa America che la retorica del «Make America great again» celebra come popolo americano da difendere. La prima era madre di famiglia, il secondo lavorava nel reparto di terapia intensiva di un ospedale dedicato ai veterani di guerra. Eppure, sono stati uccisi in pieno giorno, nelle strade dell’America profonda, con una violenza sproporzionata. La stessa che si è abbattuta su persone che stavano manifestando, in maniera nonviolenta, il loro diritto a dissentire, consacrato dalla Costituzione americana.

Good e Pretti non erano migranti irregolari. Non avevano precedenti. Non stavano infrangendo le leggi. Improvvisamente però la violenza di quella polizia anti immigrazione nata per proteggere gli statunitesi si è rivolta contro i suoi stessi cittadini. Questo ha creato un cortocircuito, una sorta di frattura insanabile e destabilizzante che ha portato, per la prima volta, i cittadini a convogliare la propria rabbia come detonante contro l’Ice, e a scendere in piazza. Chiedono giustizia per Good e Pretti, ma anche diritti umani per gli «aliens», termine usato per indicare le persone migranti, la popolazione da sempre colpita dalla violenza di Ice durante gli arresti, le detenzioni e le deportazioni. Da Minneapolis le proteste si sono estese all’intero Stato del Minnesota e ad altre città del Paese, fino ad arrivare al Congresso degli Stati Uniti.

Migrantes deportados desde Estados Unidos ingresan al Centro de Recepción de Retornados del Instituto Guatemalteco de Migración, ubicado en las instalaciones de la Fuerza Aérea Guatemalteca, detrás del aeropuerto civil La Aurora, en Ciudad de Guatemala, el 3 de julio de 2025.

Da Minneapolis al Congresso

L’Ice è oggi al centro di una polarizzazione profonda. Da un lato l’amministrazione Trump e, più in generale, il potere esecutivo degli Stati Uniti, continuano a difenderne l’operato oltre ogni ragionevole dubbio, approvandone il ruolo, anche violento, come strumento necessario di sicurezza e controllo. Dall’altro, nelle frange del partito Democratico cresce una richiesta sempre più esplicita di trasparenza, controllo e ridimensionamento dei poteri dell’agenzia.

In prima fila, il neosindaco di New York, Zohran Mamdani, ha condannato l’uso della forza da parte dell’agenzia federale e chiesto una revisione radicale delle politiche migratorie, denunciando un clima di terrore che colpisce intere comunità. A fare eco alla voce di Mamdani c’è anche il governatore del Minnesota, Tim Walz, che ha chiesto esplicitamente l’uscita di Ice dai confini del suo Stato.

Vittime dimenticate

Ma Good e Pretti non sono le uniche persone che hanno perso la vita in circostanze legate alle operazioni dell’Ice negli ultimi mesi. Degli ultimi vent’anni, il 2025 è stato quello con il maggior numero di morti di migranti in custodia dell’agenzia, con 32 persone decedute mentre erano recluse nei centri di detenzione federali.

Nel 2026 almeno otto persone sono morte sotto custodia dell’Ice, tra cui un uomo cubano di 55 anni il cui decesso è stato in seguito classificato come omicidio da parte del medico legale, e altri detenuti ai quali sono stante negate le cure mediche in detenzione, morti per problemi di salute.

In risposta a questo bilancio di vittime, tra gennaio e febbraio si sono moltiplicate le proteste sotto lo slogan «Ice out now» (Ice fuori adesso), non solo negli Stati Uniti, ma anche in Europa e in Italia. La notizia, infatti, della presenza di agenti dell’Ice in operazioni di sicurezza e antiterrorismo legate ai Giochi olimpici di Milano-Cortina ha suscitato malumore tra organizzazioni e cittadini, generando proteste e richieste di chiarimenti circa la loro presenza sul suolo nazionale, al grido di «Ice no grazie».

Migrantes en el Centro de Recepción de Retornados del Instituto Guatemalteco de Migración reciben una bolsa de alimentos durante el control migratorio, en Ciudad de Guatemala, el 3 de julio de 2025.

Quando nasce Ice e perché

L’Ice è nata ufficialmente il primo marzo 2003, nel pieno della riorganizzazione della sicurezza nazionale voluta dagli Stati Uniti dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Prima di allora il Paese si era dotato dell’Immigration and naturalization service, un’agenzia meno aggressiva che si occupava di tutto quanto riguardava la questione migrazioni: controllo delle frontiere, rilascio dei visti, indagini interne, arresti e deportazioni di migranti che, seppure in numeri inferiori rispetto a oggi, venivano effettuate già prima del 2001. Con il Homeland security act del 2002 il Congresso ha cancellato questa struttura e creato il Dipartimento della sicurezza Interna (Department of homeland security, Dhs), pensato per concentrare in un’unica architettura la capacità di risposta antiterroristica e il contrasto a qualsiasi fenomeno percepito come minaccia alla sicurezza interna, inclusa la migrazione irregolare. L’Ice è diventata così una delle agenzie centrali del Dhs, incaricata del controllo dell’immigrazione all’interno del Paese e del rintracciamento fisico, per strada, nei posti di lavoro o anche nei bar, di persone senza documenti. Queste vengono arrestate e detenute in strutture carcerarie spesso private, gestite tramite contratti milionari con aziende esterne. Per svolgere queste funzioni l’agenzia dispone di un budget di circa 8,5 miliardi di dollari l’anno, che la rende tra le strutture federali con le maggiori risorse dedicate. Nelle sue carceri, però, il trattamento è davvero low cost. «Non ti danno praticamente da mangiare – racconta Edwin, guatemalteco deportato dall’Ice a gennaio -, e quando arriva, il cibo è mezzo marcio. Stiamo in celle con altre trenta persone come in un pollaio e ti puoi lavare una volta ogni tre giorni. È terribile». Sorella separata alla nascita dell’Ice è l’altra agenzia federale anti-migrazione, la Customs and border protection (Cbp). Se l’Ice agisce all’interno del territorio statunitense, la Cbp è responsabile del controllo alle frontiere e nei punti di ingresso sia terrestri che marittimi. Il suo braccio operativo è la Border patrol, i cui agenti, spesso a bordo di quad, rincorrono i migranti nel deserto alla frontiera tra Messico e Stati Uniti.

In questa fase storica si parla di meno delle violenze della Cbp, anche perché gli attraversamenti irregolari del confine sono diminuiti durante l’amministrazione Trump. Eppure, ogni anno, in media, tra le 30 e le 40 persone muoiono in contesti legati alle operazioni di frontiera di Cbp. C’è chi viene colpito da un proiettile durante un inseguimento, chi perde la vita in incidenti mentre tenta la fuga, chi annega nel Rio Grande che segna il confine tra Stati Uniti e Messico.

Non ultimo, la Border patrol è stata direttamente coinvolta nella morte di Alex Jeffrey Pretti. Tra i protagonisti della risposta armata alle proteste c’era Greg Bovino, comandante della Border patrol, da mesi al centro di critiche da parte dell’opinione pubblica statunitense e internazionale per i suoi metodi violenti fisici e verbali.

Al di là dei casi di morte, la Cbp è da anni oggetto di denunce per le cosiddette hieleras, le «celle frigorifero» o icebox: ambienti di detenzione temporanea dove i migranti sono trattenuti per giorni a temperature rigide durante le procedure di identificazione, spesso senza coperte adeguate né assistenza sufficiente. «Una vera e propria tortura», racconta Carlos, che in quelle strutture è rimasto quasi una settimana la prima volta che è stato arrestato nel 2017 mentre cercava di attraversare la frontiera. Per pagare il debito di circa 12mila dollari contratto con il coyote (trafficante), ha poi tentato, pochi mesi dopo, una nuova traversata. È riuscito a entrare negli Usa e a lavorare per qualche anno, fino a quando, a fine novembre 2025, è stato arrestato mentre andava al lavoro. Dopo quattro settimane di detenzione è stato deportato in Guatemala nel gennaio 2026. Questa è una delle tante storie di deportazioni operate dall’Ice direttamente dal centro degli Stati Uniti. Operazioni dirette contro persone che vivono nel Paese da anni e vi hanno costruito la propria vita.

Migrantes sentados en el Centro de Atención al Migrante (CAR) de Guatemala, reciben una charla de bienvenida en El Centro fue creado a raíz de las declaraciones de la Administración Trump sobre un aumento de las deportaciones, para poder atender el aumento previsto que finalmente no se verificó, en Ciudad de Guatemala, el 3 de julio de 2025.

Le deportazioni dell’Ice

«La detenzione nelle celle dell’Ice è terribile – continua Carlos -. Ti torturano tenendoti sveglio notte e giorno. Le luci sono sempre accese e non si dorme mai». Durante le quattro settimane di detenzione, Carlos ha visto di tutto. «La gente piange per la disperazione – racconta -. Perché nessuno di noi ha commesso alcun delitto e improvvisamente ti ritrovi con un’uniforme carceraria, senza possibilità di uscire nemmeno un’ora al giorno».

La perdita improvvisa della libertà e dello spazio vitale, soprattutto per chi viene arrestato mentre va al lavoro o accompagna i figli a scuola e non ha commesso nessun delitto in vita sua, è tra le esperienze più traumatiche che le persone deportate ricordino. A Città del Guatemala arrivano in media tra i 13 e i 15 voli dell’Ice a settimana, con circa 150 deportati al giorno. Anche se le deportazioni sono diminuite rispetto al periodo dell’amministrazione Biden, rimangono numerose, e oggi colpiscono persone che spesso non hanno più alcun legame familiare nel Paese di origine.

«Io ho lasciato i miei figli negli Stati Uniti – racconta Mario, 36 anni -. Sono disperato perché non so quando potrò rivederli. Ora è impossibile tornare».

Da quando Trump è entrato in carica nel gennaio 2025, la frontiera Sud sembra invalicabile. Non tanto perché manchino punti porosi lungo il confine, quanto per l’aumento sproporzionato dei controlli da parte della Customs and border protection, che ha fatto impennare i costi dei coyotes, arrivati a chiedere anche 25mila dollari per un attraversamento senza alcuna garanzia di successo.

«La cosa peggiore per me è stata la deportazione – continua Mario -. Ci hanno tenuti con mani e piedi incatenati per due giorni. Prima del rimpatrio ci hanno trasferiti da un carcere all’altro per riunire tutte le persone che dovevano essere deportate quel giorno». L’ultimo viaggio è di solito un volo diretto da un aeroporto militare statunitense verso il Paese di destinazione. Durante il trasferimento le persone vengono mantenute ammanettate mani e piedi, senza eccezioni, né per le donne né per i minori.

«Io non so come potrò mai riprendermi da tutto questo – conclude Mario -, però so che prima o poi voglio rivedere i miei figli. Aspetterò che Trump finisca il suo mandato e poi cercherò di migrare di nuovo».

Simona Carnino

Un migrante saca del bolso con sus pertenencias la cartera, las tarjetas de crédito y sus documentos, conservados bajo vacío, confiscados al ingresar al centro de detención en Estados Unidos, Centro de Recepción de Retornados del Instituto Guatemalteco de Migración, en Ciudad de Guatemala, el 3 de julio de 2025.
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